Resistenza

diSalvatore Fiorentino © 2024

Una delle parole che meglio identificano la Repubblica Italiana, quella democratica e fondata sul lavoro, quella la cui sovranità appartiene al popolo, è “Resistenza”. Resistenza contro l’oppressore nazi-fascista, infine sconfitto e scacciato. Ma, ad onor del vero, anche grazie allo stesso regime fascista, che con il Gran Consiglio sfiduciò il suo duce Benito Mussolini, larva di uomo ormai fuori controllo e preda delle ossessioni e dei deliri tipici di un dittatore senza via d’uscita, nella drammatica seduta che si protrasse nella notte tra il 24 e il 25 luglio 1943, preparando il disimpegno dell’Italia dalla guerra e che condusse al travagliato armistizio di Cassibile ufficializzato l’ 8 settembre 1943. La Resistenza nasce con il CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) fondato il seguente 9 settembre, costituito da esponenti comunisti, azionisti, monarchici, socialisti, democristiani, liberali, repubblicani ed anarchici.

Il 25 aprile 1945 segna la data simbolica della Liberazione, ottenuta grazie alla Resistenza di tutti gli italiani che ebbero a cuore le sorti del Paese, consapevoli della devastazione materiale e morale che Benito Mussolini aveva procurato all’Italia, calpestando la libertà, la dignità e la stessa vita di ogni cittadino, che non poteva neppure disporre della sua vita privata, divenendo schiavo di un regime sostenuto dalla violenza morale e fisica, dove ogni oppositore veniva soppresso impunemente. Per questi motivi, la Resistenza non fu, come talvolta viene strumentalizzato da una parte e dall’altra, un movimento di sinistra, ma pluralista, espressione di tutte le forze democratiche che, pur con visioni politiche diverse, si unirono per raggiungere un’obiettivo irrinunciabile e comune: quello di ristabilire i rapporti civili ed umani tra i cittadini, per un pacifico ed equanime progresso delle condizioni materiali e morali di vita delle comunità.

La Resistenza si pone quindi alle radici della Costituzione repubblicana e democratica vigente, non essendo riducibile a questione di parte, motivo per cui è del tutto ingiustificabile il mancato riconoscimento, esternato dagli esponenti politici che si rifanno all’eredità del Movimento Sociale Italiano, del valore fondativo dell’antifascismo. Giochi di parole, come quello di definirsi “a-fascista” invece che “anti-fascista”, utilizzati persino da chi ha avuto l’onore e l’onere di ricoprire il ruolo di presidente del consiglio dei ministri, appaiono gravi dimostrazioni di ignoranza istituzionale e di pochezza politica, ovvero mancata effettiva condivisione dei valori della Costituzione, sulla quale i componenti del governo hanno prestato giuramento solenne. Se questo atteggiamento, pericolosamente ambiguo, si estende persino alla seconda carica dello Stato, il presidente del Senato, si può ritenere raggiunto il livello di guardia, che non va quindi sottovalutato.

La questione posta non è meramente nominalistica, ma sostanziale. Alle ultime elezioni politiche, difatti, ha prevalso un partito, Fratelli d’Italia, che non è espressione della destra liberale – che può non condividersi ideologicamente ma che ha comunque solide basi culturali – ma una accozzaglia di nostalgici, opportunisti e riciclati, come dimostra il fatto che sia del tutto priva tanto di un chiaro indirizzo programmatico quanto di una affidabile classe dirigente. Dopo più di un anno di governo, è palese che le idee, le visioni, i programmi proposti da Fratelli d’Italia per la propaganda elettorale non trovino alcun riscontro nell’azione dell’esecutivo guidato, con piglio autoritario ma non autorevole, da Giorgia Meloni, dato che, spesso, si sono perseguite e si perseguono direzioni diverse se non del tutto opposte a quelle sottoposte al vaglio dei cittadini elettori, che hanno dato un consenso sulla base di promesse che non potranno mai essere mantenute.

Tutto questo spiega il motivo della crescente ansia che si legge nelle parole e nei comportamenti della premier (a cominciare dall’assurdo: “Chiamatemi signor presidente”), nonostante i risultati dei sondaggi d’opinione vedano ancora in crescita le intenzioni di voto dei cittadini che si recheranno alle urne nelle prossime tornate elettorali, ancorché questi saranno verosimilmente la minoranza assoluta degli aventi diritto, dato che, in effetti, non si presenta all’orizzonte una alternativa politica che sembri poter convincere indecisi ed astenuti, per lo più disillusi dal fallimento clamoroso della promessa di cambiamento propugnata dal Movimento Cinque Stelle per quasi un decennio ed a fronte del definitivo abbandono del Partito Democratico rispetto alle questioni sociali e del lavoro per sposare gli interessi e le istanze dell’alta borghesia elitaria, ormai dedita alla massimizzazione dei profitti e alla deprivazione dei diritti dei lavoratori.

Ed ecco il fiorire di rimedi per il mantenimento, forzoso, del potere così labilmente conquistato: manomissione del bilanciamento tra i poteri dello Stato con accentramento nelle mani dell’esecutivo (premierato, aumento dei componenti laici del CSM), depenalizzazione di reati contro la pubblica amministrazione (abuso d’ufficio, in primis), riduzione degli strumenti d’indagine della magistratura (intercettazioni), riduzione della libertà di stampa, controllo dell’informazione e delle trasmissioni di intrattenimento della televisione pubblica, occupazione sistematica degli enti pubblici (vedasi da ultimo il colpo di mano per la direzione del Teatro Argentina di Roma), intimidazione e/o discriminazione dei dirigenti scolastici e di qualsiasi funzionario pubblico che invochi i valori costituzionali dell’antifascismo con correlativa esaltazione e promozione di generali dell’esercito che si rifiutino di riconoscerli. Siamo solo all’inizio, ma era difficile fare peggio.

(continua)

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