di Salvatore Fiorentino © 2024
La questione non è politica, ma sub-culturale. La passione per i balconi, i pulpiti, le tribune, da cui ricercare il consenso per il consenso, è un fatto strutturale della destra al governo dell’Italia. E nella ormai non breve storia repubblicana, è la prima volta che gli eredi del MSI riescono ad ottenere la leadership, seppur minoritaria in senso assoluto, del Paese. Ed appaiono impreparati, ansiosi di occupare ogni postazione di potere, prima che qualche scherzo del destino possa sottrarglielo. Non credono ai loro occhi, e quelli naturalmente strabuzzati di Giorgia Meloni sono una plastica rappresentazione di questa condizione di incredulità ed insieme diffidenza verso ogni potenziale avversario o – come meglio si confà a quelli che furono “camerati” – nemico. Chi, difatti, è cresciuto, umanamente e politicamente, al motto di “tanti nemici tanto onore”, ha quasi un bisogno fisico di riconoscere e, se del caso, inventarsi dei nemici.
Questa destra, incolta ed impreparata, manifesta in ogni momento, in ogni parola, in ogni azione, il complesso di inferiorità culturale sofferto nei confronti della sinistra, che viene accusata di “egemonia”, senza però essere in grado di contrapporre modelli e modalità alternative, se non superiori, a quelle della lottizzazione “rossa”, pur scientifica e spietata, ricadendo in un becero “spoil system” che ha virato dal rosso al nero, di fatto non altro che la scimmiottatura, con qualche scivolone di troppo, di quella fazione che a parole si dice di voler combattere perché rea di non aver garantito la “meritocrazia” a scapito delle logiche di partito. L’invasione di campo diventa tanto più inopportuna laddove riguardi settori dai quali la politica dovrebbe mantenersi distante, come la cultura, sia essa quella dei teatri e delle orchestre sinfoniche, ma anche quella più popolare delle feste religiose, seppur tra sacro e profano, come quella in onore della santa patrona di Catania, S. Agata.
Vedere il balcone d’onore del palazzo degli Elefanti, sede del Municipio etneo, occupato dallo schieramento di Fratelli d’Italia con a capo la presidente Giorgia Meloni, la sera del 3 febbraio, ossia l’inizio dei festeggiamenti agatini, che si affaccia sulla piazza Duomo gremita di cittadini sino all’inverosimile, appare una parodia malcelata dell’estetica mussoliniana, dove ora al grido di “Italiani!” si sostituisce quello di “Cittadini!”, tipico dei devoti alla “santuzza”. L’unico che sembra non gradire è paradossalmente il neo sindaco catanese, Enrico (non è Enzo) Trantino, bollato dalla vulgata locale come “eterno secondo”, dato che nel giorno in cui egli avrebbe il ruolo di principale attore civile in rappresentanza della comunità locale, si vede messo in ombra dalla furba apparizione della sua leader nazionale, per tacere del ministro per caso Nello Musumeci, così come del presidente dell’ARS Gaetano Galvagno e dell’ineffabile deputato nazionale Manlio Messina.
E’ vero che per i politici, così come per ogni cittadino, deve valere la presunzione di innocenza, ma è anche vero che chi viene eletto per decidere delle sorti dei cittadini non può che essere al di sopra di ogni sospetto. Tuttavia, sia il presidente dell’ARS Galvagno che il deputato nazionale ed ex assessore regionale Messina hanno scontato qualche incidente di percorso: il primo risulta essere stato archiviato dalla procura di Catania nell’ambito di un’indagine per corruzione che ha coinvolto l’ufficio del Genio Civile etneo, ammettendo però di intrattenere rapporti abituali con un imprenditore già accusato di essere un prestanome di un condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. Messina, invece, fu dichiarato prescritto per il reato di truffa aggravata contestatogli dalla procura di Catania al tempo in cui lo stesso aveva ottenuto indebitamente rimborsi per circa 30 mila euro dal Comune di Catania in qualità di consigliere comunale.
Chissà se S. Agata abbia gradito queste presenze “politiche”, della Meloni e sodali, sul balcone d’onore del palazzo di città, nel giorno in cui venivano avviati i festeggiamenti in suo omaggio. Che la “santuzza” abbia miracolato la città innumerevoli volte, dal terzo secolo d.c. sino alla peste del 1735, passando per diverse colate laviche ed altre calamità naturali, è storia leggendaria, da secoli legata indissolubilmente alla tradizione locale. Ed è per questo che non sono mancati i segni di disapprovazione per la presidente del consiglio, dato che i cittadini possono perdonare tutto, ma non che si profani la festa di S. Agata per biechi scopi di propaganda elettorale o per qualsivoglia altro motivo. Giorgia Meloni non ha compreso il sentimento dei catanesi, così come, probabilmente, non ha colto quello degli italiani, illudendosi di poter godere di un consenso ampio e duraturo. Inizia adesso la sua parabola discendente, che dovrà fare i conti con la crescente Resistenza nel Paese.