di Salvatore Fiorentino © 2024
Quando si impone la legge del più forte, ossia quella della prepotenza e della violenza, i più forti ne traggono vantaggio mentre i più deboli sono costretti a chinarsi. Per questo nelle civiltà più avanzate nasce il concetto, che è poi un principio basilare per la pacifica convivenza di una comunità, dello “stato di diritto”. E’ un concetto che, secondo il Trattato sull’Unione Europea, si riassume come segue: “Lo stato di diritto esige che ogni persona goda di pari protezione ai sensi della legge e impedisce l’uso arbitrario del potere da parte dei governi. Garantisce la tutela e il rispetto dei diritti politici e civili di base, nonché delle libertà civili“. Ed ancora: “tutti i pubblici poteri devono sempre agire entro i limiti stabiliti dalla legge. La nozione di Stato di diritto comprende un processo legislativo trasparente, responsabile, democratico e pluralistico, una tutela giurisdizionale effettiva, compreso l’accesso alla giustizia, da parte di organi giurisdizionali indipendenti e imparziali e la separazione dei poteri“.
Chi avesse avuto la fortuna – magari per mezzo di quella finestra di democrazia che è rimasta in Italia grazie a Radio Radicale – di poter ascoltare gli interventi che si sono susseguiti in occasione della inaugurazione dell’anno giudiziario dei penalisti italiani tenutasi in Roma il 9 febbraio 2024, nella sessione intitolata “Il processo come ostacolo“, avrebbe immediatamente, anche da “non addetto ai lavori”, percepito il grave rischio che è concreto ed imminente a pregiudizio dello stato di diritto come sopra sommariamente delineato. Emerge da questo consesso tecnicamente qualificato come il diritto alla difesa del cittadino, baluardo di civiltà inscalfibile da qualsivoglia altra istanza, sia oggi, anche e per causa della cosiddetta “riforma Cartabia”, oggetto di negoziazione al ribasso in nome di un non meglio precisato “efficientismo”, pur di ottenere la celerità dei processi, sempre perché “ce lo chiede l’Europa”.
Sicché, invece di apprestare rimedi strutturali sul versante organizzativo, si artano marchingegni neppure tanto sofisticati per “abolire” il processo, perché, come osservava uno degli autorevoli relatori, visto che il processo viene considerato come un “ostacolo”, non vi è di meglio per accelerare i tempi della “giustizia” che abolirlo di fatto, e con esso ogni diritto di difesa del cittadino che dovrà, in nome del nuovo Leviatano chiamato “efficientismo”, subire le decisioni dell’autorità suo malgrado, divenendo agnello sacrificale sull’altare del simulacro della giustizia del più forte, perché non v’è dubbio che ad essere immolati saranno gli ultimi e gli indifesi, indegni secondo questa visione “spartana” di essere titolari di diritti come chi, diversamente, può vantare posizioni di potere, sia esso quello politico o economico, e ciò con buona pace dei “cartabiti” cosiddetti, ossia gli utili scriba che hanno attuato ciecamente la riforma partorita dalla ex presidente della Consulta.
Al tempo della destra populista, priva di cultura politica e soprattutto democratica, ansiosa di regolare i conti con chi l’ha, a suo dire, relegata ai margini del potere per ormai troppo tempo, ancora vittima del complesso di inferiorità verso la sinistra, animata da un senso di rivalsa che non può più attendere, pretenziosa di ottenere con il premierato il potere assoluto sulla nazione, questa deriva verso la giustizia dei più forti si dimostra funzionale ad un disegno antidemocratico e autoritario che, mutatis mutandis, ci riporta alla tragica epoca del ventennio mussoliniano, con l’aggravante che oggi, questa destra sgangherata, non avrebbe la capacità, come pur ebbe il Fascismo, di sfiduciare il proprio leader, una volta preso atto del suo fallimento e della devastazione che aveva procurato alla comunità. Ecco che il governo di Giorgia Meloni oggi, non apparendo pericoloso per la messa in discussione delle libertà fondamentali, può divenire più pericoloso di quello di Mussolini.
L’attacco continuo all’indipendenza della magistratura, l’ossessione dell’occupazione di ogni casella di potere, l’annullamento di fatto della separazione dei poteri tra politica e gestione amministrativa con la cooptazione di dirigenti di comprovata militanza di partito, sono tutti sintomi di una patologia che non è ancora esplosa nella sua gravità, ma che presto produrrà i suoi effetti nefasti nella società, nelle ricadute concrete che peggioreranno in modo sensibile la qualità della democrazia italiana e quindi la qualità della vita di ogni singolo cittadino, indipendentemente se questi abbia o meno votato per i “Fratelli d’Italia” di Giorgia Meloni. Perché è evidente, e lo sarà sempre di più anche agli sprovveduti, come questa destra sia del tutto impreparata ed incapace ad affrontare – figurarsi risolvere – i gravi problemi con cui l’Italia è chiamata a confrontarsi senza prova d’appello, rifugiandosi dietro la ricerca spasmodica del consenso, con ogni miserevole espediente, per poter affermare, in verità falsamente, di poter contare sull’approvazione della maggioranza degli italiani.