di Salvatore Fiorentino © 2024
Non bastava il dissesto idrogeologico ad affliggere il Belpaese, i terremoti devastanti che sono stati la vergognosa occasione di speculazione invece che imporre il risanamento delle fragilità del territorio, con la conseguenza che servono decenni per la ricostruzione, sempre che si arrivi ad un suo compimento. E non bastava l’aggressione dell’abusivismo edilizio, efferato nei territori costieri, che ha devastato i luoghi che la natura aveva consegnato intatti come patrimoni da tutelare e non certo da sfregiare impunemente. Abusi, peraltro, non dettati dalla “necessità” abitativa, ma anch’essi speculativi se non, in taluni casi, manifestazione visibile di un disprezzo esibito per il rispetto delle regole della convivenza civile, quali sono in fondo le norme attuative della pianificazione urbanistica. E non bastava neppure il degrado causato dalle “pianificate emergenze” dei rifiuti, ormai storiche in Sicilia.
Ma c’è di più: il dissesto costituzionale che proviene da lontano, dalla famigerata modifica del Titolo V della Carta, partorito a più mani da un centro-sinistra in pieno stato confusionale, con “L’Ulivo” ormai mandato al macero, sotto i fumi degli esiti fallimentari della “Bicamerale” presieduta da Massimo D’Alema, tra le alchimie spericolate di “illuminati” tecnocrati come Franco Bassanini e Giuliano Amato, ma anche per l’effetto dell’ansia di darsi frettolosamente una riverniciata di modernità, impellenza irrefrenabile nei “neo-kennedyani” Walter Veltroni e Francesco Rutelli, agognanti un Partito Democratico in salsa americana, non senza striature berlusconiane, con coriandoli multicolor e majorette dai sorrisi plastificati, ricercando per sé stessi un ruolo da protagonisti più attagliato allo star system hollywoodiano che ad un profilo di caratura istituzionale inscritto nella trazione italiana.
Dissesto che si è aggravato man mano che venivano erose le fondamenta costituzionali, mediante la sistematica disapplicazione, se non la patente violazione, dei principii basilari, posti a presidio dell’ordinata convivenza civile, di libertà, eguaglianza e solidarietà, nonché a tutela dell’ambiente e dei beni culturali, non seconde l’affermazione espressa del criterio meritocratico (“i capaci e i meritevoli”) e di quello dell’imparzialità dei pubblici uffici rispetto alle ingerenze delle varie fazioni politiche. Con bilanciamenti di alta precisione tra organi e poteri, sicché il processo legislativo, così come l’esercizio del potere esecutivo, potessero svolgersi sempre nell’interesse generale e mai rivelarsi cedevoli alle tentazioni, talvolta spregiudicate e spregevoli, come quella dell’ “uomo (o donna) solo (a) al comando”, nell’illusione di poter, per incanto, dare risposte ai problemi insoluti e cronicizzati.
Dissesto a cui ha contribuito, in parte non secondaria, anche il degradamento della funzione giudiziaria, fortemente incrinata, quanto meno sotto il profilo della credibilità dell’istituzione, a causa delle scorribande di fazioni in lotta per l’accaparramento – o, nella migliore ipotesi, la spartizione – di postazioni di vertice sicché, anche in combutta con certa parte della politica e di altri poteri dominanti come quelli economico-finanziari, per indirizzarne le decisioni non secondo i principi di giustizia riassunti nel fatidico dictum “la legge è eguale per tutti”, ma all’opposto per assecondare gli indicibili desiderata di questi poteri sottostanti, famelici e mascherati. Con pregiudizio ancora più grave, nelle ricadute concrete, della pur esiziale “corruzione in atti giudiziari” commessa dai singoli magistrati. E nessun rimedio è stato infine adottato, solo qualche monito del Quirinale.
Dissesto che ha toccato persino il vertice di garanzia del Colle più alto, nel momento in cui è caduto il tabù della rielezione del Capo dello Stato, inaugurata con Giorgio Napolitano (che comunque ebbe il pudore istituzionale di dimettersi dopo meno di due anni), primo presidente della Repubblica proveniente dalle fila del Partito Comunista Italiano. Rielezione che si è avuta, consolidando una prassi anomala e probabilmente “incostituzionale” nella sostanza, con il successore di “Re Giorgio”, ossia il già parlamentare e ministro, nonché giudice costituzionale e docente universitario, Sergio Mattarella, per nulla incline ad intervenire nel caso delle “riforme” costituzionali di dubbia legittimità come quelle architettate, ieri, dal governo Renzi e, oggi, dal governo Meloni. Né, tanto meno, propenso, per quanto appare, a rassegnare le dimissioni anticipate come il suo bis-predecessore.