di Salvatore Fiorentino © 2024
Lo Stato, alla fine, vince sempre. Perché lo Stato non è un’entità astratta, ma è costituito da tutti i cittadini. E la maggioranza assoluta dei cittadini è composta da persone per bene, che si impegnano ogni giorno per fare il proprio dovere, nella famiglia, nel lavoro, nella società. Altrimenti lo Stato sarebbe crollato da un pezzo. Lo Stato non si regge, infatti, come talvolta certi Soloni pretenderebbero di dare ad intendere, su chi detiene le leve del potere. Se non ci fosse, ogni giorno, l’operaio che fa il suo lavoro, il contadino che fa il suo lavoro, l’operatore ecologico che fa il suo lavoro, l’insegnante che fa il suo lavoro, il poliziotto o il carabiniere che fanno il loro lavoro e così via dicendo, resterebbero, ma per pochi giorni sino al crollo, quei parassiti che si annidano in ogni categoria ma che privilegiano la politica quale strumento per saccheggiare lo Stato.
Cosa ha ottenuto, infine, un mafioso turpe e malvagio come Totò Riina, ubriacatosi di potere sol perché per un certo tempo serviva alle famigerate “Entità” che si lasciassero briglie sciolte all’efferatezza dei “corleonesi”? Nulla. E’ stato infine consegnato alla giustizia dai suoi stessi compari che si resero conto, così come le “Entità”, che il limite era stato ampiamente superato, che non si poteva proseguire quella folle e mai vista mattanza, con cui “Totò u curtu” aveva spazzato via i vecchi esponenti di “Cosa nostra” e pretendeva di fare la guerra allo Stato, ai cittadini, eliminando brutalmente tutti coloro che non si piegavano alle sue pretese, ogni giorno più esose e persino capricciose. Che padre è stato per i suoi figli, che eredità ha lasciato loro, se non quella della galera e del disprezzo dell’opinione pubblica, sino all’invito pubblico delle istituzioni a non rimettere piede nel paese natio?
E, mutatis mutandis, dato che, come abbiamo scritto altrove, il “fascismo è mafia”, cosa ha ottenuto infine un dittatore paranoico e profondamente vigliacco come Benito Mussolini, se non essere stato sfiduciato dai suoi stessi gerarchi e arrestato il giorno dopo a Villa Savoia per ordine di un re piccolo piccolo, ma che comunque aveva compreso che, anche in questo caso, il limite era stato ampiamente superato? Quanta sofferenza aveva inferto questo meschino personaggio politico all’Italia, ai cittadini, ai lavoratori, ai sindacalisti, a cominciare dall’efferato assassinio di Giacomo Matteotti, temutissimo avversario politico. Certo, c’è voluto del tempo, ma non appena è stato palese che il duce stava conducendo il paese verso il baratro della distruzione totale, sono stati i cittadini ad unirsi, a prescindere dalle proprie idee politiche, affinché fosse per sempre scacciato il fascismo, liberando l’Italia dal “male assoluto”.
Si dice spesso che gli italiani, i meridionali soprattutto ed i siciliani in particolare, siano inclini più a sottomettersi al potere politico che a lottare per ottenere i loro diritti. Questa immagine, per quanto sia diffusa e ritenuta fondata, in verità non restituisce autenticamente la effettiva dinamica sociale che viene a realizzarsi tra il cittadino e chi è stato demandato dal primo a rappresentarlo nelle sedi della gestione del potere politico-amministrativo. Non si tratta, difatti, di un atteggiamento di sottomissione quanto, diversamente, di pretesa, ancorché talvolta indebita, dissimulata nei modi di chiedere per ottenere. Questo è evidente nei rapporti tra centri di potere economico-finanziario e il potere politico, mentre scorre carsicamente per tutti gli altri casi, al netto di ciò che accade nelle realtà affette dal “familismo amorale” dove carnefice e vittima convivono nonostante tutto.
Per questo occorre avere fiducia nello Stato, perché lo Stato è fatto dai cittadini, e perché la maggior parte dei cittadini di fronte ad un rischio grave ed imminente per la comunità si uniscono spontaneamente per il bene comune della sopravvivenza materiale e morale, bene che sta al di sopra di ogni orientamento politico, religioso, culturale, e di ogni altra natura. E’ un processo che scaturisce nel momento in cui pressoché tutti si rendono conto che è stato ampiamente superato il limite del sopportabile e diventa urgente e necessario rimuovere le condizioni che minacciano ciò a cui nessun essere umano potrà mai rinunciare, quali il rispetto della propria libertà, della propria dignità, la sopravvivenza materiale per sé e per la propria famiglia. Ed è un processo irreversibile che si rinnova al presentarsi di una nuova minaccia per l’integrità della società, dei cittadini e dello stesso Stato.