Contesti storici, tra antico e moderno

di  Salvatore Fiorentino © 2024

Uno dei temi più indagati e meno risolti del dibattito disciplinare nel campo dell’architettura della città riguarda senza dubbio l’interazione tra “antico” e “moderno” (non piace qui usare il termine “nuovo”), ed in special modo nei “contesti storici”. Una prospettiva d’indagine finalizzata alla definizione di strategie progettuali appare quella da condurre nell’ottica del luogo come elemento fondativo della città, assumendo, pertanto, che non possa sussistere – né in senso diacronotopico che sincronotopico – alcuna realtà urbana senza (o con l’obliterazione) il suo palinsesto (nell’accezione acclarata datane da Corboz).

Il luogo – va ancora premesso – rimanda (deve) alla forma compositiva della città, che non va quindi confusa con sua la forma architettonica. Ciò postula un approccio “paesaggistico”, ovverosia tale da considerare il paesaggio culturale quale “materiale” da rintracciare (ritracciare) e riscrivere nel rapporto dialogico tra antico e moderno, il che rimanda immediatamente alle componenti “immateriali” della città oltre quelle “materiali”, basandosi così sulla “temporalità naturale” (il paesaggio) e sulla “temporalità storica” (la città) come definite sulla scorta degli insegnamenti di Rosario Assunto (Il paesaggio e l’estetica).

Entro il dialogo tra le suddette temporalità va così collocato il progetto di architettura e, conseguentemente, il progetto urbano. Quanto ora premesso può trovare esemplificazione in alcuni casi di studio da ritenere significativi perché incidenti il luogo in contesti urbani anche di diverse caratteristiche, casi che possono individuarsi in questa sede al fine di evidenziare strategie – ma anche limiti – del progetto di architettura che venga a collocarsi, per l’appunto, nell’interazione tra antico e moderno entro un definito contesto storico, il che può essere affrontato in una prospettiva “museale”, nell’accezione di “cosmo” urbano e territoriale.

ex Monastero dei Benedettini, Catania (Giardino dei Novizi)

Un primo caso esemplificativo può essere individuato nell’ ex Monastero dei Benedettini a Catania, interessato da un lungo e complesso intervento di Giancarlo De Carlo, nel confronto con diversi studiosi ed in particolare di storia urbana, che ha portato l’edificio monumentale a divenire un luogo vivente oltre che museo, e non solo di sé stesso (come la recente mostra delle collezioni benedettine, presso il medievale Castello Ursino, ha messo in luce), ma soprattutto di un cosmo, quello della città che in esso, ormai da diversi anni, ha riconosciuto un luogo collettivo di fruizione culturale, ma anche sociale, specialmente per i giovani.

Un luogo che ha rigenerato, anche se solo in parte, il tessuto urbano contestuale, quanto meno sotto il profilo delle componenti immateriali. Ossia quanto era nelle intenzioni dell’architetto, di rintracciare, di riscrivere, anche se in modo non invasivo – quale riconoscimento e non sovrascrittura obliteratrice – parte di quel palinsesto andato perduto, e ciò mediante una induzione ad un nuovo uso rispetto a quelli che si succedevano nel passato storico, così rinnovando il luogo innanzitutto nella sua forma compositiva, ossia immateriale, rispetto alle componenti percepite e quindi vissute dagli attori della città.

Da questo esempio alla scala locale, citando incidentalmente il caso del museo dell’Ara Pacis di Richard Meier a Roma, si può quindi passare ad esaminare il caso globale dell’intervento di I.M. Pei al Louvre di Parigi, in quanto, sebbene entrambi connotati da una forte impronta stilistica dell’architetto, si dimostrano collocati nell’interazione tra antico e moderno agendo sul (e nel) luogo a prescindere dalle caratteristiche materiali, ma con riflessi ben più vasti sul piano immateriale della città, segnatamente culturali e ancora più specificamente sul “cosmo”, come si è detto in senso museale, della rivivificazione del palinsesto urbano.

Museo dell’Ara Pacis, Roma

Se i limiti, nel caso dell’intervento di Meier, sembrano risiedere nell’eccesso della cifra autoreferenziale dell’architetto, per altro verso è innegabile che il progetto per il museo dell’Ara Pacis abbia, nel suo carattere immateriale, riportato in luce una polarità urbana nel costituire un luogo che, per la sua valenza museale (adiacente al Mausoleo di Augusto), è divenuto, integrandosi nel contesto culturale globale, un episodio significativo nell’interazione tra antico e moderno, interpretando il ruolo del monumento quale attrattore di un pubblico di variegato livello culturale, svolgendo in ogni caso una funzione educativa.

Più fine, invece, anche oltre la cifra stilistica, appare la strategia perseguita da Pei al Louvre, e ciò nonostante la forte valenza figurativa e tecnologica (al tempo della realizzazione) nell’imprintig collettivo della piramide (non a caso smaterializzata) che rigenera il luogo, aggiungendo un nuovo piano di significazione, collocandosi nella linea della “cosmologia” urbana dei monumenti miliari ed evocando forti elementi simbolici che portano il museo a divenire città e, per converso, la città a divenire museo, come dimostra la condensazione nell’oggetto piramide di rimandi antichi (discesa ad inferos) quanto moderni (tecnologia).

Piramide del Louvre, Parigi

Come è possibile desumere dall’esame degli esempi citati, seppur nella loro diversità sotto i distinti profili di indagine, ciò che rende significativo il progetto di architettura, oltre la datità autoreferenziale, è quindi la rigenerazione del luogo nel dialogo tra antico e moderno, con l’apertura, la comunicazione, dell’edificio, del monumento in genere, verso la città, dal livello locale a quello globale. Ed allora, quali le strategie compositive non solo nei contesti storici conclamati, ma anche laddove la “storicità”, la temporalità della città, non sia visibile, laddove non sia rinvenibile nelle componenti materiali la dimensione storica del luogo?

Se appare consolidata la strategia della “lettura” del luogo come unità, strategia che ha ormai soppiantato l’approccio analitico (e quindi tipologico), non risulta ancora affermato un approccio che consenta di considerare il moderno come prosecuzione dell’antico sul piano immateriale. Si può quindi fare riferimento alle teorie dell’intertestualità, sicché così come l’opera letteraria non può vivere se non nei rimandi alle opere che l’hanno preceduta (ma anche a quelle che la seguiranno), anche l’opera di architettura si colloca in un “cosmo” delle altre opere, così costituenti una storia non solo retrospettiva ma anche proiettiva.

Sicché l’opera che viene ad incidere su un complesso palinsesto di luoghi, significati, simbologie, riferimenti culturali e vissuti, dovendo peraltro parlare su differenti livelli comunicativi (pluridiscorsività) per essere compresa, partecipata e quindi “abitata” dalla pluralità degli attori urbani, comporta delle rilevanti ricadute sociologiche laddove i luoghi vengano ad acquistare un carattere diffuso di inclusività, accogliendo ogni differente sensibilità e cultura, stratificati nella storia comune secondo la declinazione della città in urbs (città costruita), polis (città istituzione) e civitas (città dei cittadini).

Appare a questo punto decisivo distinguere, nelle strategie progettuali, le “forme compositive” dalle “forme architettoniche”, secondo la relazione – e la sottesa gerarchia – che appare analoga a quella che sussiste tra il piano semantico e quello tecnico-linguistico nella letteratura. Nel rapporto tra antico e moderno, quindi, ciò che rileva nel progetto dell’architettura della città è la comprensione e la elaborazione di una appropriata forma compositiva, tale da riprendere il dialogo, mediante il moderno, con l’antico, al di là di ogni preclusione cronologica, potendo l’antico anche essere seguente al moderno.

Ecco che, a prescindere dalla cifra stilistica dell’autore che è comunque interprete di un dato contesto, l’aspetto che appare ineludibile resta fissato nella prosecuzione del luogo, e fondamentalmente nella consapevolezza di doverne riconoscere e definire preliminarmente la forma compositiva, ossia l’essenza, il codice genetico, onde poter attuare con la modificazione, tanto delle componenti materiali che immateriali, la “tradizione” dei valori urbani “attraverso” la storia, e non nel mero rapporto con essa, di modo che il luogo ne sia sempre parte integrante e il progetto non ne divenga mai sovraimposizione o obliterazione.

E ciò sembra valere a maggior ragione laddove le tracce del luogo sono “invisibili”, disperse nel territorio, sicché il lavoro di ritracciamento e ricomposizione sia chiamato ad assumere e svolgere un ruolo di vera e propria “archeologia culturale”.

Riqualificazione dell’area del Mausoleo di Augusto e del Museo dell’Ara Pacis

(3 dicembre 2017)

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