di Salvatore Fiorentino © 2024
Non bisogna confondere, innanzitutto, le marionette con i burattini, come troppo spesso accade nel linguaggio comune. Ed allora deve essere precisato che mentre le marionette sono fantocci in legno, stoffa o altro materiale, a figura intera mossa dall’alto tramite fili dal marionettista, i burattini sono pupazzi che compaiono in scena a mezzo busto e che vengono mossi dal basso, dalla mano del burattinaio che li indossa come guanti. Questo comporta che il teatrino delle marionette è più popolato di quello dei burattini, dato che il meccanismo di controllo consente di superare il limite dei personaggi che vincola il burattinaio a mettere in scena, al più, un burattino per mano. E se il teatro tradizionale delle marionette ha sempre un limite numerico dei personaggi, il più evoluto sistema senza fili (oggi cosa non è wireless?) permette di gestire un numero infinito di pupi e pupari.
Tuttavia, l’aver abolito i fili fisici, ormai virtuali, ha causato delle spiacevoli ed impreviste ricadute pratiche. Perché è accaduto, e sembra accadere sempre più di frequente, che qualche marionetta, rivestente un ruolo importante, di tutto rispetto, abbia commesso il fatidico errore di credersi libera ed indipendente, ossia di poter calcare la scena della vita restando illuminata da luce propria. Così come sembrano commettere un tragico errore coloro i quali si affidino ad una siffatta marionetta senza fili, cadendo nell’inganno, che costei avrà ingenerato anche verso sé stessa, per potersi credere, e farsi credere, mossa da una volontà propria e non già in balia degli eventi e del capriccio del manovratore, quanto mai lesto a far cadere un pupo per magnificarne un altro a seconda degli umori del pubblico pagante. E, come avviene in questi casi, per chi ha immolato la propria esistenza per i vili denari, l’ultima parola è assicurata a chi offre di più in moneta sonante. Ed il resto è noia.
Povera marionetta, spremuta come un limone alla bisogna e subito dopo, nella più fausta dalle ipotesi, gettata nel cestello della raccolta differenziata, se non a pagare dazio per le colpe di chi la manovra e si illude, a sua volta, di agire in proprio. Perché in questa “opera dei pupi” ogni puparo è, di fatto, una pupo tenuto su da fili ancora più invisibili ed impalpabili, ma che da un giorno all’altro possono precipitarlo al suo destino. Sicché in questa grottesca “matrioska” di marionette, il marionettista di ieri è oggi la nuova marionetta messa in scena con la spada di cartone, perché il nuovo manovratore possa lucrarne abbastanza da sopravvivere alla sua bulimia di denari, l’unica ragione malata che lo spinge a sfidare il rischio che il sipario crolli da un momento all’altro, rivelando a tutti il trucco che c’è e ora si vede. Ma niente paura, perché dopo aver gridato spagnolescamente al complotto della magistratura, sarà il momento del profluvio delle lacrime di coccodrillo.
Non tutti i mali vengono per nuocere e, come è noto, il teatro, ed ancor di più l’ “opera dei pupi”, tanto più quanto questi personaggi senz’arte né parte si rivelino improbabili e grotteschi, svolge una fondamentale e salvifica funzione “catartica”, ossia purificatrice, che permette ad una società, ad una comunità, ad un gruppo di persone, che siano infettati dal male dell’interesse privato nella gestione pubblica, di liberarsi dalle scorie mefitiche che hanno proprio malgrado dovuto inglobare, e non solo per la propensione a delinquere di alcuni, ancorché pochi, dei suoi consociati, ma soprattutto per l’ignavia, l’incapacità di reagire, i casi di omertà vera e propria, il bieco ma fallace calcolo di convenienza, di quasi tutti gli altri, che si fanno collusi, conniventi, fiancheggiatori, indifferenti, vittime di sé stessi, sudditi a capo chino invece che cittadini a testa alta perché rispettosi dei propri doveri quanto dei propri diritti.
Forse, se Pirandello avesse riflettuto sul fenomeno dei pupi che si aggirano senza fili nelle società di ogni tempo, avrebbe magari modificato l’aforisma che gli viene notoriamente attribuito, nel senso di ammonire che ciascuno, nel corso del cammin di propria vita, è destinato ad incontrare più marionette che uomini (e donne). E quando si incontra una marionetta che crede di essere animata da capacità umane si prova una profonda tristezza, così come fu ben descritta nello sceneggiato (allora così si chiamavano le fiction) prodotto nel 1972 dalla RAI in adattamento della produzione della BCC di “A for Andromeda”, nella quale una creatura dalle sembianze umane generata dal calcolatore elettronico, quasi un’antesignana della odierna intelligenza artificiale, si rende conto di non poter superare le proprie contraddizioni in quanto priva dell’essenza dell’umanità, finendo per auto-annichilirsi. Perché la vita, e l’intelligenza, non si creano dal nulla, così come la vita, e l’intelligenza, non potranno mai essere distrutte dal nulla.