di Salvatore Fiorentino © 2024
La storiografia, vieppiù romanzata e per questo ancor più veritiera come lo è la dimensione letteraria rispetto a quella propugnata dalle cosiddette “scienze esatte”, narra che un tale Capitano Dalla Chiesa, tra la fine degli anni ’40’ e l’inizio dei ’50, fece un patto con un giovanotto che, per ignoranza e condizioni familiari precarie, pur di sani principi, era solito frequentare cattive compagnie, e che per ciò, in nome di un mal riposto senso di amicizia, non aveva rivelato alle autorità proprio tutto quello che sapeva sul giovanissimo Totò Riina nell’occasione del suo primo omicidio. Il capitano disse al ragazzo: “io ti lascio andare a condizione che tu da oggi ti metti a studiare”. Il ragazzo rispettò il patto e si salvò, salvando a sua volta altre vite, generando un’onda che lentamente avrebbe cambiato la mentalità prevalente, sino a rendere inaccettabile, dopo tre quarti di secolo, ogni comportamento mafioso.
Ma, per comprendere appieno la portata delle conseguenze che un buon seme pur piantato in una terra arida e abbandonata può comportare, va detto che “la mafia non è la mafia”, volendo in questo caso parafrasare ciò che, nell’omonimo film tratto dal romanzo di Sciascia “Una storia semplice”, viene detto da un professore di lettere in pensione (interpretato da un magistrale Gian Maria Volonté) al procuratore della repubblica, ex studente dello stesso docente, che, in un singolare contrappasso e tradendo una irrisolta voglia di rivalsa, nell’interrogarlo ora a parti invertite, gli ricorda come il professore lo avesse sempre giudicato insufficiente in italiano, concludendo, non senza un ottuso compiacimento, che ciò non gli aveva precluso di raggiungere il ruolo che adesso ricopriva. Ma il professore lo gelò: “l’italiano non è l’italiano, ma il ragionamento. Con meno italiano lei sarebbe ancora più in alto”.
E se l’italiano non è l’italiano, ma il ragionamento, cosa è la mafia se non è la mafia? La risposta è semplice: l’assenza di ogni ragionamento, l’ignavia. Ossia ciò che Dante Alighieri non ritenne degno né dell’inferno né del paradiso, collocando gli ignavi, considerati dal sommo poeta come i più detestabili tra i peccatori, nell’anfratto più buio della sua Divina Commedia, in quell’Antinferno posto tra il fiume Acheronte e la porta dell’Inferno. Gli ignavi non sono colpevoli di aver fatto del male, ma di non aver fatto nulla, né male né bene, per viltà. Scontano così il contrappasso di non aver mai seguito alcun ideale, non aver mai preso chiaramente posizione, come gli angeli durante la rivolta di Lucifero, come Celestino V che rinunziò al papato, od ancora come Ponzio Pilato, il cui nome è divenuto popolare sinonimo di elusione delle responsabilità affidate mediante comportamenti ipocriti e pavidi.
La mafia, intesa come ogni forma di distruzione dei legami sociali ossia della mutua solidarietà tra i componenti di una società, è linfa vitale, elisir di lunga vita, per il potere, perché permette di applicare la più antica forma di dominio sulle popolazioni: “divide et impera”. Ecco il motivo per cui il potere, così come la mafia, teme sommamente la cultura, ma non certo quella sterile delle diatribe accademiche quanto quella che nasce dalle reali esigenze delle collettività e mira a migliorarne le condizioni materiali e morali sicché tutti indistintamente possano beneficiarne. La stessa che permette di smascherare gli impostori e i truffaldini che hanno usurpato postazioni di comando nelle istituzioni, per farne strame in nome di un meschino interesse personale, e che pertanto devono fondare il loro consenso sulla cooptazione di quanti più clientes, elargendo loro più promesse di favori che favori.
Siamo abituati, perché il potere ci ha inculcato questa mentalità, a dare la colpa alla mafia, ai mafiosi, a Totò Riina e compari. Ancora oggi insorgiamo (giustamente) perché il figlio di Totò u curtu si permette di offendere la memoria di uno dei più valorosi caduti nella lotta alla mafia, il compianto giudice Cesare Terranova. Ma dovremmo iniziare a puntare il dito innanzitutto verso noi stessi, per verificare se abbiamo fatto abbastanza, per quanto è nelle nostre umane possibilità e nelle nostre responsabilità – nessuno è un eroe, né può diventarlo, né sarebbe utile che lo fosse – per cambiare ciò che non ci piace e verso cui mostriamo avversione, disprezzo, ripugnanza se non rassegnazione. Anche per capire se abbiamo saputo dare le risposte appropriate, come quel professore d’italiano, nel momento che ci siamo imbattuti, nostro malgrado, nell’ignavia di chi ha delle precise responsabilità.