di Salvatore Fiorentino © 2024
I dati ufficiali dicono che nel mese di agosto 2024, in piena era Meloni, si è raggiunto il massimo storico assoluto del debito pubblico italiano, ammontante a 2962 miliardi di euro. Lo stesso vale per la ricchezza privata degli italiani, che ha raggiunto il valore di 5790 miliardi di euro. In confronto la Germania (che ha 84 milioni di abitanti contro i 60 italiani) ha un debito pubblico di soli 56 miliardi ma una ricchezza privata inferiore alla metà di quella italiana. Questa differenza non si spiega però con l’evasione fiscale, pari a 190 miliardi all’anno in Italia contro i 125 della Germania. E’ quindi evidente che c’è un travaso di risorse pubbliche direttamente nelle tasche di alcuni privati, sia indiretto che diretto. Indiretto da parte di chi fruisce di tutto ciò che lo Stato mette a disposizione dei cittadini nel contempo evadendo o eludendo l’imposizione fiscale; diretto da parte di chi defrauda le risorse pubbliche per appropriarsene indebitamente.
Chi sono, quindi, i ladri d’Italia, ossia coloro che pezzo dopo pezzo hanno letteralmente divorato il Belpaese e continuano imperterriti senza mai saziarsi? E quali potrebbero essere gli strumenti per identificarli e perseguirli per tutto ciò che di illecito si cela dietro queste mirabolanti accumulazioni di denari? Il fenomeno è complesso e si sviluppa a più scale di grandezza, sicché possiamo suddividerlo, in prima approssimazione, in due grandi categorie, in realtà separate da una serie di sottocategorie che uniscono le due estreme, costituite da quelli che convenientemente definiremmo come “macro-scenario” e “micro-scenario”. Al primo appartengono le grandi operazioni finanziarie, a partire da quella di “Stato” del 1981, anno fatidico in cui il ministro del Tesoro Andreatta e il governatore della Banca d’Italia Ciampi decidono che lo Stato non sarà più il pagatore di ultima istanza, ossia non parteciperà più per calmierare le aste in cui si “vende” il debito pubblico.
Come diretta conseguenza, del tutto programmata e voluta, il debito pubblico schizza dal 58% del PIL nel 1980 al 124% nel 1994 a causa della enorme spesa per ripagare gli interessi più elevati che gli investitori privati impongono nel gioco speculativo al rialzo. Dopo di che, con Prodi, D’Alema, Bersani e compagni, si aprono le porte per lo smantellamento e la svendita dell’industria di Stato, compresi i gioielli di famiglia che costituivano asset strategici e grazie ai quali l’Italia, nonostante tutte le proprie deficienze di sistema, era tra le prime potenze economiche mondiali, infastidendo i co-fondatori dell’Europa come Francia e Germania, che difatti lavoravano per il depotenziamento della capacità manufatturiera del Belpaese, oggi ottenuto come dimostrano le diverse acquisizioni di brand storici italiani insieme alle delocalizzazioni selvagge degli impianti produttivi, con il conseguente impoverimento del know-how altamente specializzato.
E poi, più modestamente, c’è il “micro-scenario”, una sorta di sottobosco dove proliferano parassiti di ogni specie, prontissimi ed imperterriti ad avvinghiarsi a qualunque fonte di lucro possa loro presentarsi dinanzi, come in primo luogo i cospicui flussi finanziari che provengono dall’Europa per progetti di ogni tipo e per ogni campo, dall’agricoltura all’edilizia, dalle energie rinnovabili alle riqualificazioni ambientale e urbanistica. In questo contesto, una trattazione a parte meriterebbero le cosiddette “agro-mafie”, favorite da un sistema di controlli alquanto labile che permette la filtrazione di ingenti risorse a beneficio dell’economia illegale sommersa che ad un certo punto deve riciclarsi, grazie ad una platea sterminata di “teste di legno” o “prestanome”. Mentre rimane un mistero, che prima o poi sarà svelato, quello che vede una decrescita del PIL a fronte della crescita della spesa dei fondi del tanto osannato “PNRR”. L’uomo della strada si chiede: ma dove finiscono i soldi?
Ma i veri ladri d’Italia, in senso lato e figurato oltre che in alcuni se non molti casi del tutto concretamente, sono coloro che dai tempi della caduta della cosiddetta prima repubblica presumono di svolgere il ruolo di “politici”. E’ evidente che chi avesse avuto la vocazione del “politico”, certamente nobile, ossia quella di dedicarsi anima e corpo per il progresso del bene comune a costo di sacrifici personali, non è più presente da tempo nei palazzi del potere esecutivo e legislativo nonché, ancora peggio, in quelli dell’amministrazione regionale e locale. Si è realizzata una spietata selezione genetica che, come insegnava Darwin, ha fatto prevalere le figure senza scrupoli su quelle con una coscienza, le figure senza dignità su quelle con uno spiccato senso dell’onore, in una parola i peggiori sui migliori. La “politica” è divenuta una lurida scorciatoia per saltare la fila, per ottenere incarichi, benefici e denari altrimenti irraggiungibili per propri meriti. Ladri di tutto.