di Salvatore Fiorentino © 2024
C’è oggi chi – subentrati gli analisti geopolitici ai virologi – per darsi un tono parla di “post democrazia”. Con “post”, ormai abusato ovunque, per colmare il vuoto semantico nelle more del conio delle parole che descrivano i nuovi significati che tardano ad essere generati. Così fa breccia, oltre la cortina degli addetti ai lavori, la convinzione che le democrazie “occidentali” (“accidentali”?), ritenute superiori rispetto alle altre forme di governo presenti negli stati del globo (terracqueo?), quali dittature, autocrature o democrature che dir si voglia, non siano delle effettive democrazie, perché gli apparati istituzionali, nonché tutta la giostra dei partiti e movimenti politici che ruota attorno, servirebbero solo “pro forma”, dato che le decisioni, quelle vere e che contano, sarebbero prese “altrove”, da innominati attori seduti dietro quinte invisibili.
E chi “comanda” oggi nel mondo “occidentale”? Certamente non Biden né Trump, né von der Leyen né Macron, né tanto meno Scholtz o – dulcis in fundo – Meloni. Quest’ultima ansiosa di inchinarsi al nuovo presidente americano di turno tanto quanto lo è nel cambiarsi vistosamente d’abito ogni giorno (a spese dei contribuenti), dimostrando a tutti che, come seraficamente osservato dal patron della maison “Valentino”, stile ed eleganza sono due cose diverse, perché si può non essere eleganti pur vestendo gli abiti dell’haute couture, perché l’eleganza – così come gli altri talenti che distinguono ogni essere umano, quali la dignità, l’onestà, l’intelligenza e la bellezza, solo per citare i più comuni – è un dono di madre natura e non si acquista in boutique (per il resto c’è mastercard!). Sicché, nella vacanza delle politica prevale la legge del più forte, che si misura universalmente con la ricchezza.
Ricchezza di denari, con i quali si possono comprare persone e cose, perché con i denari si compra il pane oltre che le auto di lusso, e quindi la sopravvivenza (deinde philosophari) oltre che l’ostentazione. Ed è quindi conseguente che oggi, con una politica assente e ritratta, sembrino comandare i Musk, i Soros, i Gates, i Bezos, gli Zuckerberg, e compagnia (di moneta) suonante. Anche se costoro non sono che la faccia visibile e superficiale del potere. Ed anche in questo caso la Meloni, indiscutibilmente prima al mondo in ciò, corre goffamente infagottata ad inchinarsi, confidando nella più classica delle captatio benevolentiae, con la speranza (ultima a morire) di accrescere o quanto meno consolidare il proprio potere impotente, come lo è quello della politica au jour d’hui, siccome viene quotidianamente mostrato dall’impietosa carrellata dei politicanti che affollano gli spazi mediatici ad ogni ora.
Ecco spiegato perché in questa epoca di politica al “grado zero” la motivazione che spinge uomini e donne (al netto delle mosche bianche) a candidarsi non è tanto quella ideale e nobile di contribuire a perseguire l’interesse generale, quanto l’altra, più pratica e ignobile, di accumulare potere e denari. Nella “legalità”, certo. Almeno così si dice. Poi però si abroga l’abuso d’ufficio ed allora questa legalità, solo formale, diventa sempre più incompatibile con i principi etici e di buon senso che peraltro la stessa Costituzione – questa disconosciuta – fissa in modo chiaro e semplice e a tutti comprensibile. Ma non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere, così come non c’è peggior ladro di chi non tollera “lacci e lacciuoli”, come si dice, nella gestione dell’amministrazione pubblica, perché questi non sarebbero altro che un inutile freno allo “sviluppo”, ossia al dilagare delle ruberie di soldi pubblici.
Non è vero, quindi, che la politica contemporanea difetti di visione e di strategia alle quali informare azioni concrete efficaci. La verità è che la visione prevalente (per non dire l’unica) è quella di accaparrare alla cieca le risorse pubbliche per produrre spesa finalizzata ad alimentare la propaganda, le lobby (quella delle armi è la prima) e i clientes (ogni partito o movimento ha i propri), tanto più quando questi denari scorrono copiosamente come con le “rate” del PNRR. E i dati parlano chiaro, visto che se a giugno 2024 risultavano spesi in Italia oltre 50 miliardi di fondi PNRR, nel contempo il PIL decresce invece di impennarsi come aveva profetizzato il mago di Oz (al secolo Giuseppi Conte) quando aveva portato a casa 192 mld di cui 123 di prestiti e solo 69 di “grants” (sovvenzioni a fondo perduto). Non mancano le potenzialità per un “progetto-paese”, ma è la politica al “grado zero” che lo aborre.