di Salvatore Fiorentino © 2025
Il 28 dicembre 1983, in un intervista televisiva rilasciata ad Enzo Biagi, Giuseppe Fava, giornalista quanto mai scomodo per la “borghesia mafiosa” ed i poteri ad essa sovrastanti, fece un’affermazione tanto semplice quanto esplosiva, tenuto conto che in quell’epoca c’era ancora chi negava persino l’esistenza della mafia: “… mi rendo conto che c’è un’enorme confusione sul problema della mafia … i mafiosi stanno in parlamento, i mafiosi a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione … “. Il 5 gennaio 1984, dopo appena una settimana da quella intervista, Giuseppe Fava viene assassinato a Catania, davanti al Teatro Stabile, dove attendeva l’uscita della sua nipotina di 5 anni che aveva partecipato alle prove di una rappresentazione teatrale. I mandanti furono ritenuti i boss mafiosi Santapaola ed Ercolano, ma il pentito Maurizio Avola aveva riferito di “imprenditori catanesi” e di Luciano Liggio.
Il 5 gennaio 2025, con un articolo pubblicato da “La Repubblica”, Claudio Fava, figlio del giornalista ucciso 41 anni prima, anch’egli giornalista ed anche con esperienze politiche – nelle quali si è distinto particolarmente per l’attività svolta come vice presidente della Commissione nazionale antimafia e come presidente della stessa commissione nella regione siciliana – ha evidenziato la “distanza” che le “istituzioni” hanno sempre mostrato dal delitto Fava, ed in particolare i sindaci della città che si sono susseguiti dal 1984 ad oggi, nessuno dei quali ha mai partecipato personalmente alle rituali commemorazioni che vengono celebrate ogni anno nel luogo dove fu posta – per iniziativa degli studenti – una lapide in memoria. Secondo Claudio Fava, l’assassinio del padre segnò una netta cesura, dividendo in due parti tra loro inconciliabili gli abitanti ed il sentire comune della città, che è poi lo stesso di quanto accade in Sicilia, dove tutto cambia ma niente è cambiato.
Oggi il sindaco di Catania si chiama Enrico Trantino, figlio d’arte, sia in senso professionale che politico, del più noto Enzo, recentemente scomparso. I Trantino sono noti in città, e non solo, per la storica militanza politica nel Movimento Sociale Italiano, oltre che per l’attività svolta come avvocati di grido. Il padre, Enzo Trantino, era stato candidato sindaco di Catania per le elezioni del giugno 1993, nella stessa tornata in cui correvano anche Claudio Fava ed Enzo Bianco (che prevalse per un soffio su Fava), e ritenne opportuno ritirarsi dalla contesa a seguito di un articolo della stampa nazionale che lo aveva additato come l’avvocato di Nitto Santapaola, arrestato il 18 maggio dello stesso anno dopo una lunga latitanza, alcuni mesi dopo l’arresto di Totò Riina (15 gennaio). Dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, si viveva la “primavera palermitana”, con l’affermazione del sindaco Leoluca Orlando (già democristiano) sotto le insegne de “La Rete” a cui aderiva anche Claudio Fava.
Come avviene per tutte le primavere (Movimento Cinque Stelle docet), sia quella “palermitana” che quella “catanese” mostrarono presto i segni di un precoce “sfiorimento” (nonostante l’impegno profuso dall’allora sindaco etneo Enzo Bianco, detto “Enza a ciurara”) vanificando le grandi aspettative che erano state alimentate presso l’opinione pubblica dal clima di apparente cambiamento che si respirava in Italia con la caduta della “prima repubblica” e dei suoi protagonisti, da Craxi ad Andreotti, epoca che i poteri atlantici avevano deciso di chiudere, come avviene sempre con tutte le creazioni (stati, governi, terroristi) americane quando iniziano a illudersi di poter vivere di luce propria. Lezione, quest’ultima, ben compresa dall’attuale premier Meloni, che nel dubbio preferisce correre il rischio di peccare di piaggeria e sfigurare nello scenario interno, ben consapevole che il vero giudizio che conta non viene elaborato in Italia né a Bruxelles, ma a Washington.
Appare quindi inutile contare sull’evenienza che oggi, 5 gennaio 2025, il sindaco di Catania, che pur la dovrebbe rappresentare tutta ancorché spaccata in due parti da ormai 41 anni come ha ben scritto Claudio Fava, possa recarsi sul luogo del vile attentato per testimoniare che qualcosa è davvero cambiato, in Sicilia, in Italia, nel mondo. Ossia che quelle virtù, che sono tanto belle da ammirare e declamare sulla pelle degli altri, come la dignità, l’onestà, il coraggio e l’umanità, le stesse che vestirono Giuseppe Fava nella sua vita terrena e che ne circondano la memoria, siano per un giorno (almeno il 5 gennaio) simbolicamente vestite da tutti i cittadini catanesi per tramite dell’istituzione deputata a rappresentarli. E’ inutile contarci, perché prima che un esponente politico possa mostrarsi all’altezza del suo compito dovranno essere i cittadini a rivelarsi degni del loro ruolo che, secondo il beneamato Gianbattista Scidà, è la carica massima a cui poter aspirare.