di Salvatore Fiorentino © 2025
Era il Belpaese, ma forse non lo fu mai veramente. Grandi ingegni, ma grandi criminali a tarparne le ali. Al di là dei casi che si srotolano nelle cronache, si può avanzare una considerazione generale sullo stato di decadimento di quello che non a caso fu definito, ed in tempi non sospetti, dal sommo poeta come doloroso ostello, nave alla deriva nella tempesta, gran bordello. Non v’è ormai concorso, dall’ultimo degli uscieri al primo dei primari, per il quale non vi sia la mano lesta a determinarlo, sicché esso fa il paio con un ricorso, una denuncia pubblica, un caso sulla stampa, un esposto. E sempre che, nei casi fortunati, ci sia davvero il concorso, perché ormai il potere nomina senza pudore amici e parenti, clienti e affini, vicini e lontani, purché ad esso sottomessi e genuflessi. E nel frattempo il cittadino guarda e riguarda la lista di attesa, finché morte non lo incolga.
E c’è chi smette ogni pudore nel dire: “ma questo è il miglior politico di tutti i tempi!”, ma solo dopo aver ricevuto la prebenda, lo strapuntino, il posticino, per qualche famiglio ancora a spasso, e proprio perché, guardacaso, concorrente all’alimento di quella politica del cliente che è poi un debente, quella politica che tramuta gli asini in cavalli, mettendo a quest’ultimi le ali, finché durano perché posticce. Non c’è ritegno, la dignità è persa, non c’è dirittura né tanto meno arrivo, perchè non c’è ormai partenza. Nepotismo, clientelismo, familismo. Amorali. Non tanto perché violano leggi e regolamenti, quanto perché sanciscono l’incapacità a competere, a correre, concorrere, sfidare, osare, rischiare, in una parola vivere di vita propria invece che restare appesi al filo del padrone-padrino, sin quando egli vorrà.
Azzeccagarbugli di ogni dove, legulei miopi all’inverosimile, sudano le carte alla ricerca di un cavillo senza poi trovarlo, ed allora violentano la pagina, la stropicciano, la strappano se necessario, la corrompono, la sovrascrivono, come falsari indegni di un potere che un dì fu pubblico ma è ora scaduto nel privato, siccome è il cittadino privato dei suoi basilari diritti, che divengono favori, da mendicare, di talché il miserabile sarebbe proprio lui, mentre lo è divenuto, non rendendosene conto, accecato com’è di potere, chi si crede di questi il padrone. E non c’è mai tempo e denari per ciò che serve veramente, mentre si spalancano i portoni e i forzieri per accogliere le richieste più fantasiose, purché siano di chi interessa, di chi saprà ricompensare il benefattore del giorno neppure tanto esoso, tant’è la dignità ormai un tanto al chilo.
E se non vi fosse la morte – non a caso dal Gattopardo nobilmente corteggiata per tutta la vita – a far estinguere non solo i reati ma pure le umane miserie, potrebbero trascorrere secoli, millenni, ere glaciali, persino anni luce. Ma inutilmente, di fronte a certi miserabili, che usano le pubbliche insegne per maneggiare l’interesse privato, per trafficare tra favori e ricatti, che si disinteressano del popolo da cui si vantano di essere eletti, per infliggergli inenarrabili patimenti, maledicendo chi alle loro brame più volgari che illecite si oppone. Pare tutto precipitato, se è vero che un tempo non lontano vi fossero stati sussulti di dignità: si diceva che per ogni raccomandato ci dovesse sempre essere uno preparato. E questa regola aurea vigeva persino in Sicilia tanto per dirigere un canile quanto per amministrare il più eccellente tra gli ospedali.
Difatti è un crimine da espiare, se per avventura si dia il caso di non dover dire grazie al politico affamato, al barone universitario affermato, sicché bisogna guardarsi persino dalle sedie e dagli armadi, comprati con la cresta, così come tutti coloro che sono per loro disgrazia servi e sottomessi, perché magari avevano il diritto, ma hanno preferito fare l’inchino, per ottenere il gran favore. Costoro non potranno mai capire chi da loro è diverso, perché non si è sottomesso, e che pertanto potrà ascoltare e capire il bisogno del cittadino, anche dell’umile ed dell’emarginato senza mai avere timore del potente che è spesso solo un misero prepotente. Così il vero miserabile è chi vuole tutto ad ogni costo, ma che poi non ha niente, perché non c’é ricchezza più grande della libertà di poter dire no grazie, io non ho un prezzo, rivolgetevi a quello appresso, col cartellino ancora addosso.