Guerra continua

di  Salvatore Fiorentino © 2025

Finché c’è guerra c’è speranza. Perché vuol dire che non siamo tutti morti. Condizione in cui regnerebbe la pace sovrana. Questa è la logica conclusione, ad oggi verificata dai fatti storici, a cui si perviene se si usa un approccio “newtoniano”. Ma, si potrebbe dire, cosa c’entra la fisica con la guerra? C’entra tanto quanto c’entra la concezione della realtà del mondo, basata sul concetto di entropia, che afferma che senza la differenza di temperatura (di potenziale elettrico, in altri termini) ci sarebbe la morte perenne dell’intero universo, figurarsi della povera Terra abitata da qualcosa di più evoluto di scimmie accecate dal delirio di onnipotenza, ossia dall’arroganza del potere. Scimmie che, come ha magistralmente immortalato Stanley Kubrick nella celeberrima overture di “2001 A Space Odyssey” (1968), compiono il salto di qualità quando comprendono l’utilità di un’arma per sopraffare il proprio simile ed affermare il proprio potere.

Eppure, una speranza alternativa, che non ci condanna alla guerra perenne, può essere colta nelle parole di Stephen Hawking quando egli osserva che siamo le prime scimmie che si interrogano sull’universo. Forse i gravi limiti fisici patiti da Hawking, a fronte di una eccezionale profondità di pensiero, hanno indotto lo scienziato a soffermarsi sull’aspetto “non newtoniano” dell’esistenza umana, ossia, focalizzata sulla materia intangibile, del cosmo. Lo scarto decisivo si realizzerebbe nel passaggio dal “pesabile” al “pensabile”, dalla materia dotata di massa a quella che ne è priva come l’informazione. Difatti, se l’assenza di massa consente il trasporto istantaneo a qualunque distanza nell’universo, come è stato teoricamente predetto ed anche dimostrato in laboratorio (il cosiddetto “entanglement quantistico”), ciò non può avvenire per i corpi dotati di massa e per questo vincolati alla velocità della luce, inadeguata per esplorare e quindi comprendere il cosmo.

Dal punto di vista di una disciplina come la filosofia (intesa nella generalità che vi ricomprende la psicoanalisi), a buon diritto quanto meno tangente a quella della cosmologia, lo stesso Carl Gustav Jung aveva esplorato il pensiero umano nella sua datità immateriale, non escludendo la possibilità che esso sia conseguentemente non vincolato al tempo e allo spazio, e quindi, diremmo, alla fisica einsteniana (non altro che l’affinamento di quella newtoniana), che trova quale limite invalicabile la famigerata “velocità della luce” pari a circa 300.000 km/s, ossia nulla in confronto alle dimensioni ad oggi conosciute dell’universo, esteso 93 miliardi di anni luce. Sconfinando nel pensiero mitologico e religioso, si potrebbe inoltre ipotizzare che la vita corporea sia solo una fase preparatoria in cui ciascuno forma la propria mente e quindi il proprio pensiero per poi liberarlo nel momento in cui si separa dal corpo materiale. Ma ciò è negato dalle “scienze esatte”.

Il pensiero razionale, che assume esistente e reale solo ciò che conosce e riconosce, si auto-preclude la visione oltre il campo d’azione dei suoi strumenti tangibili e ha formulato sullo spazio e sul tempo idee approssimate che vengono progressivamente riviste. E senza la dimensione irrazionale del pensiero, che solitamente viene attribuita all’arte ma non alla scienza, l’uomo pone un limite invalicabile alla propria esistenza. Così come le arti non sono informate al solo pensiero irrazionale, le scienze non possono limitarsi a quello razionale. Jung suggeriva di affidarsi agli indizi che vengono forniti dall’inconscio, che si manifesta nel sogno. Ed è l’immaginazione, che è la fonte generatrice dei sogni, la più potente facoltà che il cervello umano possiede e che pertanto sembra essere la principale risorsa da cui attingere. Tutto ciò che riusciamo ad immaginare è possibile, affermava d’altro canto Sigmund Freud. E se tutti immaginiamo un mondo migliore, sarà possibile.

Questo intendeva dire, con un linguaggio alquanto semplice e comprensibile a tutti, John Lennon nel suo celeberrimo brano “Imagine”: Imagine there’s no countries / It isn’t hard to do / Nothing to kill or die for / And no religion too / Imagine all the people / Living life in peace … Imagine no possessions / I wonder if you can / No need for greed or hunger / A brotherhood of man / Imagine all the people / Sharing all the world … E, non a caso, “I have a dream”, disse Martin Luther King il 28 agosto 1963 alla conclusione di una manifestazione per i diritti civili, per il lavoro e la libertà, svoltasi a Washington durante la presidenza di John Fitzgerald Kennedy. C’è quindi la speranza che non ci sia più guerra, se solo gli uomini compiranno un ulteriore passo nella storia dell’umanità, nell’una o nell’altra delle direzioni possibili: autodistruggersi sino all’estinzione, oppure andare oltre le miserie terrene. Perché la guerra è provocata solo da una malattia: quella di voler sopraffare il proprio simile.