Le scarpe di van Gogh

di Salvatore Fiorentino © 2025

Una studentessa dell’ateneo di Padova, nel corso dell’inaugurazione dell’anno accademico, decide di commettere un atto simbolico di certo effetto, preparato e condiviso con i colleghi di cui è portavoce: si spoglia della “camicia nera”, ossia di quell’abito che si confà alle cerimonie rituali che si celebrano periodicamente nelle università, affermando che molti, in questo Paese, dovrebbero farlo. Ossia dismettere i panni di un modo di intendere la società e, innanzitutto, la politica, che può ricondursi a modalità ben altre da quelle che devono ormai ritenersi quale patrimonio condiviso delle più avanzate democrazie, ed al di là di chi le governi pro tempore. Come era ovvio, e certamente previsto, ne è scaturito un profluvio di reazioni da parte di commentatori di ogni risma, dall’avventore da bar sino all’illuminato intellettuale d’antan, che si è fatto, suo malgrado, sopraffare dal pessimismo della ragione, a fronte di fatti che convergono ad annunciare un’ epoca opaca e buia.

Ma tra le tante osservazioni degne di nota che scorrono nel mare magnum dei social network, se n’é fortunosamente potuta raccogliere una di certo interesse, che qui si riporta per esteso: “ai giovani hanno tolto gli strumenti, gli hanno tolto persino le scarpe“. La frase si presenta, nella sua cruda verità, esteticamente brillante e semanticamente pregnante, anche perché rimanda subito ad un dipinto celebre (di Vincent van Gogh) che è stato oggetto di particolare interesse da parte di filosofi di prim’ordine, come Martin Heidegger e, in polemica col primo, Jacques Derrida (che chi scrive, quando in gioventù frequentava anch’egli l’accademia, mosso dagli stessi ideali della studentessa in fabula, ebbe l’onore di conoscere personalmente, in quella terra mitica abbacinata dal bianco e senza tempo che è Ortigia in Siracusa). Sicché, non ci si è potuti esimere dal replicare che è vero, ma che la consapevolezza è il punto di partenza, e che i giovani le scarpe ad un certo punto se le riprenderanno, per proseguire un cammino che, nessuno, potrà mai negare loro.

Mai, ovviamente, da intendere in prospettiva, perché come per la Liberazione dal nazi-fascismo fu necessario che una e più generazioni si sacrificassero perché quelle seguenti potessero respirare – e qui il collegamento con il pensiero dell’antimafia autentica e umana di Paolo Borsellino è doveroso – quel fresco profumo di libertà che fa respingere il puzzo del compromesso, è probabilmente allo stesso modo stato necessario che le generazioni dagli anni ’80 ad oggi abbiano dovuto sacrificarsi perché quelle successive potranno vivere in un Paese effettivamente democratico, libero e solidale. Potrebbe sembrare un’utopia, ma come è noto l’ottimismo della volontà (ove vi sia la consapevolezza) supera sempre, seppur sul filo di lana, il pessimismo della ragione. E senza voler indulgere nella religione, è un dato di fatto storico che il bene prevale infine sul male, altrimenti non vi sarebbe più il mondo e, come si suole dire, Satana sa costruire eccellenti pentole, ma è incapace di realizzarne i coperchi. Così la verità e la giustizia infine prevalgono, seppur a caro prezzo.

Un dato è certo, come sa bene chi ha vissuto quegli anni. Dalla fine degli anni ’80 ad oggi si sono ristretti progressivamente gli spazi della democrazia italiana, si è ridotta la giustizia sociale, si è squilibrata la società a favore dei ricchi sempre più ricchi e in danno dei meno abbienti sempre più depauperati e non per loro colpa, ma per la predoneria dei più forti. La tanto vituperata “prima repubblica” aveva garantito la coesione sociale, lo sviluppo temperato, l’equilibrio tra capitale e lavoro, la tutela dei diritti civili senza farne questione ideologica o di becera propaganda di parte. Dal fallito “golpe” ordito su mandato atlantico per via giudiziaria tra Milano e Palermo, è nato l’ircocervo della “seconda repubblica”, dove gli ex comunisti hanno infine stipulato un compromesso al ribasso con il capitalismo rampante e senza scrupoli capitanato da Silvio Berlusconi, disponibile a fare patti col diavolo (non a caso scelse di acquistare il Milan calcio) pur di emergere in ogni settore, in evidente sindrome da delirio di onnipotenza, conclamatosi con la “discesa” in politica.

La sedicente sinistra ha introdotto il peggior male sociale di tutti i tempi: il precariato nel lavoro, subìto dalle generazioni che hanno, loro malgrado, dovuto conoscere questa pestilenza che ancora oggi perdura sotto le insegne false e ipocrite di una destra che si dipingeva sociale sino alle elezioni del 2022, ma che ha aggravato questa aberrazione instaurando un clima arroganza, intimidazione e minaccia a cui sono oggi sottoposti tutti i lavoratori, e soprattutto quelli del settore pubblico. Perché la destra di oggi ritiene, come fu per il fascismo, di poter imporre forzatamente la propria visione politica, se non la tessera di partito, in una nuova perniciosa confusione tra governo e Stato. Questi nuovi governanti, davvero digiuni di cultura costituzionale, hanno evidentemente frainteso (e la buona fede è tutta da dimostrare) il loro compito di amministrare la res publica nell’interesse di tutti i cittadini con il ritenuto diritto di imporre i loro desiderata, anche prevaricando gli altri poteri dello Stato autonomi ed indipendenti. E’ giunto il tempo di riprendersi le scarpe.