di Salvatore Fiorentino © 2025
Se per “Occidente” si intende quel mondo che poggia sui pilastri della cultura dell’antica Grecia, del diritto dell’antica Roma, dell’arte del Rinascimento italiano e dell’Illuminismo europeo, patria dello stato di diritto in cui ogni uomo o donna nascono liberi ed eguali, allora questo mondo sta naufragando. Al di là delle complesse analisi che competono agli esperti della materia, al cittadino comune appare subito evidente un dato di fatto: la scarsa consistenza e serietà, e quindi affidabilità, dei leader politici che guidano le nazioni più importanti che costituiscono questo “Occidente”. Non si tratta di stigmatizzare, oggi, i comportamenti bizzarri di Donald Trump, o le frivoletés politiche di Emmanuel Macron, né le assurdità dell’Europa di Ursula von der Lyen. Ma occorre comprendere che dalla caduta del muro di Berlino (1989), ossia con il riassetto dei rapporti di forza tra USA e URSS, questo “Occidente” sta mentendo a sé stesso.
Ha mentito quando si sono giustificate le guerre nel medio-oriente con la scusante di dover esportare la democrazia, creando e foraggiando dittatori e terroristi (Saddam Hussein, Osama Bin Laden, solo per citare i maggiori) per poi scaricarli violentemente non appena non più utili. O viceversa, riportandoli in auge come in Siria, per scacciare il regime di al-Assad, riparato rocambolescamente nell’amica Russia. Lo stesso è accaduto da ultimo con Zelensky, statista inventato dagli americani per mettere una spina nel fianco ai russi, oggi dimissionato platealmente da Trump, ma sarebbe accaduto lo stesso, seppur con diverse forme, anche se come presidente USA fosse stata eletta Kamala Harris. Che, da brava democratica, nel momento che infuriava la guerra in Ucraina e il massacro a Gaza, non trovava niente di meglio che fare campagna elettorale all’uscita dei negozi di dischi, ostentando i suoi ultimi acquisti di gusto raffinato, in linea con il suo profilo “pop-chic”.
L’Occidente ha ancora mentito a sé stesso quando ha scientemente rinunciato al “welfare state” – e qui le più gravi colpe sono da ascrivere all’Europa – sbilanciando l’equilibrio tra capitale e lavoro su cui era stato possibile realizzare una rinascita non solo economica ma anche socio-culturale del vecchio continente, garantendo il più lungo periodo di pace della storia dell’umanità. L’Italia, al quarto posto (dopo USA, Giappone e Germania) nella classifica del PIL (PPP) nel mondo dal 1980 al 1991, nel 1992 scende al sesto piazzamento per l’avanzata di Cina e Russia, scendendo ancora al settimo posto nel 1995 per la scalata dell’India, e all’ottavo posto una volta superata anche dalla Francia nel 2000. Nel 2003 l’Italia è decima, scavalcata anche dal Brasile e dal Regno Unito, undicesima nel 2011 una volta raggiunta dall’Indonesia, dodicesima nel 2014 dopo il sorpasso del Messico, tredicesima nel 2020 con l’avanzamento anche della Turchia.
Ma per comprendere il male profondo che ha colpito gli USA e che ne ha messo in discussione il ruolo di leader globali, pertanto rendendoli molto pericolosi come lo è una possente belva ferita, occorre guardare alla poderosa crescita economica realizzata negli ultimi dieci anni dalla Cina ai danni dal paese a stelle e strisce, il che dà la misura del decadimento dello stesso paese che, incontrastato, ha dominato economicamente il XX secolo. Ecco allora così spiegato uno dei possibili (forse il principale se non l’unico) motivi per cui da anni (e non certo da oggi, con il Trump II) gli USA cercano di rinsanguarsi a spese dell’Europa, dato che non è possibile per un verso fermare l’avanzata cinese né, per altro verso, ipotizzare di piegare la Russia mediante l’allargamento della NATO, tenuto conto della pressione crescente di altre potenze economiche come India e Indonesia, da anni stabilmente piazzate ai primi posti della classifica dei paesi col maggior PIL (PPP).
E vale oggi ancor di più il monito di Henry Kissinger, secondo cui se essere nemici degli USA era pericoloso, esserne amici poteva dimostrarsi fatale. Per quanto concerne l’Italia, anche grazie ai cavalli di Troia insinuati dagli anni ’80 ad oggi nelle postazioni istituzionali di potere determinanti, che hanno agevolato la deindustrializzazione del Belpaese, consentendo nel contempo una svendita del potere di acquisto nel passaggio all’euro, così come il depauperamento con le privatizzazioni selvagge degli asset strategici nazionali. Abbiamo altrove documentato che questo processo di programmata deindustrializzazione (e depauperazione) nazionale fu progettato dai cosiddetti Andreatta’s boys, tra cui spiccano i protagonisti del centro-sinistra, sospinto alla conquista del potere dagli USA con la morsa a tenaglia delle stragi e del ciclone di “Mani pulite” che misero fuori gioco coloro che avversavano il declino dell’Italia. Sicché la Meloni oggi rischia di fare la fine di Zelensky