di Salvatore Fiorentino © 2025
Se c’è un passo del “Manifesto di Ventotene” che l’attuale premier (per caso) Giorgia Meloni avrebbe dovuto citare sopra tutti, durante quell’indecoroso spettacolo offerto dinanzi al parlamento italiano, esso è il seguente: “… il potere si consegue e mantiene non semplicemente con la furberia, ma con la capacità di rispondere in modo organico e vitale alla necessità della società moderna …”. E quanto a furberia la Meloni non è seconda a nessuno, evidentemente contando sull’ignoranza dei suoi sostenitori riguardo il suddetto “Manifesto” dal quale la premier ha estrapolato strumentalmente alcuni lacerti sicché da deprivarli artatamente del loro senso effettivo ed autentico, una volta decontestualizzati dal testo integrale dell’esemplare documento, redatto nell’anno 1941 da Altiero Spinelli e Ernesto Rossi mentre si trovavano al confino come oppositori al regime fascista, nel quale si delinea il futuro dei popoli europei fondandolo su libertà, solidarietà ed eguaglianza.
E’ quindi ormai palese, se mai ve ne sia stato dubbio, che la Meloni non faccia altro che perseguire l’obiettivo di incrementare, consolidare ed accentrare il potere nelle proprie mani e in quelle dei propri stretti fiduciari, in primis la sorella Arianna, piegando a tale scopo ogni azione e decisione, anche grazie al fatto di poter contare sulla attuale debolezza numerica, programmatica e di leadership degli alleati, Lega e Forza Italia. Non conta se a capo degli USA vi sia Biden o Trump, perché il principio che viene seguito dalla premier italiana è quello dell’assecondamento incondizionato e supino verso “chi comanda”, a prescindere dalle ragioni di merito o di metodo. E’ quello che fece il duce Benito Mussolini che per gonfiarsi il petto si rese servile sino all’inverosimile verso il più forte del momento, a quel tempo Adolf Hitler, al punto da offrire soldati italiani come carne da macello per la suicida spedizione in Russia, dalla quale pochissimi fecero tragico ritorno.
E’ la sindrome del dittatore, che non vuole cedere il potere conquistato, in un modo o nell’altro, ed a qualunque costo, che vede nemici e complotti ad ogni angolo, mentre in verità è assalito in ogni istante dall’inconscia consapevolezza di non essere all’altezza del compito che gli è stato affidato. Questo spiega la bulimia di potere spinta all’ossessione di dover controllare tutto e tutti, amici e nemici, alleati ed avversari, capitalisti e sindacalisti, giornalisti e show man, perché anche una goccia di dissenso, persino presunta o accennata, lo getta in una crisi profonda di identità. Questo attaccamento spasmodico e febbrile al potere è spesso accoppiato a quello per il denaro: il potere come strumento per ottenere sempre più denaro e il denaro come mezzo per ottenere sempre più potere, in una spirale virtualmente infinita che si conclude, presto o tardi, con il collasso politico, istituzionale ed umano di chi ne rimanga irretito.
Un dittatore siffatto si nutre di carne ed anime umane. Molti, quasi tutti, ne vengono attratti senza possibilità di resistere, senza capire che più si avvicinano più viene loro erosa la libertà di pensare, di agire, nella vita professionale così come in quella privata, sino al punto di non poter decidere con chi condividere un’amicizia, una relazione di qualsivoglia natura. Alcuni pensano che stare vicino al centro di questo potere autocratico e totalizzante possa garantire loro privilegi concreti e un certo status sociale, ma è una mera illusione, un sogno che improvvisamente si trasformerà in un incubo, quando i nodi verranno, presto o tardi, al pettine. Perché non c’è niente che valga la pena di privarsi della libertà, della dignità, dell’umanità. Altri invece credono di poter utilizzare un dittatore a loro comodo, ma anche in questo caso hanno fatto male i conti col destino, che sarà inesorabile nel presentare il conto, senza sconti né occhi di riguardo per nessuno. Ma il disastro procurato da un dittatore coinvolge tutti, anche chi si tiene a debita distanza.
Tornando alla attualità politica italiana, qual è il segno più tangibile della sindrome del dittatore imperante? Certamente uno è subito visibile nell’abolizione del reato di abuso di potere. Al di là di ogni ragionamento giuridico, l’idea stessa di ritenere che chi detiene un potere pubblico ne possa abusare e restare impunito è di per sé aberrante. Non che prima il reato fosse efficace, in quanto già svuotato e depotenziato da Democratici e Onesti stellati, ma il fatto che sia stato dichiaratamente abolito dà la cifra della sindrome del dittatore. Perché il dittatore è tale nell’ostentare il suo dominio su uomini, animali e cose, scaturendo questa recondita pulsione da un irrisolvibile complesso di inferiorità personale, morale e sociale. Il dittatore è talmente convinto di essere il peggiore da non avere altro scampo che imporsi con la violenza verbale e fisica, con la sopraffazione di tutto ciò che non può vincere col ragionamento e con la verità. Perché, come insegna la psicoanalisi, l’aggressività esibita non è altro che la denuncia inconsapevole di una cronica sofferenza interiore.