La politica aujourd’hui

di Salvatore Fiorentino © 2025

Prima di poter rispondere alla domanda con cui ci chiediamo cosa sia diventata oggi la politica, dovremmo chiederci se costei ancora esiste. Perché c’è il fondato sospetto, se non il timore, che la politica sia morta e sepolta. O, ancora peggio, che sia morta ma che ancora cammini, imperversando nelle vite dei cittadini, che pertanto rischiano di essere derubricati (e decerebrati) al ruolo di zombie. Zombie che votano per altri zombie, anche se la maggior parte degli aventi diritto ha capito che è meglio abbandonare questo camposanto e rifugiarsi nell’astensionismo, il cui partito, che non c’è ma esiste di fatto, detiene la maggioranza assoluta nel Belpaese. Del resto, il panorama è quanto mai desolato e desolante. Se un tempo bastava turarsi il naso (secondo Indro Montanelli, quanto mai sopravvalutato) per votare la DC, oggi non basterebbe chiudersi occhi e orecchie, oltre al naso, per votare i figuri che si propongono senza pudore.

L’esito è obbligato, ma ci offrono la scelta della morte di cui morire, ed è come se ci dicessero di buttarci dal quinto oppure dall’ottavo piano, questa è l’alternativa democratica. Il teatrino della politica (o quello che è diventata) impera ad ogni latitudine, dal nordest leghista sino all’Isola che non c’è, ossia la Sicilia, che è sempre stata luogo privilegiato per formulare le più assurde alchimie immaginabili e, ciò nonostante, destinate a contagiare e propagarsi per tutto il paese. Da cui la non invidiabile fama di “laboratorio politico” d’Italia e, di sicuro, dati gli esiti, paragonabile a quello che diede la luce a quel mostro denominato “Frankenstein”, tanto per rimanere in tema di zombie. E, in effetti, la politica attuale è un mostro che produce mostruosità. Ad ogni livello, da quello globale a quello della sagra di paese. Quale differenza c’è tra Trump, ossia l’uomo più potente del mondo, e Edmondo Tamajo, assessore regionale che da malato si sacrifica per presenziare ai convivii paesani?

Nessuna, così come nessuna differenza c’è tra Tamajo e quel deputato urlante, guardacaso dal rosso malpelo, in stile Cinque Stelle d’antan, che lo avrebbe “sgamato” agendo come quando vestiva i panni di “Iena Mediaset”, ancorché passato sotto le insegne dello “scatenato” (ipse dixit) Cateno De Luca, per poi finire nel gruppo del fritto misto nel parlamento più antico del mondo, in predicato per allearsi con i Fratelli d’Italia in salsa sicula, ossia gli stessi che il prode senza paura e senza macchia aveva pubblicamente stigmatizzato al tempo dello scandalo di quel deputato regionale (ma non si è saputo più nulla dalle parti del siracusano? e che ne pensa Manlio Messina, che pare ne fu il mentore, oggi messo in disparte dai vertici del partito?) che spostava, allegramente ma “legalmente”, fondi pubblici su associazioni di famiglia, a quanto pare all’insaputa di madre e moglie, a cui è stata fatta fare la misera figura di novelle Scajola ai tempi della casa fronte Colosseo?

Ma che politica ci potrà essere mai in questo laboratorio siciliano, oltre al terzetto Lagalla-Micciché-Lombardo, che assomiglia tragi-comicamente ad una di quelle patetiche reunion delle band rock i cui componenti, se ancora in vita, abbiano oltrepassato gli ottant’anni? Eppur, qualcosa, si muove. Come non riconoscere nelle elezioni provinciali ormai alle porte un segno del rinnovamento della politica isolana? Sempre al servizio del cittadino, ci sono dubbi? Solo che si fatica a capire che senso abbia non dare la parola al “popolo sovrano” per eleggere i propri rappresentanti (se ancora ha un senso la democrazia a cui abbiamo prestato fede) per darla a consiglieri comunali, assessori e sindaci che si candidano e si auto-votano per essere eletti. Sfugge al comune senso della ragione (ed anche a quello del pudore) il motivo per cui chi è già impegnato a sedere in un scranno senta l’impellente esigenza di candidarsi per sedersi in un altro, mantenendo il primo. Misteri della politica.

Ma quale politica? La politica, per quanto fosse ormai decadente (e tangente), è finita in Italia con la fine dei dinosauri della cosiddetta “prima repubblica”. Chi è venuto dopo non ne ha avuto evidentemente la statura, coltivando (solo) interessi personali o di parte, essendo stato cooptato, nominato, ripescato e sostenuto perché portasse a compimento il mandato di distruggere la politica autenticamene intesa, ossia l’arte di trovare la soluzione migliore per tutti. Muovendosi in senso opposto, oggi la (psedo)politica persegue la soluzione (spesso illecita) che assicuri un vantaggio ingiusto a pochissimi, a scapito di tutti gli altri. Questi “pochissimi” poi dovranno pagare dazio al manovratore di turno che resta spesso nell’ombra, dietro le quinte, in un modo o nell’altro, volenti o nolenti. Perché invece di rivendicare un diritto si prostreranno ai piedi del potente pro tempore per ottenere un favore, un posto in ospedale, un trasferimento di lavoro, una concessione edilizia di sgamo.