Un paese senza visione

di Salvatore Fiorentino © 2025

Tra le tante cose che vengono pubblicate nel mare magnum dell’informazione contemporanea al tempo di internet – e soprattutto dei social network – con buona pace di quell’erudito impenitente di Umberto Eco – nomen omen – si rinvengono talvolta delle felici sorprese, paragonabili a quello che in tempi epici era il ritrovamento di un “messaggio nella bottiglia” affidato alle onde dei mari, allo stesso modo di come Mosè fu affidato alle acque del Nilo per salvarlo dalla furia genocida del faraone egizio di cui narra la storia. Perché oggi più che mai il pensiero libero è a rischio dei soloni censori, che sarebbero a loro dire gli “antifascisti” ed “antimafiosi”. Sicché, nel frastuono insignificante ed alienante della rete, si scorge, incidenter tantum, uno scritto degno di nota che, nonostante tutto, si fa strada per giungere ai destinatari, dovendo infine superare l’ultimo esame della sua effettiva comprensione, affinché dal caso possano derivarne conseguenze concrete.

Abbiamo trovato la bottiglia e il messaggio in essa contenuto. L’abbiamo letto e condiviso. C’era scritto che viviamo in un paese, in Italia e soprattutto in Sicilia, senza prospettiva, perché il talento, il merito, la qualità, sono destinati ad impaludarsi negli acquitrini torbidi di quella che viene ancora definita come “politica”, ma che in verità è tutt’altro. E’ qualcosa che, nella migliore delle ipotesi, appare sorda, muta, cieca, priva di alcuna capacità di visione, concentrata ostinatamente a difendere piccoli e grandi privilegi di piccoli e grandi centri di potere, a raccogliere con ogni mezzo, persino il più miserabile, il consenso clientelare e parassitario pur di perpetuarsi, diffondendo tra la cittadinanza il virus pernicioso della rassegnazione, dell’ignavia, dell’apatia, dell’accomodamento arrendevole del “tanto peggio tanto meglio”, della disperazione consolante del “si salvi chi può (e chi non può? pazienza)”, anche riedito nel definitivo “speriamo che io me la cavo”.

Facciamo alcuni esempi, e come tali non esaustivi. A Roma, la capitale virtuale del mondo, il sindaco democratico si esalta, dandone notizia “urbi et orbi”, per aver inaugurato un percorso pedonale, riqualificato rispetto allo stato di degrado preesistente, di lunghezza pari ad un chilometro (dicasi uno), che collega la stazione ferroviaria di San Pietro alla Basilica di San Pietro. A Catania, quella che un tempo era definita la “Milano del Sud”, un sindaco post missino dal pedigree certificato, chiude al traffico per due giorni il lungomare della città per dare spazio alla manifestazione delle “Frecce Tricolori” dell’Aeronautica militare italiana, ma non si occupa di dare alla città un vero “waterfront”, dato che la parte pedonabile di questo lungomare è larga solo 2,50 metri, con un misero marciapiede arredato da vetuste panchine inesorabilmente corrose dalla salsedine accanto a qualche alberello di nuovo impianto che sembra già di non poterne più di stare a questo mondo.

Ci chiediamo dove sia finita la grande capacità di visione del “genio italiano”, quello che non solo ha prodotto la metà dell’intero patrimonio dei beni culturali presenti sul globo terrestre, ma anche un infinito tessuto di borghi costruiti in simbiosi col paesaggio, senza che al tempo fosse necessario consultare alcun piano regolatore generale, nessuna gazzetta ufficiale, nessun regolamento edilizio. Per converso, oggi, e sempre a Catania, si autorizzano centri commerciali anche dove erano previsti edifici scolastici, sol perché le autorità comunali affermano di aver smarrito la legenda dello strumento urbanistico. Anzi no. Visto che l’hanno ritrovata in tanti – in effetti bastava “googlare” – si è poi detto che “SM” non vuol dire “scuola media” ma “super mercato”. Tesi del resto avallata dal vicesindaco etneo che non è uno qualunque, ma nientepopodimeno che un chiarissimo professore universitario di “Tecnica urbanistica”, mica di enigmistica o di lotteria Italia.

Né è da meno il sindaco, avvocato principe del Foro, già assessore all’urbanistica nella precedente amministrazione locale, nonché ex genero di tale Mario Ciancio Sanfilippo, il dominus del quotidiano “La Sicilia” e di tanto altro, il quale Ciancio, secondo le sentenze, aveva rapporti con esponenti mafiosi, tuttavia senza che ciò abbia comportato alcun rilievo penale. Sicuramente una brava persona, altrimenti l’allora sindaco Enzo Bianco – quello della primavera catanese all’insegna della legalità e della trasparenza, in antitesi alla “prima repubblica” dei corrotti ed dei collusi con la mafia – non gli avrebbe dato ascolto nell’occasione della variante urbanistica del cosiddetto “P.U.A.” che riguardava la “cementificazione” dell’area del litorale sud della città, denominata “playa” per la caratteristica distesa a perdita d’occhio di dune sabbiose giallo ocra, di certo pregio ambientale e paesaggistico, unitamente alla limitrofa riserva naturale “Oasi del Simeto”.