di Salvatore Fiorentino © 2025
E’ stato osservato, ancorché da voci isolate, come oggi la Costituzione repubblicana, testamento per la democrazia di questo paese, sia impunemente vilipesa. Ed in particolare dall’abuso (in senso lato) del potere, di chi amministra la res publica come fosse un feudo personale. E diremmo anche da parte di chi compie imperdonabili peccati di omissione, facendo finta di non vedere, di non sentire, di non capire, ciò che sta succedendo di grave nel mondo, dove si sta nuovamente affermando il principio secondo cui il potere politico non ha limiti e che il diritto naturale dell’uomo deve pertanto soggiacervi, sino al punto di “giustificare”, anche mediante meschini giochi di parole, lo sterminio di decine di migliaia di persone inermi, per lo più donne e bambini, che non hanno alcuna colpa se non quella di essere nati in una terra dalla quale l’attuale governo israeliano, complice l’Occidente e molti paesi arabi, ha deciso di scacciarli.
Cartina di tornasole di questo vilipendio è innanzitutto la manifesta refrattarietà di tutta la classe politica al rispetto delle regole, con l’aggravante dell’ipocrisia esibita da chi si propone come paladino dell’onestà, mentre poi si comporta in senso incoerente a ciò. Basti pensare alla abrogazione del reato di abuso d’ufficio, ossia della condotta più odiosa commessa da chi esercita un potere pubblico rivestito su delega dei cittadini. Vero è che il reato è stato abrogato dal governo Meloni e dai suoi Fratelli d’Italia, ma occorre dire che furono i Democratici ad avviare il depotenziamento del reato, seguiti in questo percorso dai Cinque Stelle, al tempo in cui governavano l’Italia col 33% dei consensi, che lo resero di fatto inapplicabile. Sicché l’abrogazione decisa dal governo delle destre-destre non ha altro significato che dare degna sepoltura ad un “cadavere” che giaceva da ormai troppo tempo nelle aule di giustizia italiane al cospetto della epigrafe “la legge è eguale per tutti”.
Quindi oggi, in Italia, si può abusare del potere. Ad esempio, si può manipolare un concorso per reclutare pubblici funzionari senza commettere alcun reato, e si fa fatica a comprendere come poi i “prescelti”, in virtù di cotanta genesi abusiva, potranno assicurare al cittadino criteri di imparzialità come la Costituzione prescrive, potendosi presumere che avranno invece un occhio di riguardo per il cittadino che avrà votato il politico che li ha reclutati, assumendo di conseguenza un atteggiamento opposto nei confronti degli altri, in questo modo perpetuandosi un abuso di potere a cascata che mortifica i capisaldi della convivenza civile, ossia quelli di parità di condizioni senza alcuna discriminazione di sorta, conducendo la repubblica verso lidi assai lontani da quelli che vengono chiaramente descritti nella Costituzione vigente. Ed è ovvio che la quasi totalità dei cittadini, quelli che non possono permettersi di attendere i tempi della giustizia, non potrà che chinare la testa.
Ed è pure ovvio che in questo banchetto senza regole e senza criteri, se non quello dell’abuso del potere fattosi legge, non potrà che presenziare a pieno titolo anche “Mafia s.p.a.”, e senza bisogno di alcun invito per sedere in un posto di tutto riguardo se non a capotavola. E cosa potrà mai opporre un prefetto, non tanto “di ferro” quanto arrotolato come la carta stagnola, se costui dovrà ritenersi a disposizione non più della legalità e dello Stato di diritto, ma inevitabilmente obbligato verso quel potere politico (abusante se non abusivo) che lo ha nominato apprezzandone il misurato interventismo nel momento che scartava invece chi, più zelante del primo, abbia in scienza (ma soprattutto in coscienza) applicato fedelmente i principi della Costituzione repubblicana in nome del popolo italiano ed in onore delle vittime innocenti che si sono sacrificate per l’ideale di servire lo Stato, quello vero. Si consolerà tagliando nastri, partecipando a cene di gala.
Così come accade nella rappresentazione di una repubblica sempre più svuotata di contenuti fondanti, costituzionali, per dare spazio e diffusione alla retorica che scorre a fiumi senza alcun argine che possa regimarla, motivo per cui le parate militari, curate in modo maniacale in ogni più piccolo dettaglio in favore di telecamere a reti unificate sotto l’occhio vigile di una regia “politica”, divengono forma sterile con cui si tenta “abusivamente” di surrogare contenuti che latitano da ormai troppo tempo. E gli italiani? Sembrano ormai contagiati dal vizio capitale che il Principe di Salina attribuiva ai siciliani, che secondo lui si ritenevano così perfetti da non sopportare di essere svegliati dal loro sonno atavico, quasi un oblio senza tempo nella storia millenaria di dominazioni subite e mai una germogliata in loco, e neppure da chi portasse loro in dono i più meravigliosi regali. Sicché, anche chi incarna oggi le istituzioni della repubblica sembra compiacersi di questo sonno.