Luci e ombre del melonismo

di Salvatore Fiorentino © 2025

Era difficile immaginare che, dopo l’andreottismo, il craxismo e il berlusconismo, ci sarebbe stato il “melonismo”. Anche se è noto che in politica, come in natura, vige il principio dell’horror vacui, ossia quel meccanismo che non consente che un vuoto rimanga tale, anche a costo di essere colmato in modo del tutto insoddisfacente se non improprio. Ciò può spiegare il motivo per cui il governo Meloni, il primo della destra estrema in epoca repubblicana, ha già guadagnato la quinta posizione per longevità (quasi mille giorni). E se spegnerà la terza candelina (22 ottobre 2025) sarà il terzo, superando anche i pur blasonati governi Renzi e Craxi I, mentre potrà divenire addirittura il primo, scavalcando persino i “mitici” governi Berlusconi IV e II, se riuscirà a non farsi disarcionare sino alla fine dell’estate del 2026, magari da qualche governo “balneare”, o “governicchio”, essendo residuale ormai la possibilità di governi “tecnici” o “del presidente”.

Oltrepassato ormai quello che gli americani (tanto cari alla nostra Georgia) chiamano midterm, è senza dubbio maturo il tempo per un primo bilancio di questa nuova esperienza della politica italiana, cercando di individuare sia luci che ombre del “melonismo”, ossia di un leaderismo minoritario che comunque non ha, ad oggi, alternative. Qualcuno potrebbe obiettare che non vi siano luci ma solo ombre, ma questa sarebbe una visione faziosa, e quindi inutile, della realtà che abbiamo vissuto durante i quasi tre anni di governo Meloni, mentre è quanto mai necessaria una comprensione oggettiva del fenomeno, perché è indubbio che si siano verificati inequivocabili ed inopportuni déja vu, revival e quant’altro, tra cui l’apologia del busto di Benito Mussolini, gelosamente custodito dalla seconda carica dello Stato, ossia il presidente del Senato, per ricevuta eredità paterna. Anche se le ombre, come vedremo, finiscono per prevalere nettamente sulle luci.

E quali luci si possono riconoscere nell’operato della premier e leader di Fratelli d’Italia? La prima è senza dubbio quella di aver affermato che il governo della nazione deve essere “politico”, ossia determinato dal voto degli elettori, anche se nulla si è fatto per rimuovere l’incostituzionalità perdurante dell’attuale sistema elettorale che preclude le preferenze e consente le nomine di deputati e senatori da parte delle segreterie dei partiti, questi ultimi peraltro immiseriti al rango di partiti-persona o, peggio, di partiti-azienda. La seconda è quella di aver tentato di contrastare, anche se non riuscendovi, la falsa narrazione “pandemica” sposata da tutto lo schieramento politico – eccetto Fratelli d’Italia, unici oppositori del governo Draghi – che ha segnato la sospensione della democrazia per la prima volta dopo il regime fascista. Ed infine, la terza è quella di aver tentato di riportare alla luce le causali delle stragi degli anni ’90, valorizzando il dossier “mafia e appalti”.

Per il resto solo ombre, il cui elenco è talmente lungo da non poter essere esaurito in questa sede. E non v’è dubbio che la più grave ombra che il “melonismo” ha portato in dote all’Italia è quella, da ultimo esplosa in tutta la sua evidenza nella gestione della crisi mediorientale, della sudditanza mai vista prima d’oggi nei confronti degli Stati Uniti d’America, tanto prima con i democratici di Biden quanto dopo con il tycoon Trump, al quale la premier, in modo del tutto abusivo, ha promesso l’uso delle basi italiane nel caso di ulteriore escalation nella guerra contro l’Iran. Da questo punto di vista, la Meloni ha fatto rimpiangere figure politiche cadute nella polvere come Andreotti e Craxi, motivo per cui non c’è neppure bisogno di scomodare illustri statisti come Sandro Pertini e Aldo Moro. Si ripete, in forma di farsa, la tragedia del mussolinismo che si prostrava al prepotente del tempo, offrendo ad Adolf Hitler la carne da macello dei soldati italiani inviati in Russia.

Un’altra ombra, per così dire strutturale, del melonismo, consiste nella grave ed insanabile carenza di classe dirigente ad ogni livello, da quello nazionale sino a quello locale. La pochezza dei ministri, al netto delle disavventure giudiziarie, dei parlamentari, degli amministratori locali, unitamente alla pressoché assenza di intellettuali di area, ha reso disastrosi gli esiti del tentato spoil system negli enti culturali e nel sottogoverno in genere, per non parlare dell’occupazione dei mezzi di informazione pubblica che hanno comportato il conio di “telemeloni”, facendo impallidire persino il clamoroso conflitto d’interessi berlusconiano. Sicché al “compagnettismo” della sinistra, invero endemico e mortificante di ogni criterio meritocratico, si è sostituito il “cameratismo” della destra, con episodi di “familismo” e “amichettismo” talmente sfacciati e grossolani da lasciare allibiti. Per non parlare poi dell’ondata di scandali che sta travolgendo FDI in Sicilia, con esiti tutti a venire.