di Salvatore Fiorentino © 2025
Mala tempora currunt sed peiora parantur per gli umanisti. Ma neppure i fedeli del capitalismo, quelli praticanti si intende, navigano in buone acque. Per capire il tutto non occorre scomodarsi in letture impegnate, né tanto meno è necessario rifarsi agli insegnamenti, del tutto ignorati se non irrisi, dell’ex presidente dell’Uruguay, Pepe Muijca, che restituiva la sua indennità trattenendo solo 800 euro al mese, ritenendoli sufficienti per vivere. E neppure occorre rifarsi al cinema d’autore, quello impegnato, e magari foraggiato con fondi pubblici, bastando ricordare un film del 1974, con Alberto Sordi, “Finché c’è guerra c’è speranza“, in cui si arriva alla amara conclusione secondo cui il sistema economico capitalistico, per auto-alimentarsi e sopravvivere, oltre a produrre più di ciò che serve e quindi instillare nella società bisogni fittizi che trasformano l’uomo in un “consumatore”, si fonda sulle depredazioni ai danni dei popoli resi e tenuti in povertà.
Ed è ovvio che per depredare è necessario usare la forza, la violenza, le armi. Ecco che il capitalismo, in epoca moderna, si sviluppa con il colonialismo, ossia con la conquista e lo sfruttamento di territori e popoli da parte di potenze europee, con cui sono state assicurate risorse, mercati e manodopera a basso costo. La “conquista dell’America” è il caso esemplare e più eclatante, dato che con questo processo di depredazione e sfruttamento, segnato dalla violenza e dall’appropriazione indebita di terre e risorse con la sistematica eliminazione o emarginazione della popolazione nativa, si è data origine ad una confederazione di stati, gli Stati Uniti d’America, divenuti un’entità politica con la dichiarazione di indipendenza delle tredici colonie britanniche, il 4 luglio 1776. E, non a caso, gli USA sono i principali se non unici sostenitori del governo di Israele, inviso e contestato dalla popolazione, nel disegno di occupare con la forza la striscia di Gaza.
Non appena il capitalismo si basa pressoché interamente sull’economia del petrolio, ecco che nasce la necessità di concentrare gli sforzi militari nelle regioni dove questo oro nero è più presente in natura oltre che più facilmente estraibile, ossia nel Medio Oriente, ed in particolare in paesi come Arabia Saudita, Iran, Iraq, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti. Anche in questo caso è utile richiamare un film del 1975, di produzione USA-Italia, diretto da Sydney Pollak e con un cast di prim’ordine, “I tre giorni del Condor”, in cui si spiega al pubblico che la corsa al petrolio mediorientale comporta, se necessario, anche l’eliminazione fisica di funzionari della stessa C.I.A. che si fanno troppi scrupoli, perché niente e nessuno si può permettere di intralciare i piani di guerra che servono a garantire al sistema economico americano, e quindi a quello capitalistico occidentale, le necessarie risorse energetiche a basso costo, dato che le riserve statunitensi non saranno eterne.
Nel momento in cui il mondo Occidentale si sente minacciato dalla crisi del sistema economico capitalistico e gli USA temono di dover cedere il loro ruolo di dominatori globali ad altre potenze emergenti, quali la Cina ed in generale ai paesi associati sotto l’acronimo “BRICS+” (originariamente Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa a cui si sono aggiunti diversi altri) che si pongono quale alternativa al sistema economico-capitalistico occidentale – accomunati da una visione per un “nuovo ordine mondiale” oltre che da caratteristiche come la condizione di economie in via di sviluppo, la disponibilità di ingenti risorse naturali, una popolazione numerosa e vasti territori – ecco che la deflagrazione di guerre nei punti critici di maggiore frizione tra questi due “mondi” ormai contrapposti appare quasi inevitabile. Questa dinamica, lenta ma inesorabile, spiega anche il motivo per cui progressivamente il modello americano ha “corrotto” i paesi europei.
La differenza, forse la principale, che distingue gli USA dai paesi europei sta nel fatto che mentre i primi pongono al primo posto il “dio denaro”, dal quale discende la loro potenza economica e militare, l’Europa diversamente trae la maggior parte della propria forza dalla tradizione culturale e politica, non idolatrando il denaro ed il capitale, ma ritenendolo piuttosto uno strumento al servizio della realizzazione di valori ritenuti fondamentali e non negoziabili, tra cui i diritti umani. La “corruzione” dell’Europa è stata quindi un presupposto tattico degli USA nella strategia di continuare ad essere i dominatori del mondo. Lentamente, la vecchia classe politica europea, quella dei padri fondatori dell’idea di Europa, è stata soppiantata da chi non ne ha onorato l’eredità ideale. In particolare, in Italia veniva spazzata via la “prima repubblica” perché i politici che la costituivano vedevano nel denaro e nel capitalismo uno strumento di potere e di sviluppo per il paese ed il popolo.
Gli USA pianificarono il “regime change” individuando gli ex comunisti come classe politica più malleabile, disposti ad ogni compromesso “ideale” pur di entrare nelle stanze del potere. Tuttavia, con l’imprevista “discesa in campo” di Silvio Berlusconi, dopo un periodo di assestamento, gli USA si resero conto che il “berlusconismo”, inteso come costume di massa e sub-cultura, era ancora più adatto per “corrompere” la politica italiana, nel senso di ribaltare l’equazione “denaro eguale potere” tipica della prima repubblica in quella inversa di “potere eguale denaro” che ha snaturato la democrazia italiana dal vertice sino alla base. Tuttavia, con Berlusconi non ci sarebbe stato il cedimento che si osserva oggi nei confronti degli USA con la destra meloniana, in quanto nonostante la visione “privatistica” delle istituzioni permanevano nel “Caimano” gli insegnamenti dei suoi maestri, Andreotti e Craxi, per la questione mediorientale. Ed ecco spiegato l’amore dei presidenti USA per la Meloni.