La dittatura in absentia

di Salvatore Fiorentino © 2025

Nella storia dell’Italia, ma anche in quella del resto del mondo, siamo abituati, per certi versi assuefatti, a riconoscere le dittature dai segni tipici che le contraddistinguono: la soppressione delle libertà civili, la sospensione delle elezioni, la concentrazione del potere nelle mani di un singolo individuo o di un ristretto gruppo, la repressione degli oppositori politici, l’uso della propaganda per controllare l’informazione e la manipolazione della giustizia, oltre al culto della personalità del dittatore, la militarizzazione della società e l’eliminazione dello stato di diritto. Questi segni iniziano a manifestarsi debolmente, per poi rafforzarsi sino ad esercitare una morsa dalla quale è pressoché impossibile divincolarsi, sicché quando è chiaro alla maggioranza dei cittadini che la dittatura si è realizzata è ormai troppo tardi per rimediare. Occorre quindi prevenire perché non c’è cura, né tanto meno il vaccino repubblicano sembra infallibile.

E quali sono i tratti tipici del dittatore? A parte l’ossessione maniacale riscontrata in Hitler, il patologico narcisismo di Mussolini e la tendenza schizoide di Stalin, alla radice della personalità del dittatore vi sono caratteri ricorrenti come il bisogno di sentirsi potente, la necessità di ricevere continua approvazione, la coltivazione di aspettative irragionevoli e fuori dalla realtà. Il dittatore vive in funzione del potere – o di ciò che tramite il potere può ottenere – ossia agli antipodi della saggezza. Questa concezione postula necessariamente la “cultura del nemico”. Il nemico è chiunque, anche un iniziale amico od alleato, che possa competere e rischiare di superare il dittatore, nella realtà o nella sua immaginazione, sicché vi è l’esigenza di controllarlo ad ogni passo, sottometterlo e se necessario eliminarlo. Del resto, le persone più prossime al dittatore sono solo un utile strumento per i suoi fini, e per questo sfruttate, umiliate e abbandonate al loro destino quando non servono più.

Se volessimo paragonare un dittatore ad un oggetto dell’universo – e forse questa similitudine è inedita – non ci sarebbe di meglio che descriverlo come un “buco nero”, ossia un corpo che assorbe e risucchia a sé tutta l’energia che si trova intorno, sino al punto da non permettere neppure alla luce di sfuggirgli. Un motivo in più per allontanarsene prima che si raggiunga il fatidico punto di non ritorno, alquanto temuto dagli astronauti. E ciò considerata la forza d’attrazione, così malefica, che un dittatore riesce ad esercitare nei confronti del suo “cerchio magico”, dato che si instaura una relazione “tossica” improntata sul do ut des, nella quale tuttavia il dittatore è sempre l’unico beneficiario in ragione della sua posizione di assoluta preminenza, essendo ogni elargizione concessa alla sua claque non altro che un’esca ben congegnata per legarli a vita, mani e piedi, a lui, per assicurarsi che nel giorno della sua caduta, inevitabile e certa in ogni dittatura, non resti solo.

Perché, in fondo, il dittatore è un codardo, un pauroso, un insicuro, uno che ha subito dei traumi infantili e giovanili gravi e non risolti, uno che odia gli esseri umani ed il mondo, ossia sé stesso, sino al punto da trovare insopportabile la sua immagine riflessa nello specchio – in senso reale e metaforico, diremmo stendhaliano – e che pertanto non può vivere senza consumare, giorno per giorno, notte per notte, la sua sete di rivalsa se non di vendetta. Un iracondo e violento che non si fida neppure di sé stesso e, quindi, di nessuno, perché tenta inutilmente di estinguere la sua ansia con i peggiori comportamenti che l’essere umano abbia mai concepito, tra cui il tradimento dei benefattori, non a caso rappresentato nella Divina Commedia nel più oscuro e terribile anfratto dell’Inferno, la quarta zona del nono cerchio, dove dimora conficcato nel ghiaccio Lucifero, ossia colui che osò tradire Dio. Sicché è disgraziata quella società che si trovi ad essere governata da un dittatore.

Ed alla conclusione di questa breve circumnavigazione essenziale della dittatura manifesta, coi suoi caratteri tipici e ormai codificati, occorre interrogarsi su quella che può essere definita come dittatura in absentia o, se vogliamo, “asintomatica” e quindi ancora più subdolamente perniciosa. Tralasciando qui la vulgata “distopica”, secondo cui la “dittatura perfetta” consiste in un regime totalitario in cui la popolazione, pur soggetta ad un controllo stringente, non percepisce la propria condizione come di oppressione, ma addirittura come di favorevole opportunità, ci riferiamo a quei casi in cui l’instaurazione di un regime, in modo graduale e apparentemente innoquo, consegua ad una assenza, senza precedenti, di alternative, sicché la presa del potere di un ristretto gruppo di persone con a capo un leader indiscusso raggiunga il punto di non ritorno segnato dalla linea virtuale della legge e della Costituzione democratica, laddove il dittatore sia nei fatti legibus solutus.