25 luglio (’25)

di Salvatore Fiorentino © 2025

Non è festa nazionale, ma dovrebbe esserlo ancora più che il 25 aprile. Perché il 25 luglio rappresentò il momento in cui il “male assoluto”, ossia il fascismo, ebbe la forza e la dignità di ravvedersi quanto meno sul proprio duce. Alle 2,30, dopo oltre otto ore di riunione, il Gran consiglio votò l’ordine del giorno sulla sfiducia per quel piccolo uomo che aveva portato l’Italia al disastro e fatto patire pene dell’inferno agli italiani. Un misero personaggio, corrotto, bugiardo e codardo sino al midollo, che era riuscito ad impadronirsi e mantenere il potere, per due interminabili decenni, con la violenza e la sopraffazione, grazie ad un consenso malato che alimentava con ogni mezzo illecito immaginabile. Da cui la sua fine tragica, senza onore delle armi, incisa nella memoria di piazzale Loreto dove si consumò non tanto l’impietoso vilipendio dell’uomo quanto la furia iconoclasta su un simbolo del male.

La decisione di destituire il duce e, quindi, di sciogliere il fascismo, fu tardiva ma comunque essenziale a limitare, per quanto ormai possibile, i danni. Al di là di ogni considerazione di tipo storiografico e ferma la condanna per ogni sistema totalitario, il dato essenziale che se ne ricava è questo: se persino un regime dittatoriale può avere in sé gli anticorpi sino al punto di decidere per il suo annullamento, ci si potrebbe legittimamente attendere che questa capacità di reazione ed autoriforma sia ancora più forte e presente in un sistema democratico e liberale? Eppure al tempo d’oggi il condizionale sembra d’obbligo così come il punto di domanda. Ed allora, a che serve la democrazia, la libertà, le garanzie costituzionali, se poi al potere ci sono uomini e donne che, pur ricoprendo ruoli istituzionali ad ogni livello, non hanno la capacità, il coraggio e l’onestà di farle valere, nascondendosi dietro pilateschi formalismi, assordanti silenzi e colpevoli se non dolose omissioni?

Ecco che si conferma come centrale e dirimente la questione della qualità dei rappresentanti del popolo a cui viene conferito il mandato politico, la cui elezione non può che essere riposta nelle mani dei cittadini aventi diritto al voto, i quali li sceglieranno assumendone le conseguenze. Tutto il contrario di quanto osserviamo oggi, con il progressivo scivolamento verso una falsa democrazia – e come tale ancora più pericolosa di una dittatura autentica – con la nomina dei deputati e dei senatori subordinata al mercatino dei “brand” politici – non più “partiti” – pilotati da gruppi di interessi particolari, non sempre leciti e giammai compatibili con l’interesse pubblico, che detengono la proprietà non tanto dei mezzi di produzione, quanto di quelli di comunicazione. Chiari esempi di questa metamorfosi degenerativa, in Italia, possono ravvisarsi nel “partito azienda” inventato da Silvio Berlusconi e, più recentemente, nel “movimento social” ideato da Beppe Grillo.

Questi “brand” politici, al loro interno, sono dei piccoli “fascismi”, ma senza un Gran consiglio che possa destituire i loro “duce” quando scantonano eccessivamente, salvo le faide per bande, o i duelli all’alba, come avviene per il PD o per il M5S. Ossia i partiti maggiori di una eventuale alternativa alla “destra” non antifascista tanto vituperata, condotta per mano al potere solo dalla manifesta incapacità di tutti gli altri di governare in modo serio e programmatico, invece di affidarsi alla retorica dei “social media”, dei provvedimenti “una tantum”, che poi non generano né sviluppo economico né tanto meno redistribuzione della ricchezza prodotta, finendo per ottenere l’effetto opposto. Quanto al partito di plastica per antonomasia, la creatura del berlusconismo che è giunto alla seconda generazione pronta alla ri-discesa in campo alla stregua di un “nuovo testamento”, cos’altro dire se non che è un’azienda che tutela i propri interessi vestendosi di politica?

Così, mutatis mutandis, siamo tornati al punto di partenza del fascismo del Ventennio che si impose anche grazie ad un vuoto politico e alla crisi socio-economica, strumentalizzando il malcontento popolare, additando tutti gli oppositori come nemici della patria e innalzando sé stesso come il salvatore, il tutto con una poderosa macchina della propaganda e con l’uso indiscriminato della sopraffazione e della violenza spinta sino al plateale omicidio politico di Giacomo Matteotti, momento da cui l’abbrivio criminale del fascismo non ebbe più sosta sino, appunto, al 25 luglio 1943, con la destituzione e il seguente arresto del duce a cui seguì l’ignominia della fantomatica repubblica di Salò, sino alla Liberazione definitiva da questo cancro della storia e della politica che, nonostante tutti gli accorgimenti adottati dai Padri costituenti della Repubblica in cui ancora oggi viviamo, serba il subdolo rischio di recidive e di metastasi, donde il dovere di prevenirle.