Stragi americane

di Salvatore Fiorentino © 2025

Qual’è l’unica democrazia, ritenuta tale e da taluni persino la maggiore al mondo, che affonda le sue radici nell’ideologia da “Far West”, ossia che ha ragione chi spara più veloce e colpisce, talvolta uccide, per primo? E qual’è quella democrazia in cui quasi ogni cittadino è armato sino ai denti, visto che l’acquisto delle armi è facile come quello del pane? E poi, qual’è quella democrazia che ha assassinato alcuni dei suoi presidenti? Ed ancora, qual è quella democrazia che pianifica, organizza ed esegue veri e propri golpe (“regime change”) in altri paesi per deviarne il corso politico nella direzione gradita, anche mediante l’uso della violenza, con attentati attribuiti a organizzazioni locali, criminali o eversive, ovvero mediante guerre in nome della libertà? Non occorrono fini politologi, né arguti geo-strateghi, per dare la risposta, che balena in mente dopo che si è posta la domanda.

Le stragi in Italia sono tutte americane. Questo dovrebbe essere il punto di condivisione da parte di chi sostiene che le stragi degli anni ’90 (Capaci e via D’Amelio nel 1992; Firenze, Milano e Roma nel 1993) siano state una minaccia portata allo Stato da parte della mafia siciliana con il concorso di apparati istituzionali – da cui discende la teoria secondo cui cui la “Trattativa Stato-mafia” avrebbe avuto lo scopo di favorire il nascente partito di “Forza Italia” – e di chi, invece, nega questo disegno politico-criminale, per ciò ricercando le causali delle stragi altrove, come ad esempio nell’indagine cosiddetta di “mafia e appalti”, recentemente tornata alla ribalta dello scontro parlamentare dal momento in cui è divenuta oggetto principale di trattazione da parte della Commissione nazionale antimafia presieduta da una esponente di Fratelli d’Italia, duramente contestata dai componenti della Commissione di segno politico opposto.

Un secondo punto di condivisione che dovrebbe mettere d’accordo la politica, da sinistra a destra, è il fatto che la procura della Repubblica di Palermo, quanto meno al tempo di Falcone e Borsellino, fosse un “nido di vipere”. Ed ecco che dovrebbe essere automatico, già per buon senso, senza dover scomodare norme sull’incompatibilità esistenti e ben note, ritenere che chi oggi riveste un ruolo parlamentare non possa partecipare, in seno alla Commissione antimafia, a riunioni né a decisioni vertenti su questioni di cui si era occupato come magistrato. Soprattutto nel momento in cui la procura di Caltanissetta, competente ad indagare sui reati commessi o subiti dai magistrati appartenenti al distretto giudiziario di Palermo, abbia aperto fascicoli a carico di componenti di quella procura di Palermo finita nell’occhio del ciclone, come Natoli e Pignatone, per quanto è oggi noto.

Ecco l’ulteriore conferma che la politica odierna, da sinistra a destra e con particolare riferimento ai Cinque Stelle, non sembra voler giungere ad una verità oggettiva, ma parziale e strumentale a colpire l’avversario. Ciò perché, in primo luogo, è stata smentita dalle sentenze la tesi della “Trattativa Stato-mafia” quale presupposto per favorire il centrodestra berlusconiano dopo il crollo della “prima repubblica”, tesi reiteratamente sostenuta dal senatore del M5S Roberto Scarpinato, già sostituto procuratore a Palermo negli anni ’90 ed in tale qualità co-firmatario della richiesta di archiviazione del 13 luglio 1992 per un filone dell’indagine “mafia e appalti”, in cui era coinvolta un’impresa edile (Rizzani-de Eccher) del nord est, nota per le ingenti commesse ottenute nell’allora Unione Sovietica, tra il 1984 e il 1990, grazie alle quali beneficiò di un’impennata del fatturato, passato da 37 a 228 miliardi di lire.

Così come appare debole la tesi che si suole contrapporre alla precedente, secondo cui la strage di via D’Amelio, e quella di Capaci, furono causate essenzialmente dai timori ingenerati in alto loco dal dossier “mafia e appalti”, quest’ultimo, secondo Mori e De Donno, ufficiali del ROS dei Carabinieri, non adeguatamente valorizzato dalla procura di Palermo del tempo, sin dall’archiviazione richiesta il 13 luglio 1992 dai sostituti procuratori Scarpinato (che si occupava della parte relativa alla Rizzani-de Eccher, come dallo stesso riferito nella qualità di teste) e Lo Forte, vistata dal procuratore Giammanco e concessa dal giudice La Commare il 14 agosto 1992, con un provvedimento di totale adesione composto da sole due righe manoscritte su un modello prestampato. Perché tutta questa fretta? Perché alla vigilia di ferragosto, di una delle più calde estati che la Sicilia ricordi, vi era l’urgenza di archiviare?

(continua)