Stragi americane (pt. 2)

di Salvatore Fiorentino © 2025

Nel momento in cui l’Italia, forte della Costituzione repubblicana e del ritrovato orgoglio di nazione democratica conseguente alla Liberazione dall’odiosa oppressione del Ventennio fascista, tende ad assumere una consapevolezza politica ed istituzionale che la rende meno dipendente dalla “tutela” degli USA, iniziano a verificarsi le grandi stragi, che vengono inquadrate nella cosiddetta “strategia della tensione”, ossia un modo di indirizzare gli assetti politico-istituzionali in una direzione diversa da quella effettivamente determinata dalle scelte dei governi anche sotto la spinta dell’opinione pubblica e della volontà popolare. Tuttavia, occorre sempre tenere presente la netta differenza delle ricadute tra l’attentato alla singola personalità (come, ad esempio, Aldo Moro) ritenuta “pericolosa” e la strage eclatante, commessa sia nei confronti di una o più personalità da “eliminare” che nei confronti di inermi cittadini.

Si è ritenuto che ciò fosse giustificato dalla “guerra fredda”, in relazione alla posizione geografica di confine, sia verso l’est che verso il medio oriente, che l’Italia possiede, ossia col paventato pericolo che il Belpaese potesse essere attratto, formalmente o solo in pratica, nella sfera di influenza dell’Unione Sovietica, grazie al fatto di vantare il più forte e strutturato partito comunista europeo, che aveva larghissimo consenso non solo tra i settori popolari che costituivano l’ossatura portante del paese, ossia la forza lavoro che consentiva all’agricoltura e all’industria di prosperare, ma anche presso la “borghesia intellettuale”, costituita dallo zoccolo duro degli insegnanti per estendersi alle élite universitarie e del mondo della cultura di primo piano, artisti di ogni settore, dalla letteratura alla musica, dalle arti visive al teatro, ma anche scienziati ed economisti, filosofi ed intellettuali in genere.

In verità, con la caduta del muro di Berlino e l’imprevisto scioglimento dell’URSS nel 1991 – sotto la presidenza del dimissionario Mikhail Gorbachev, molto amato in Occidente e poco in patria – gli USA avevano immaginato di poter divenire l’unica superpotenza globale, dovendo quindi fronteggiare il colosso cinese, a quel tempo notevolmente più arretrato rispetto ad oggi. Le stragi italiane del 1992-1993 maturano in questo tornante della storia, in cui era ritenuto indispensabile un “regime change” in Italia, dato che i principali esponenti politici della “prima repubblica”, Craxi e Andreotti, non erano già da tempo considerati affidabili, in quanto avevano mostrato eccessiva autonomia nei confronti degli “alleati”, culminata a Sigonella, ma attuata da anni nel rapporto “amichevole” con leader del mondo arabo come Gheddafi ed Arafat, sulla scia del cosiddetto “lodo Moro”, ossia un patto di buon vicinato con concessioni reciproche.

Così quello che prima della caduta del muro di Berlino era un problema, ora diveniva la soluzione. Sotterrati in fretta e furia falce e martello, il PCI si trasformava nell’omologo del “Democratic Party” americano, perlomeno la sua parte più disponibile ad abbandonare l’ideologia per sposare quel pragmatismo che finalmente permettesse di entrare nelle stanze del potere sino ad allora precluse dalla pregiudiziale “anticomunista”. Venivano dismesse, contestualmente, tutte le strutture atlantiche paramilitari, più o meno segrete, come la P2, Gladio, ed altre meno note o ignote, come è verosimile, tutte dipendenti in ultima istanza dall’intelligence americana, da non considerare però come un blocco monolitico, a causa delle periodiche “faide” di potere tra CIA e FBI, tenuto conto che neanche i presidenti USA si possono considerare del tutto al riparo, come dimostrano i casi di J.F. Kennedy e Trump.

Anche la mafia, quella militare della efferata stagione degli omicidi e delle stragi, affidata ai “corleonesi”, doveva essere definitivamente “posata”, così come erano stati da tempo dismessi i gruppi eversivi di matrice neofascista, ai quali peraltro sarebbe stata commissionata la strage di Bologna dell’agosto 1980, dopo che il 27 giugno dello stesso anno si era tentato di abbattere un aereo su cui avrebbe dovuto viaggiare il leader libico Gheddafi, che scampò all’attentato perché avvisato da Craxi, così come avvenne anche nel 1985. Sul versante opposto, dopo l’uccisione di Aldo Moro nel 1978, già tirava aria di smobilitamento nelle “Brigate rosse”, che avevano reso un grande servizio agli americani alquanto preoccupati di un eventuale ingresso nel governo del PCI prospettato dallo statista DC così come, in Sicilia, dal suo delfino Piersanti Mattarella, assassinato nel 1980.

(continua)