Stragi americane (pt. 3)

di Salvatore Fiorentino © 2025

Ci stava arrivando Chinnici, ma non fece in tempo a concludere sui tre omicidii eccellenti, dallo stesso ritenuti collegati da una matrice politica, quali quelli di Piersanti Mattarella (gennaio 1980), Pio La Torre (aprile 1982) e Carlo Alberto Dalla Chiesa (settembre 1982). E ci era arrivato Falcone, che già nel 1988, avanti la Commissione antimafia affermava che ” … il problema di maggiore complessità per quanto riguarda l’omicidio Mattarella deriva dall’esistenza di indizi a carico di esponenti della destra eversiva; è quindi un’indagine estremamente complessa perché si tratta di capire se e in quale misura la pista nera sia alternativa rispetto a quella mafiosa, oppure si compenetri con quella mafiosa, il che potrebbe significare altre saldature e soprattutto la necessità di rifare la storia di certe vicende del nostro Paese anche da tempi assai lontani … “. A dire di Pino Arlacchi, secondo Falcone, sullo sfondo c’erano Gladio, P2, eversori neri e mafia, col beneplacito americano.

Ecco così compreso il “gioco grande” di cui parlava Falcone, a causa del quale egli stesso così come altri prima di lui, sarebbe stato eliminato, anche grazie al contributo, secondo la sentenza “Capaci bis”, quanto meno colposo di alcuni settori della stessa magistratura che ne agevolavano l’isolamento, soprattutto dopo che, insieme a Borsellino, con il “maxiprocesso” aveva vinto la guerra contro la mafia militare e che, trasferendosi (marzo del 1991) al Ministero di Giustizia con Martelli ed Andreotti a capo del governo, avrebbe potuto approfondire le indagini sui versanti del rapporto tra mafia e politica sino ad allora rimasti nell’ombra, ossia quelli relativi al PCI negli appalti siciliani. Gli stessi che erano stati scoperti da Pio La Torre, il quale aveva già deciso le radiazioni di alcuni esponenti locali collusi coi “corleonesi”. Ma anch’egli non fece in tempo, anche perché fu lasciato solo dalla segreteria nazionale del suo partito, finendo inevitabilmente travolto dal “gioco grande”.

Risulta infatti che Falcone, nel suo nuovo ruolo al ministero, abbia svolto attività in merito alla vicenda dei cospicui flussi di denaro che provenivano dall’Unione Sovietica per finanziare i partiti comunisti europei, tra cui il principale beneficiario era quello italiano, foraggiato sino al 1991, anche dopo lo scioglimento del PCI e la fondazione del PDS, ed anche con il coinvolgimento della mafia russa e del KGB. Alla fine del maggio 1992, dopo un primo incontro svoltosi a Roma nel febbraio dello stesso anno, Falcone doveva volare a Mosca per recarsi dal primo procuratore generale della Federazione Russa, Valentin Stepankov, che lo aveva contattato nell’ambito dell’indagine che stava svolgendo su questo affaire per incarico ricevuto da Boris Eltsin. E’ stato pertanto ipotizzato che una concausa della strage di Capaci potesse essere riconducibile ad una “pista russa”. Ma che interesse poteva avere la Russia a salvare un partito, il PDS, che aveva abiurato al comunismo?

Il PDS, alle elezioni politiche del 1994, guidava lo schieramento dei “Progressisti”, definito da Occhetto come la “gioiosa macchina da guerra” per significare che era ormai scritto e certo che sarebbero entrati nelle stanze del governo in modo trionfale, essendo stati eliminati per via giudiziaria (dottrina non a caso professata da Luciano Violante, ex magistrato in grande sintonia con Gian Carlo Caselli) i protagonisti della “prima repubblica. Ma cosa sarebbe successo, se nel pieno di “Mani pulite”, fosse emerso che il PCI-PDS non solo si finanziava con fondi sovietici, ma era anche coinvolto nel sistema siciliano della spartizione dei grandi appalti a cui partecipavano, con a capotavola la mafia, le grandi imprese del nord, tra cui la Ferruzzi di Gardini e la Rizzani-de Eccher, con quest’ultima che aveva moltiplicato esponenzialmente il fatturato durante il periodo degli appalti ottenuti nell’URSS? Probabilmente, sarebbe fallito il “regime change” già deciso dagli americani.

Il 15 gennaio 1993 viene catturato a Palermo Totò Riina, nello stesso giorno in cui si insedia nel capoluogo siciliano il nuovo procuratore della Repubblica, Gian Carlo Caselli, che aveva richiesto di essere destinato a tale ruolo venendo quindi nominato all’unanimità dal CSM. Il 4 marzo dello stesso anno Giulio Andreotti viene iscritto nel registro degli indagati per concorso esterno in associazione mafiosa. Il cerchio si è chiuso, la “prima Repubblica” può dirsi definitivamente archiviata. La strada sembra spianata per la vittoria degli ex comunisti alle elezioni del marzo 1994, ma la l’ancien régime, il famigerato CAF, non sembra cedere le armi e tenta il colpo di coda con la discesa in campo di Silvio Berlusconi che si candida in chiave “anticomunista” per difendere la “libertà”. A sorpresa vince le elezioni, e si insedia a Palazzo Chigi il 10 maggio 1994. Il 22 novembre riceve un invito a comparire dalla procura della Repubblica di Milano. Da li a poco arriverà Prodi.