di Salvatore Fiorentino © 2025
Con gli articoli pubblicati tra il 1975 e il 1978, Mino Pecorelli aveva previsto l’irresistibile ascesa di Bettino Craxi, sia nel PSI, di cui fu segretario dal 16 luglio 1976 al 11 febbraio 1993, che nel governo dell’Italia, di cui fu presidente del consiglio dei ministri dal 4 agosto 1983 al 17 aprile 1987. Craxi era l’homo novus della sinistra italiana, accreditato oltre oceano per la inedita strategia politica, basata sul filo-americanismo, l’anticomunismo e le alleanze con le forze laiche, finalizzata a raggiungere un “compromesso” stabile tra DC e PSI in modo da bloccare ogni prospettiva di ingresso del PCI nel governo. Ma l’aspetto più interessante – ed attuale col senno del poi – evidenziato dal fondatore dell’agenzia di stampa e rivista “Osservatorio Politico”, era quello secondo cui, in caso di tradimento di questa strategia, gli USA sarebbero stati pronti ad appoggiare senza riserve formazioni politiche alternative per sostituire sia DC che PSI.
L’intelligenza e l’ambizione avevano così condotto il leader socialista ad entrare, forse in parte senza effettiva consapevolezza, in quello che solitamente viene definito come il “gioco grande”, ossia qualcosa di così complesso, misterioso ed inquietante, dal quale non c’è via d’uscita. Lo stesso in cui si trovò irretito anche Giovanni Falcone, che ne evocò il concetto evidenziandone la pericolosità estrema, tale da condurre persino alla morte fisica, resa possibile grazie all’isolamento e alla delegittimazione professionale. Si tratta quindi di un “gioco” in cui la sconfitta è certa e dal quale non si può sfuggire, come viene simboleggiato nel film “Il settimo sigillo” di Bergman, quando il cavaliere gioca la partita a scacchi con la Morte solo per guadagnare il tempo di comprendere il senso della sua vita. Ma cosa accomuna Craxi a Falcone? Il primo è stato un politico, il secondo un magistrato. Tuttavia, entrambi sono stati figure chiave nello scacchiere USA.
Il “gioco grande” è come un’onda anomala che inizialmente porta a dominare la potenza del mare, almeno all’apparenza di chi la cavalca, senza però poterla indirizzare ma solo assecondare, salvo poi travolgere ed inghiottire chi ne abbia accettato la sfida, perché al di sopra delle umane possibilità anche per chi possieda doti eccezionali e si affidi ad esse. E’ questo il caso che più si attaglia a Falcone, mentre Borsellino si trovò suo malgrado a fronteggiare, in particolare dopo la strage di Capaci, questo “gioco grande”, ma non tirandosi indietro, anzi moltiplicando gli sforzi sino alle estreme conseguenze, consapevole che da lì a poco tutto sarebbe finito. Un dato è certo: Falcone e Borsellino non furono uccisi con le stragi eclatanti di Capaci e via D’Amelio perché costituivano una minaccia per la mafia, né per la politica italiana che con la stessa faceva affari negli appalti siciliani.
Come in tutti gli snodi della vita della acerba repubblica italiana, in quel momento chi tirava i fili oltreoceano – Clinton avrebbe vinto le presidenziali del 1992 subentrando a Bush sr con il conseguente spostamento dell’oscuro potere dell’intelligence dalla CIA al FBI – decise che servivano le stragi e, come sempre accade in questi casi, i depistaggi per schermare i veri mandanti mediante le solite causali di copertura. Così, come da rodati protocolli, affinché le stragi e soprattutto i depistaggi andassero a “buon fine”, occorreva ricorrere ai “basisti” locali, ossia gli esponenti di quel variegato e torbido mondo che che viene solitamente descritto come “il coacervo di mafia, eversione nera, massoneria e servizi segreti deviati”, omettendo spesso di citare la stessa magistratura, a carico di settori della quale la sentenza del “Capaci bis” ravvisa responsabilità quanto meno colpose.
Nel 2015, nel corso di una conferenza pubblica svoltasi a Roma, l’allora presidente onorario della Corte di Cassazione, Ferdinando Imposimato, affermava che “… sulle stragi che sono state commesse in Italia, dalla strage di piazza Fontana, alla strage dell’Italicus, alla strage di piazza della Loggia, alla strage di Bologna e alle stragi di Capaci e di via D’Amelio … si è accertato che l’esplosivo utilizzato veniva dalle basi NATO … in alcune di queste basi si riunivano terroristi neri, esponenti della NATO, mafiosi, politici italiani e massoni, alla vigilia delle stragi … questo è stato riferito da testimoni diretti e accade dai primi anni ’60 ininterrottamente … “. Dopo l’omicidio di Salvo Lima, Falcone vola a Washington per sentire Buscetta, in quanto si aveva notizia di prossimi attentati. Il 16 marzo 1993 il magistrato Leo Guarnotta va in Canada per interrogare Buscetta, protetto dal FBI, che gli anticipa gli attentati “in continente”.
(continua)