di Salvatore Fiorentino © 2024
I tempi del fascismo sono lunghi, perché il tempo fascista corre e ricorre, è “futurista”. Si misurano in ventenni, decenni almeno. Il suo colore è il nero, quello del lutto, non dell’abito elegante. E’ assenza di luce, di colore, ossia di vita. Al più vira per il grigio scuro, come la cenere che lascia intorno al suo passaggio. Nell’architettura è bianco, come il marmo, sinonimo di sepolcro imbiancato. Nella geometria è squadrato, detesta le rotondità, tranne che non siano quelle delle donne, che però considera quali oggetti da soprammobile, nella migliore delle ipotesi, da esibire al cospetto degli ospiti, se non da molestare e violentare tanto nell’anima che nel corpo. Per questo è terrorizzato dalla diversità di genere, che contrasterebbe con la sua ostentata muscolarità steroidea.
Il fascismo combatte, secondo il motto “armiamoci e partite (o morite)”! E’ la quintessenza del coraggio per interposta persona, della virtù autoproclamata, della superiorità dichiarata per camuffare il complesso di inferiorità innato, tanto più acuto quanto più in alto nella gerarchia esso conduce. Il fascismo è il cruciverba della coscienza, dove è tutto già previsto, e non si può sgarrare nella parola, neppure di una sillaba. E’ il suo carcere e la sua tomba. Il fascismo è divisa, di chi è privo di abito, ossia del senso del focolare, perché la sua casa è una caserma fredda e buia, dove si sentono rintoccare i tacchi di ominidi alla ricerca della loro esistenza perduta, quasi fantasmi, per lo più zombie senz’arte né parte, che si arruolano al primo bando, intruppati senza una ragione, abbagliati dalle tenebre.
Il fascismo è noioso. Non coglie l’ironia, la calpesta. E’ permaloso, coltiva i vizi e aborre le virtù. I suoi duci necessitano di navigare nel mare della mediocrità per poter galleggiare, altrimenti presto affondano negli abissi della cultura e dei valori umani, che all’occorrenza comprano al supermercato delle vanità, a prezzi di saldo o addirittura non pagando l’incauto venditore. Per loro il potere è denaro e il denaro è potere, non possedendo altri talenti. Abilissimi nelle promesse, quanto nel non mantenerle. Dovrebbero quanto meno distinguersi per oratoria, ma talvolta ciò che resta nella memoria collettiva, da cui il rischio di fastidiose otiti, sono suoni più simili a latrati bestiali che alla voce del padrone (o del padrino, a seconda delle varianti regionali).
Il fascismo non ammette meriti né tanto meno gare ad armi pari. C’è un solo ed unico meritevole vincitore, che prevale armato fino ai denti sull’avversario disarmato con le mani e i piedi legati dagli squadristi in servizio permanente effettivo, a cui basta e avanza solo il midollo spinale, essendo del tutto superfluo il cervello in dotazione da madre natura, come osservava un tale di nome Albert Einstein. Il fascismo si nutre dei favoritismi elargiti agli utili idioti che consuma per ottenere i propri biechi obiettivi, nonché della prostituzione intellettuale di chi non può raggiungere l’uva perché è troppo alta per le proprie capacità, questo un titolo di merito agli occhi del gerarca di quartiere, che non si sentirà minacciato nella sua impotenza, ma semmai lusingato di potersi accomodare al gradino superiore.
E dove c’è la mafia il fascismo è mafia. Allo stato puro, distillato, sublimato. Perché sotto le sembianze del fascismo la mafia si eleva a istituzione, non ha più bisogno di trattare col potere, di minacciarlo, di estorcerlo, di intrattenere con esso un rapporto di odio e amore, di vittima e carnefice. Per questo sembrò che ai tempi del Ventennio in Sicilia fosse stata debellata la mafia. Invece era stata assorbita, metabolizzata, in un unico corpo indistinguibile e consustanziale. Dove c’è il fascismo la mafia si fa legge e ordine, sopraffazione autorizzata, schiacciando il debole per favorire il forte, sfruttando il bisognoso per arricchire l’usuraio, il truffaldino, adulando il potente per carpirne i segreti ed insinuarsi come un parassita che lo conduce alla morte. Perché il fascismo è la morte universale.
(continua)