“A pieno regime” (fase 2)

di Salvatore Fiorentino © 2024

Uno degli effetti collaterali della “società liquida”, in cui si è destinati alla aleatorietà della memoria e quindi alla labilità dell’esercizio del “senso critico”, presenta ricadute significative e talvolta esiziali nel momento decisivo della democrazia, ossia quello in cui si forma il convincimento dell’elettore pro o contro un dato esponente politico ed un partito o movimento che lo esprime. Ciò vale in particolar modo per i personaggi nuovi che improvvisamente siano assurti ad un ruolo di primo piano, senza che l’elettorato ne conosca la storia, la provenienza, le reali e intime convinzioni che lo spingono a ricoprire un ruolo politico o di governo.

Il caso di scuola, in questo senso, appare quello impersonato dall’ex presidente del consiglio dei ministri Giuseppe Conte, attuale leader del Movimento Cinque Stelle, che sembra volersi giocare il tutto per tutto nella sfida che si preannuncia finale con il co-fondatore (insieme a Gianroberto Casaleggio) e attuale garante Beppe Grillo, sulla base di un dissidio ormai divenuto insanabile con il conseguente smarrimento dell’elettorato effettivo e potenziale che si vede malvolentieri costretto, in questo redde rationem, a prendere parte per l’uno o per l’altro.

Beppe Grillo lo conosciamo ormai bene, ma chi sia veramente Giuseppe Conte possiamo dirlo con la stessa certezza? Ovviamente no, ed allora riproponiamo uno scritto pubblicato in tempi “non sospetti”, quando Conte era premier nel governo “giallo-rosso”, nel quale si iniziava ad intravedere in questo “parvenu” della politica un tratto autoritario tipico di chi si trova impreparato a gestire un potere enorme, ma non intende rinunciarvi ad ogni costo, il che appare in stridente contraddizione con la stessa ragion d’essere del M5S.

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Quando la parola “regime” risuona nello squadrato cortile di Palazzo Chigi (inaugurato nel 1580, il nome si deve alla famiglia di banchieri senesi che lo acquistò nel 1659), al crepuscolo romano di metà maggio dell’anno 2020, complice una scenografia surrreale che fa da sfondo alla figura del premier Giuseppe Conte (con la sola ulteriore presenza del portavoce a latere Rocco Casalino), qualcosa di inspiegabile ed indefinito porta la mente a percepire una allure dittatoriale, niente di paragonabile al fascismo né ad altri totalitarismi già conosciuti, ma quale un nuovo virus, quasi un pendant del “corona”, che ora si sparge via etere, complice un abito forse troppo azzurro (che può aver giocato nell’innamoramento di Letta, detto Gianni).

Non è certo la presunta gaffe con la stampa a dare questa sensazione (in verità Conte recupera in corner, incastrando uno “scherzi a parte” nella sua prolungata risposta, apparsa piccata, alla domanda di un giornalista che chiedeva lumi sull’efficienza del commissario straordinario Arcuri in materia di mascherine). Ma così come tutte le sensazioni anticipano la dimostrazione basata su un ragionamento oggettivo, qui il fondo di verità appare sussistere. Sarà che la luce dell’imbrunire fa apparire il bianco delle facciate del palazzo come virato in un rosa “argentino”, sarà la postura “bolsonara” dell’avvocato del popolo, ma egli ora sembra un “avatar”, una figura virtuale, una sorta di “app” che ci governa, con indicazioni e divieti.

Palazzo Chigi, conferenza stampa del presidente del consiglio dei ministri Giuseppe Conte, Roma 16 maggio 2020

Temporary democracy. La democrazia al tempo dell’emergenza è sospesa. In aria, come il virus, occorre dotarla di mascherine e respiratori, ma che non siamo in grado di produrre. Nessuno può capire del tutto sino a che punto siano necessarie ed opportune le misure precauzionali, e di conseguenza i provvedimenti normativi che discipliano i comportamenti dei cittadini. Né si può ragionare con la logica del senno del poi (“ne sono piene le fosse”, non ha mancato di ammonire, non certo senza un lugubre presagio, il premier in una delle sue videoconferenze stampa). Ma sul punto le parole più chiare, nette e dirette, pulsanti di vita, le ha dette il capo di “Podemos”, puntando il dito sul depotenziamento della sanità pubblica.

Berluskony. Un pò russo un pò americano, della serie “Franza o Spagna purché se magna”. Dal suo buen retiro obbligato dal medico personale, confinato nelle “ristrettezze” della villa dell’amata figlia Marina (che è la sua goccia d’acqua) presso Châteauneuf-de-Grasse, Valbonne, in quel di Nizza, l’ex Cavaliere ed ex Caimano ha avuto tempo per osservare e riflettere. Ed ha mandato in avanscoperta il fido Antonio Tajani, a spargere zucchero e miele. E per non farsi mancare nulla, entra in gioco la dolce Mara Carfagna, al quale fascino (politico) il premier, da vero gentiluomo, non potrà opporsi, anche per i secreti offici di un immarcescibile Gianni Letta. La prova d’amore? Il voto di Forza Italia per il “recovery fund”.

Iconografia del potere, tra estetica ed etica. Il cielo sopra l’Italia non è stato mai così azzurro. E, come ci ha insegnato Benedetto Croce, l’estetica annuncia l’etica. L’estetica è alla radice di ogni regime, ne è cifra ed essenza. La ritualità, la teatralità ne sono fondamenti. Se i “padroni delle ferriere” erano lo spauracchio del Novecento, oggi sono altri i “signori” da temere. Sono quelli che in nome dell’emergenza, del nemico invisibile e impalpabile, possono giustificare ogni limitazione della libertà, e non tanto quella scritta a chiare lettere sulla Costituzione, ma quella che è innata, che sgorga dal diritto naturale, da quella fonte che afferma, senza tema di alcuna smentita, che tutti gli uomini nascono liberi ed eguali.

(17 maggio 2020)

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