di Salvatore Fiorentino © 2024
Nella vulgata di basso rango è comune il detto secondo cui il “comandare” sia preferibile ad ogni altra attività umana, e persino quella che è preposta dalla natura per la riproduzione della specie, tanto è vero che viene descritta come il “peccato originale”. Quindi, stando a questa bassa vulgata, il comandare è un peccato ancora più grave di quello “originale”. E qui si aprono gli oceani delle interpretazioni di psicologi, psichiatri, antropologi culturali, sociologi di ogni risma e – perché no – giuristi, letterati e filosofi, ma anche di artisti, musicisti, cineasti ed ancora di saltatori in alto, tennisti (escluso Nicola Pietrangeli), calciatori e pallavolisti, astronauti e fisioterapisti, e così via dicendo sino ad arrivare alla categoria dei massimi esperti nella tuttologia universale: gli avventori dei bar di periferia. Questi ultimi, difatti, sanno non solo tutto, ma di più, perché il loro punto di osservazione è privilegiato, soprattutto dopo un paio di birrette al doppio malto.
Come cantava il refrain di un popolare hit del pop internazionale degli anni di massimo splendore di questo ormai tramontato genere musicale, “everybody wants to rule the world”, “tutti vogliono comandare il mondo”, traducibile in giuridichese de noantri come “ogni testa è tribunale”. Ma finché queste velleità di dominio su animali, cose e persone, si mantengono ad un livello di leggerezza infantile (della serie: “il pallone è mio quindi gioco pure io, oppure nessuno”) tutto appare nella norma dell’evoluzione dell’individuo così come delle società e della specie umana. La patologia insorge nel momento in cui “uno” inizia a pensare di essere in grado di sottomettere molti, se non tutti, ai propri voleri e financo capricci. Ed ecco individuato il momento che divide la genesi di un “leader” da quella di un “dittatore”, dato che il discrimine è molto sottile e tutto si gioca nelle intenzioni, nelle motivazioni che spingono a candidarsi per il “comando”.
In effetti, si tratta in ogni caso, di una vocazione/destino personale, di un talento naturale, iscritto nei cromosomi ed esaltato o meno dalle circostanze ambientali, che come tale prima o poi è destinato ad emergere, così come qualunque altra inclinazione che caratterizza univocamente (“uno non vale uno”, diciamolo ai “grilleschi”) ogni essere umano e che poi finisce persino per riflettersi nella sua fisiognomica. E qui possiamo dire che né il criminologo Lombroso né il letterato Oscar Wilde avessero tutti i torti, soprattutto il secondo, estetologo, quando affermava che superati i quarant’anni di età ciascuno ha la faccia che si merita o, potremmo dire sulla scorta del celeberrimo romanzo, il ritratto di Dorian Gray che è riuscito a dipingere di sé stesso. Attenti, dunque, ai tagli della tela – Lucio Fontana vade retro – che, così come nel Dorian, potrebbero improvvisamente rivelare a tutti la vera faccia caricata dei peccati sino ad allora mascherati dall’ipocrisia.
Ed in cosa consiste, alla fine, questo discrimine che distingue un leader da un dittatore? Come detto, esso deriva dalle effettive motivazioni: un leader è colui che vedendo prima e meglio di altri, con la pazienza della condivisione, cerca di condurre tutti, nessuno escluso, verso un luogo migliore, in senso sia concreto che astratto, senza per ciò attendersi alcuna ricompensa, né materiale né morale, se non quella di essere riuscito nel proprio obiettivo, senza mai farsi condizionare delle conseguenze a suo carico, anche a costo di sacrificare i propri interessi personali, talvolta anche la sua stessa vita, come la storia insegna. Se rivolgiamo lo sguardo all’Italia, ma con riflessi internazionali, è stato leader Adriano Olivetti, che seppe unire l’innovazione tipica del genio italiano al rispetto della dignità dei lavoratori. E’ stato leader Amintore Fanfani che, senza alcuna retorica di parte, riuscì a restituire agli italiani il diritto alla casa dopo le macerie ereditate dalla dittatura fascista.
Nel deserto sterminato della politica odierna si scorgono solo nani che si sono convinti di essere leader. Qualcuno, come Renzi o Conte, appare un pò più alto degli altri, ma solo perché siamo ormai abituati ad un gioco al massimo ribasso. Coloro che in altri tempi erano considerati dei “mediocri” (nel senso letterale del termine, e quindi di media statura), come ad esempio l’attuale presidente della Repubblica o l’ex presidente della commissione antimafia Rosi Bindi, oggi sembrano degli isolati giganti che predicano al vento in questo sconsolato deserto. Non mancano le grottesche posture, quasi un riflesso pavloviano, che riportano alla mente le immani tragedie inferte al popolo italiano nel ventennio fascista, quando un dittatore prese abusivamente il comando di uno Stato, perpetrando da lì innanzi ogni abuso impossibile ed inimmaginabile, mascherato da qualche opera pubblica e molta retorica a buon mercato, pagato col sangue e il sudore, con la dignità degli italiani.