Alle periferie dell’umanità

di  Salvatore Fiorentino © 2024

Che adesso si spari sulla pace, sui portatori di pace, sulle forze che hanno come missione quella di raffreddare i conflitti armati per estinguerli nel più breve tempo possibile, ci porta alle periferie di quella che dovrebbe essere la civiltà minima, dopo che sono trascorsi almeno centocinquanta millenni, ossia millecinquecento secoli, da quando fece la sua comparsa sulla Terra il cosiddetto “homo sapiens”. Tuttavia, se ogni cosa ha un’inizio e una fine, potrebbe darsi che anche l’umanità, nel senso del genere umano, sia stata concepita per autodistruggersi, ad un certo punto. Per lasciare spazio, ad altro. Se si riflette in prospettiva cosmica, in anni luce, tutte le scorribande che si sono succedute dal tempo dei dinosauri ad oggi appaiono questioni del tutto marginali ed irrilevanti. Einstein diceva che dio, qualunque fosse la sua natura, non gioca a dadi. Questa frase è stata spesso interpretata come a voler dire che non è lasciato nulla al caso, ma c’è sempre una ragione in ogni cosa.

Lo sterminio di massa è quello che accadrebbe se tutti pensassero che la loro sopravvivenza – o, più prosaicamente, il loro benessere – siano garantiti dall’annientamento – o dalla sopraffazione – di tutti gli altri. In effetti, la storia è colma di uomini di potere che hanno bramato di emergere sottomettendo gli altri, perché privi di capacità, e persino di quella di ammettere serenamente i propri limiti, vivendo con ciò che gli spetta, e non con quello da depredare al prossimo. Se tutti, molti, pensassero di rubare al vicino di casa per avere di più, non ci sarebbe pace neppure per un minuto, e presto accadrebbe che nessuno rimarrebbe vivo. La violenza, la sopraffazione, l’uso indiscriminato della forza, conduce all’inizio, ed anche per periodi prolungati, ad un’apparente vittoria, che poi produce una malata euforia, una disumana esaltazione sino al raggiungimento del delirio di onnipotenza.

Ma dio non gioca a dadi, chi si sente onnipotente invece si. Ed è’ una spietata roulette russa che prima o poi condurrà alla fine, sia morale che materiale, nel modo più ignominioso possibile, ossia quello di perdere del tutto e per sempre la dignità di essere umano. “Se questo è un uomo”, scrisse Primo Levi (anche se il titolo del libro non è suo), avendo visto l’inenarrabile. Perché questo uomo disumano può essere chiunque, di qualunque bandiera, di qualunque religione, di qualunque ideologia. E nel momento che si manifesta, seminando morte e disperazione, dolore e rabbia, sconcerto e indignazione, distrugge la fede dell’uomo nell’uomo, che è poi quanto di più basilare ed importante vi sia al mondo, perché al confronto la fede in un dio è poca cosa, se questo dio non è poi disposto a scendere dall’olimpo, ma pretende un tributo di sangue e lacrime sul suo indecente altare.

E quale dio più indecente del dio denaro a cui molti, troppi uomini, che pertanto non lo sono più, prestano la loro malata fede? Costoro pensano di comprare tutto, persino gli affetti, alzando sempre il prezzo, con la conseguenza di essere condannati a rubare, persino a chi non ha più niente, persino a chi si è fidato, persino a chi li ha aiutati quando avevano bisogno. Rubare al prossimo, non sanno fare altro, così privi di qualità e di talenti, che non hanno altro scopo nella vita, se vita si può ancora chiamare una esistenza consumata nell’inganno e nella menzogna, nella vergogna talmente sfacciata che non riescono neppure più a provarla. E’ una parabola che si incurva racchiudendosi col passare del tempo, per raggiungere il punto di non ritorno con il progredire della maturità, sino alla vecchiaia, quando ormai si percepisce di non avere più molto da perdere, perché si è perso tutto.

La dignità, il rispetto di sé stessi, la vicinanza non solo di chi gli stava accanto per meschino interesse, ma anche delle persone care, perché si sono illusi di comprarle, con regali sempre più costosi ma privi del calore umano, quindi senza alcun effettivo ed affettivo valore. Hanno perso coloro che li sopportavano nonostante tutto, ma che a lungo andare si sono allontanati perché era impossibile stargli vicino senza degradarsi come loro, senza sprofondare nel baratro della disumanità. Perché hanno scelto di non appartenere al genere umano, ma di ritornare nelle caverne da cui sono uscite le bestie più immonde milioni di anni fa, senza pensiero e senza sentimenti, accecati dagli istinti primordiali, viscerali, mostruosi, rivoltanti, che al genere umano appaiono inconcepibili oggi, dopo il fiorire delle civiltà, delle arti, della musica, dell’architettura, delle scienze, della letteratura. Della poesia.