Amichetti d’Italia

di  Salvatore Fiorentino © 2024

I tempi sembrano davvero cambiati da quando qualcuno sosteneva che avere molti nemici significava guadagnare molto onore. Oggi la leader del primo partito d’Italia afferma che se sarà costretta a “mollare” questo accadrà a causa del “fuoco amico”, ossia degli esponenti del suo stesso partito, definiti senza mezzi termini come “infami”. Ed in coerenza con il linguaggio forbito adoperato nell’occasione, è seguita una chiara minaccia, quella appunto di “mollare” per portare il paese alle elezioni anticipate, sicché da “prendere” il 30% dei consensi alle urne, ma allo scopo di tornare nelle fila dell’opposizione. E, come dicevano gli antichi, in cauda venenum. Quale, difatti, più efficace minaccia che quella di prospettare la perdita di poltrone, incarichi e prebende, a tutti quegli “amichetti” che dopo la presa di Palazzo Chigi si sono dati alla pazza gioia, saltellando nel carro della vincitrice anche in modo così scomposto da metterne a rischio persino la stabilità?

Torna quindi prepotentemente in auge il motto di antica saggezza popolare secondo cui “dagli amici mi guardi dio, ché dai nemici mi guardo io”. La Meloni sembra così vestire i panni di una impotente maestrina che dopo essersi avventurata a portare una classe di indisciplinati in gita scolastica adesso minacci gli alunni che non sarà mai più, che questa è l’ultima volta. Ma l’esperienza insegna che se di indisciplinati si tratta a poco varranno le minacce di provvedimenti, perché non c’è peggior sordo di chi non si rende conto di quello che fa, ricadendo ogni responsabilità e colpa su chi ha consentito che alcune persone inadeguate potessero ricoprire incarichi e funzioni importanti e delicate al servizio dei cittadini, questi ultimi ancora una volta gabbati, dopo il “cambiamento-truffa” dei Cinque Stelle del Draghi “grillino” e del Conte “avvocato del popolo”, così come del Grillo lunatico “padre padrone”.

Probabilmente questa volta dio aveva cose più importanti di cui occuparsi che proteggere la Meloni dai propri “amichetti”. Si chiude così il cerchio di un metodo fallimentare alla radice, perché è noto che chi si circondi di “yes man”, di “cortigiani”, di “fedelissimi incompetenti” sia destinato a fallire presto, spesso con capitomboli davvero buffi, suscitando l’ilarità del pubblico che sta a guardare, tra addetti ai lavori e comuni cittadini. Le “gaffe” – per volere usare un eufemismo – inanellate dalla scuderia Meloni nei due anni di governo sono davvero notevoli, per quantità e qualità, il che le vale certamente il primato nella storia dell’Italia repubblicana. A ciò si aggiunge, da ultimo, la farsesca pantomima che caratterizza la gestazione della legge di bilancio, dove ogni esponente della maggioranza tira la solita coperta troppo corta scaricando su gli altri ogni responsabilità.

Non sarà quindi un caso se la forza politica più longeva in Italia è stata sino ad oggi quella che ha saputo contemperare le esigenze di raccolta del consenso con quelle della responsabilità di governo, includendo piuttosto che escludere, tollerando piuttosto che emarginare, misurando l’uso del potere secondo il buon senso del pater familias, senza che vi fossero figli e figliastri, riconoscendo i diritti fondamentali senza spacciarli per questioni di parte o gentili concessioni del sovrano, sapendo ascoltare e persino accettare le critiche più feroci e talvolta ingiuste, non permettendo a poteri esterni al sistema democratico di condizionare né tanto meno ricattare lo Stato, preservando sempre l’integrità delle istituzioni anche a costo di gravosi sacrifici per il partito, praticando la cultura senza ostentarla ovvero confonderla con l’erudizione, riconoscendo che la parola di un contadino vale quanto quella di un accademico.

Meloni sa bene di aver fallito, così come ha fallito il centrosinistra nell’ultimo quarto di secolo. Perché ha costruito una “cultura” di “partito” invece che di “governo”. Sicché è inevitabile che scatti, come è in effetti scattato, il riflesso pavloviano che porta a far coincidere, come avviene in tutti i sistemi autoritari, il partito con lo Stato. Come dimostra l’ansia di adottare riforme “costituzionali” per mettere al sicuro la presa del potere, come lo è quella del “premierato”, ma come lo è anche quella della “giustizia”, entrambe evidentemente volte a sbilanciare gli equilibri tra i diversi poteri – esecutivo, legislativo e giudiziario – essenziali perché sussista una democrazia, al fine di accentrarli in un unica mano, quella del premier, con la falsa giustificazione di garantire stabilità ed efficacia all’azione di governo, nell’interesse dei cittadini. Ma gli italiani di tutto hanno bisogno, tranne che di una pseudo-repubblica degli “amichetti”.