La fine del “melonismo”

di Salvatore Fiorentino © 2025

Ogni esperienza umana ha un inizio ed una fine. E così anche i leader politici – o presunti tali – devono ad un certo punto, nolenti o volenti, uscire di scena. Ma la fine della loro parabola discendente non coincide quasi mai con l’effettivo abbandono del potere, dato che c’è sempre un periodo più o meno lungo che viene percorso per forza d’inerzia, ed è il questo il momento in cui solitamente si verificano i maggiori danni per la collettività, dato che per istinto di sopravvivenza (politica) il leader di turno cercherà in ogni modo di ritardare il giorno in cui dovrà alzarsi dalla poltrona di governo (o solo di comando), soprattutto se non si tratta di un arrivederci, ma di un addio. I naviganti di lungo corso democristiani si alzavano volentieri dallo scranno per sgranchirsi le gambe, consapevoli della conclamata longevità (politica). Altri, invece, a cominciare dai socialisti per finire ai leghisti, hanno mostrato di patire per la dipartita (politica).

Con i suoi 1103 giorni di governo, la destra post missina (che ha disperso per strada gli effetti depurativi della svolta “finiana” di Fiuggi), grazie alla sua leader, ha raggiunto un primato impensabile solo qualche anno fa, collocandosi al terzo posto della (non invidiabile) classifica della durata degli esecutivi nell’epoca repubblicana (dal 1948 ad oggi). Medaglia di bronzo conquistata, dunque, a pieno titolo da Giorgia Meloni, che non nasconde di aspirare non tanto all’argento quanto all’oro, replicando e magari migliorando il risultato che nella storia d’Italia è stato ottenuto solo da un suo avo (politico): Benito Mussolini. Difatti, se con lo stato liberale (1861-1925) la durata media dei governi italiani fu di circa due anni, con il regime fascista (1925-1943) si ebbe un unico governo per oltre venti anni (il famigerato “ventennio”). Ma, a dire di uno dei “cortigiani” di partito, sia per ragioni anagrafiche che per inesistenza di alternative, il nuovo orizzonte è il “trentennio”.

Tuttavia, ancora più che in natura, in politica prevale sempre il principio dello “horror vacui“, nel senso che non può esistere mai un “vuoto politico”, sicché nel momento che la tenuta del “melonismo” non potrà più contare sulla spinta data dalla forza d’inerzia in esaurimento, la voragine che si verrà a generare, data l’inesistenza dell’alternativa offerta dall’attuale schieramento di opposizione (PD e M5S, oltre cespugli vari) sarà certamente colmata da una novità ad oggi imprevista e persino imprevedibile. I precedenti non mancano. Si pensi, solo per citare il più clamoroso, al caso della creazione dal nulla di un partito “di plastica” e dal nome bizzarro (a quei tempi), “Forza Italia”, capeggiato da un estraneo alla politica, Silvio Berlusconi, irriso dalla compagine progressista che si sentiva la vittoria in pugno e che lo considerava niente più che un venditore di tappeti arricchitosi grazie alla speculazione edilizia e alle leggi ad personam sulla TV privata.

Ma perché si può affermare che il “melonismo” è finito, se ancora oggi i sondaggi indicano una crescita dei consensi per il partito di Fratelli d’Italia, che ha superato la soglia del 30%? Innanzitutto va precisato che quando si parla di “-ismi”, come per il “berluscon-ismo”, il “renz-ismo” e similari, non si fa riferimento al mero dato elettorale, ma ad una tendenza, ad una percezione, che si diffonde come un’onda nella società, trasversalmente, non soltanto nel bacino dei militanti e dei simpatizzanti di quel dato leader. Sotto questo punto di vista, e non sembri paradossale, si può dire che oggi il “berlusconismo” è più vivo e vegeto del “melonismo”. Ed è questo il primo fattore, interno alla coalizione, che permette di prognosticare il declino della leader di Fratelli d’Italia, mentre il secondo riguarda il crollo del principale alleato, la Lega, che dai fasti del 30% di pochi anni fa si trova decimato, mentre l’elettorato moderato che aveva votato la destra ora inizia ad essere diffidente.

A conti fatti, il 30% dei recenti sondaggi significa poco e nulla, dato che l’affluenza alle urne precipita verso l’astensionismo ad ogni tornata elettorale. Ciò vale a dire che il 30% del 35% tendenziale che si reca alle urne esprime poco più del 10% dei cittadini italiani aventi diritto al voto. Con l’aggravante che, in queste condizioni di sfiducia generalizzata per il principale rito della democrazia, chi va a votare è quasi esclusivamente chi beneficia di qualche vantaggio da parte delle forze politiche di governo o che aspira a riceverlo nel breve termine, riducendosi al lumicino il voto di opinione. Se come è avvenuto col PD di Renzi o con la Lega di Salvini ed anche con il M5S, il 40% o il 30% sono basati su un fondamento effimero, il crollo verso le percentuali ad una cifra, e persino al di sotto della fatidica soglia del 5%, è dietro l’angolo. Ed avviene nel momento in cui, come un’onda, si diffonde la percezione che chi ha promesso il mare non mantiene neppure un secchiello.

Il “gioco grande” dietro le stragi

di Salvatore Fiorentino © 2025

Con gli articoli pubblicati tra il 1975 e il 1978, Mino Pecorelli aveva previsto l’irresistibile ascesa di Bettino Craxi, sia nel PSI, di cui fu segretario dal 16 luglio 1976 al 11 febbraio 1993, che nel governo dell’Italia, di cui fu presidente del consiglio dei ministri dal 4 agosto 1983 al 17 aprile 1987. Craxi era l’homo novus della sinistra italiana, accreditato oltre oceano per la inedita strategia politica, basata sul filo-americanismo, l’anticomunismo e le alleanze con le forze laiche, finalizzata a raggiungere un “compromesso” stabile tra DC e PSI in modo da bloccare ogni prospettiva di ingresso del PCI nel governo. Ma l’aspetto più interessante – ed attuale col senno del poi – evidenziato dal fondatore dell’agenzia di stampa e rivista “Osservatorio Politico”, era quello secondo cui, in caso di tradimento di questa strategia, gli USA sarebbero stati pronti ad appoggiare senza riserve formazioni politiche alternative per sostituire sia DC che PSI.

L’intelligenza e l’ambizione avevano così condotto il leader socialista ad entrare, forse in parte senza effettiva consapevolezza, in quello che solitamente viene definito come il “gioco grande”, ossia qualcosa di così complesso, misterioso ed inquietante, dal quale non c’è via d’uscita. Lo stesso in cui si trovò irretito anche Giovanni Falcone, che ne evocò il concetto evidenziandone la pericolosità estrema, tale da condurre persino alla morte fisica, resa possibile grazie all’isolamento e alla delegittimazione professionale. Si tratta quindi di un “gioco” in cui la sconfitta è certa e dal quale non si può sfuggire, come viene simboleggiato nel film “Il settimo sigillo” di Bergman, quando il cavaliere gioca la partita a scacchi con la Morte solo per guadagnare il tempo di comprendere il senso della sua vita. Ma cosa accomuna Craxi a Falcone? Il primo è stato un politico, il secondo un magistrato. Tuttavia, entrambi sono stati figure chiave nello scacchiere USA.

Il “gioco grande” è come un’onda anomala che inizialmente porta a dominare la potenza del mare, almeno all’apparenza di chi la cavalca, senza però poterla indirizzare ma solo assecondare, salvo poi travolgere ed inghiottire chi ne abbia accettato la sfida, perché al di sopra delle umane possibilità anche per chi possieda doti eccezionali e si affidi ad esse. E’ questo il caso che più si attaglia a Falcone, mentre Borsellino si trovò suo malgrado a fronteggiare, in particolare dopo la strage di Capaci, questo “gioco grande”, ma non tirandosi indietro, anzi moltiplicando gli sforzi sino alle estreme conseguenze, consapevole che da lì a poco tutto sarebbe finito. Un dato è certo: Falcone e Borsellino non furono uccisi con le stragi eclatanti di Capaci e via D’Amelio perché costituivano una minaccia per la mafia, né per la politica italiana che con la stessa faceva affari negli appalti siciliani.

Come in tutti gli snodi della vita della acerba repubblica italiana, in quel momento chi tirava i fili oltreoceano – Clinton avrebbe vinto le presidenziali del 1992 subentrando a Bush sr con il conseguente spostamento dell’oscuro potere dell’intelligence dalla CIA al FBI – decise che servivano le stragi e, come sempre accade in questi casi, i depistaggi per schermare i veri mandanti mediante le solite causali di copertura. Così, come da rodati protocolli, affinché le stragi e soprattutto i depistaggi andassero a “buon fine”, occorreva ricorrere ai “basisti” locali, ossia gli esponenti di quel variegato e torbido mondo che che viene solitamente descritto come “il coacervo di mafia, eversione nera, massoneria e servizi segreti deviati”, omettendo spesso di citare la stessa magistratura, a carico di settori della quale la sentenza del “Capaci bis” ravvisa responsabilità quanto meno colpose.

Nel 2015, nel corso di una conferenza pubblica svoltasi a Roma, l’allora presidente onorario della Corte di Cassazione, Ferdinando Imposimato, affermava che “… sulle stragi che sono state commesse in Italia, dalla strage di piazza Fontana, alla strage dell’Italicus, alla strage di piazza della Loggia, alla strage di Bologna e alle stragi di Capaci e di via D’Amelio … si è accertato che l’esplosivo utilizzato veniva dalle basi NATOin alcune di queste basi si riunivano terroristi neri, esponenti della NATO, mafiosi, politici italiani e massoni, alla vigilia delle stragi questo è stato riferito da testimoni diretti e accade dai primi anni ’60 ininterrottamente … “. Dopo l’omicidio di Salvo Lima, Falcone vola a Washington per sentire Buscetta, in quanto si aveva notizia di prossimi attentati. Il 16 marzo 1993 il magistrato Leo Guarnotta va in Canada per interrogare Buscetta, protetto dal FBI, che gli anticipa gli attentati “in continente”.

(continua)

Stragi americane (pt. 3)

di Salvatore Fiorentino © 2025

Ci stava arrivando Chinnici, ma non fece in tempo a concludere sui tre omicidii eccellenti, dallo stesso ritenuti collegati da una matrice politica, quali quelli di Piersanti Mattarella (gennaio 1980), Pio La Torre (aprile 1982) e Carlo Alberto Dalla Chiesa (settembre 1982). E ci era arrivato Falcone, che già nel 1988, avanti la Commissione antimafia affermava che ” … il problema di maggiore complessità per quanto riguarda l’omicidio Mattarella deriva dall’esistenza di indizi a carico di esponenti della destra eversiva; è quindi un’indagine estremamente complessa perché si tratta di capire se e in quale misura la pista nera sia alternativa rispetto a quella mafiosa, oppure si compenetri con quella mafiosa, il che potrebbe significare altre saldature e soprattutto la necessità di rifare la storia di certe vicende del nostro Paese anche da tempi assai lontani … “. A dire di Pino Arlacchi, secondo Falcone, sullo sfondo c’erano Gladio, P2, eversori neri e mafia, col beneplacito americano.

Ecco così compreso il “gioco grande” di cui parlava Falcone, a causa del quale egli stesso così come altri prima di lui, sarebbe stato eliminato, anche grazie al contributo, secondo la sentenza “Capaci bis”, quanto meno colposo di alcuni settori della stessa magistratura che ne agevolavano l’isolamento, soprattutto dopo che, insieme a Borsellino, con il “maxiprocesso” aveva vinto la guerra contro la mafia militare e che, trasferendosi (marzo del 1991) al Ministero di Giustizia con Martelli ed Andreotti a capo del governo, avrebbe potuto approfondire le indagini sui versanti del rapporto tra mafia e politica sino ad allora rimasti nell’ombra, ossia quelli relativi al PCI negli appalti siciliani. Gli stessi che erano stati scoperti da Pio La Torre, il quale aveva già deciso le radiazioni di alcuni esponenti locali collusi coi “corleonesi”. Ma anch’egli non fece in tempo, anche perché fu lasciato solo dalla segreteria nazionale del suo partito, finendo inevitabilmente travolto dal “gioco grande”.

Risulta infatti che Falcone, nel suo nuovo ruolo al ministero, abbia svolto attività in merito alla vicenda dei cospicui flussi di denaro che provenivano dall’Unione Sovietica per finanziare i partiti comunisti europei, tra cui il principale beneficiario era quello italiano, foraggiato sino al 1991, anche dopo lo scioglimento del PCI e la fondazione del PDS, ed anche con il coinvolgimento della mafia russa e del KGB. Alla fine del maggio 1992, dopo un primo incontro svoltosi a Roma nel febbraio dello stesso anno, Falcone doveva volare a Mosca per recarsi dal primo procuratore generale della Federazione Russa, Valentin Stepankov, che lo aveva contattato nell’ambito dell’indagine che stava svolgendo su questo affaire per incarico ricevuto da Boris Eltsin. E’ stato pertanto ipotizzato che una concausa della strage di Capaci potesse essere riconducibile ad una “pista russa”. Ma che interesse poteva avere la Russia a salvare un partito, il PDS, che aveva abiurato al comunismo?

Il PDS, alle elezioni politiche del 1994, guidava lo schieramento dei “Progressisti”, definito da Occhetto come la “gioiosa macchina da guerra” per significare che era ormai scritto e certo che sarebbero entrati nelle stanze del governo in modo trionfale, essendo stati eliminati per via giudiziaria (dottrina non a caso professata da Luciano Violante, ex magistrato in grande sintonia con Gian Carlo Caselli) i protagonisti della “prima repubblica. Ma cosa sarebbe successo, se nel pieno di “Mani pulite”, fosse emerso che il PCI-PDS non solo si finanziava con fondi sovietici, ma era anche coinvolto nel sistema siciliano della spartizione dei grandi appalti a cui partecipavano, con a capotavola la mafia, le grandi imprese del nord, tra cui la Ferruzzi di Gardini e la Rizzani-de Eccher, con quest’ultima che aveva moltiplicato esponenzialmente il fatturato durante il periodo degli appalti ottenuti nell’URSS? Probabilmente, sarebbe fallito il “regime change” già deciso dagli americani.

Il 15 gennaio 1993 viene catturato a Palermo Totò Riina, nello stesso giorno in cui si insedia nel capoluogo siciliano il nuovo procuratore della Repubblica, Gian Carlo Caselli, che aveva richiesto di essere destinato a tale ruolo venendo quindi nominato all’unanimità dal CSM. Il 4 marzo dello stesso anno Giulio Andreotti viene iscritto nel registro degli indagati per concorso esterno in associazione mafiosa. Il cerchio si è chiuso, la “prima Repubblica” può dirsi definitivamente archiviata. La strada sembra spianata per la vittoria degli ex comunisti alle elezioni del marzo 1994, ma la l’ancien régime, il famigerato CAF, non sembra cedere le armi e tenta il colpo di coda con la discesa in campo di Silvio Berlusconi che si candida in chiave “anticomunista” per difendere la “libertà”. A sorpresa vince le elezioni, e si insedia a Palazzo Chigi il 10 maggio 1994. Il 22 novembre riceve un invito a comparire dalla procura della Repubblica di Milano. Da li a poco arriverà Prodi.

Stragi americane (pt. 2)

di Salvatore Fiorentino © 2025

Nel momento in cui l’Italia, forte della Costituzione repubblicana e del ritrovato orgoglio di nazione democratica conseguente alla Liberazione dall’odiosa oppressione del Ventennio fascista, tende ad assumere una consapevolezza politica ed istituzionale che la rende meno dipendente dalla “tutela” degli USA, iniziano a verificarsi le grandi stragi, che vengono inquadrate nella cosiddetta “strategia della tensione”, ossia un modo di indirizzare gli assetti politico-istituzionali in una direzione diversa da quella effettivamente determinata dalle scelte dei governi anche sotto la spinta dell’opinione pubblica e della volontà popolare. Tuttavia, occorre sempre tenere presente la netta differenza delle ricadute tra l’attentato alla singola personalità (come, ad esempio, Aldo Moro) ritenuta “pericolosa” e la strage eclatante, commessa sia nei confronti di una o più personalità da “eliminare” che nei confronti di inermi cittadini.

Si è ritenuto che ciò fosse giustificato dalla “guerra fredda”, in relazione alla posizione geografica di confine, sia verso l’est che verso il medio oriente, che l’Italia possiede, ossia col paventato pericolo che il Belpaese potesse essere attratto, formalmente o solo in pratica, nella sfera di influenza dell’Unione Sovietica, grazie al fatto di vantare il più forte e strutturato partito comunista europeo, che aveva larghissimo consenso non solo tra i settori popolari che costituivano l’ossatura portante del paese, ossia la forza lavoro che consentiva all’agricoltura e all’industria di prosperare, ma anche presso la “borghesia intellettuale”, costituita dallo zoccolo duro degli insegnanti per estendersi alle élite universitarie e del mondo della cultura di primo piano, artisti di ogni settore, dalla letteratura alla musica, dalle arti visive al teatro, ma anche scienziati ed economisti, filosofi ed intellettuali in genere.

In verità, con la caduta del muro di Berlino e l’imprevisto scioglimento dell’URSS nel 1991 – sotto la presidenza del dimissionario Mikhail Gorbachev, molto amato in Occidente e poco in patria – gli USA avevano immaginato di poter divenire l’unica superpotenza globale, dovendo quindi fronteggiare il colosso cinese, a quel tempo notevolmente più arretrato rispetto ad oggi. Le stragi italiane del 1992-1993 maturano in questo tornante della storia, in cui era ritenuto indispensabile un “regime change” in Italia, dato che i principali esponenti politici della “prima repubblica”, Craxi e Andreotti, non erano già da tempo considerati affidabili, in quanto avevano mostrato eccessiva autonomia nei confronti degli “alleati”, culminata a Sigonella, ma attuata da anni nel rapporto “amichevole” con leader del mondo arabo come Gheddafi ed Arafat, sulla scia del cosiddetto “lodo Moro”, ossia un patto di buon vicinato con concessioni reciproche.

Così quello che prima della caduta del muro di Berlino era un problema, ora diveniva la soluzione. Sotterrati in fretta e furia falce e martello, il PCI si trasformava nell’omologo del “Democratic Party” americano, perlomeno la sua parte più disponibile ad abbandonare l’ideologia per sposare quel pragmatismo che finalmente permettesse di entrare nelle stanze del potere sino ad allora precluse dalla pregiudiziale “anticomunista”. Venivano dismesse, contestualmente, tutte le strutture atlantiche paramilitari, più o meno segrete, come la P2, Gladio, ed altre meno note o ignote, come è verosimile, tutte dipendenti in ultima istanza dall’intelligence americana, da non considerare però come un blocco monolitico, a causa delle periodiche “faide” di potere tra CIA e FBI, tenuto conto che neanche i presidenti USA si possono considerare del tutto al riparo, come dimostrano i casi di J.F. Kennedy e Trump.

Anche la mafia, quella militare della efferata stagione degli omicidi e delle stragi, affidata ai “corleonesi”, doveva essere definitivamente “posata”, così come erano stati da tempo dismessi i gruppi eversivi di matrice neofascista, ai quali peraltro sarebbe stata commissionata la strage di Bologna dell’agosto 1980, dopo che il 27 giugno dello stesso anno si era tentato di abbattere un aereo su cui avrebbe dovuto viaggiare il leader libico Gheddafi, che scampò all’attentato perché avvisato da Craxi, così come avvenne anche nel 1985. Sul versante opposto, dopo l’uccisione di Aldo Moro nel 1978, già tirava aria di smobilitamento nelle “Brigate rosse”, che avevano reso un grande servizio agli americani alquanto preoccupati di un eventuale ingresso nel governo del PCI prospettato dallo statista DC così come, in Sicilia, dal suo delfino Piersanti Mattarella, assassinato nel 1980.

(continua)

Stragi americane

di Salvatore Fiorentino © 2025

Qual’è l’unica democrazia, ritenuta tale e da taluni persino la maggiore al mondo, che affonda le sue radici nell’ideologia da “Far West”, ossia che ha ragione chi spara più veloce e colpisce, talvolta uccide, per primo? E qual’è quella democrazia in cui quasi ogni cittadino è armato sino ai denti, visto che l’acquisto delle armi è facile come quello del pane? E poi, qual’è quella democrazia che ha assassinato alcuni dei suoi presidenti? Ed ancora, qual è quella democrazia che pianifica, organizza ed esegue veri e propri golpe (“regime change”) in altri paesi per deviarne il corso politico nella direzione gradita, anche mediante l’uso della violenza, con attentati attribuiti a organizzazioni locali, criminali o eversive, ovvero mediante guerre in nome della libertà? Non occorrono fini politologi, né arguti geo-strateghi, per dare la risposta, che balena in mente dopo che si è posta la domanda.

Le stragi in Italia sono tutte americane. Questo dovrebbe essere il punto di condivisione da parte di chi sostiene che le stragi degli anni ’90 (Capaci e via D’Amelio nel 1992; Firenze, Milano e Roma nel 1993) siano state una minaccia portata allo Stato da parte della mafia siciliana con il concorso di apparati istituzionali – da cui discende la teoria secondo cui cui la “Trattativa Stato-mafia” avrebbe avuto lo scopo di favorire il nascente partito di “Forza Italia” – e di chi, invece, nega questo disegno politico-criminale, per ciò ricercando le causali delle stragi altrove, come ad esempio nell’indagine cosiddetta di “mafia e appalti”, recentemente tornata alla ribalta dello scontro parlamentare dal momento in cui è divenuta oggetto principale di trattazione da parte della Commissione nazionale antimafia presieduta da una esponente di Fratelli d’Italia, duramente contestata dai componenti della Commissione di segno politico opposto.

Un secondo punto di condivisione che dovrebbe mettere d’accordo la politica, da sinistra a destra, è il fatto che la procura della Repubblica di Palermo, quanto meno al tempo di Falcone e Borsellino, fosse un “nido di vipere”. Ed ecco che dovrebbe essere automatico, già per buon senso, senza dover scomodare norme sull’incompatibilità esistenti e ben note, ritenere che chi oggi riveste un ruolo parlamentare non possa partecipare, in seno alla Commissione antimafia, a riunioni né a decisioni vertenti su questioni di cui si era occupato come magistrato. Soprattutto nel momento in cui la procura di Caltanissetta, competente ad indagare sui reati commessi o subiti dai magistrati appartenenti al distretto giudiziario di Palermo, abbia aperto fascicoli a carico di componenti di quella procura di Palermo finita nell’occhio del ciclone, come Natoli e Pignatone, per quanto è oggi noto.

Ecco l’ulteriore conferma che la politica odierna, da sinistra a destra e con particolare riferimento ai Cinque Stelle, non sembra voler giungere ad una verità oggettiva, ma parziale e strumentale a colpire l’avversario. Ciò perché, in primo luogo, è stata smentita dalle sentenze la tesi della “Trattativa Stato-mafia” quale presupposto per favorire il centrodestra berlusconiano dopo il crollo della “prima repubblica”, tesi reiteratamente sostenuta dal senatore del M5S Roberto Scarpinato, già sostituto procuratore a Palermo negli anni ’90 ed in tale qualità co-firmatario della richiesta di archiviazione del 13 luglio 1992 per un filone dell’indagine “mafia e appalti”, in cui era coinvolta un’impresa edile (Rizzani-de Eccher) del nord est, nota per le ingenti commesse ottenute nell’allora Unione Sovietica, tra il 1984 e il 1990, grazie alle quali beneficiò di un’impennata del fatturato, passato da 37 a 228 miliardi di lire.

Così come appare debole la tesi che si suole contrapporre alla precedente, secondo cui la strage di via D’Amelio, e quella di Capaci, furono causate essenzialmente dai timori ingenerati in alto loco dal dossier “mafia e appalti”, quest’ultimo, secondo Mori e De Donno, ufficiali del ROS dei Carabinieri, non adeguatamente valorizzato dalla procura di Palermo del tempo, sin dall’archiviazione richiesta il 13 luglio 1992 dai sostituti procuratori Scarpinato (che si occupava della parte relativa alla Rizzani-de Eccher, come dallo stesso riferito nella qualità di teste) e Lo Forte, vistata dal procuratore Giammanco e concessa dal giudice La Commare il 14 agosto 1992, con un provvedimento di totale adesione composto da sole due righe manoscritte su un modello prestampato. Perché tutta questa fretta? Perché alla vigilia di ferragosto, di una delle più calde estati che la Sicilia ricordi, vi era l’urgenza di archiviare?

(continua)

25 luglio (’25)

di Salvatore Fiorentino © 2025

Non è festa nazionale, ma dovrebbe esserlo ancora più che il 25 aprile. Perché il 25 luglio rappresentò il momento in cui il “male assoluto”, ossia il fascismo, ebbe la forza e la dignità di ravvedersi quanto meno sul proprio duce. Alle 2,30, dopo oltre otto ore di riunione, il Gran consiglio votò l’ordine del giorno sulla sfiducia per quel piccolo uomo che aveva portato l’Italia al disastro e fatto patire pene dell’inferno agli italiani. Un misero personaggio, corrotto, bugiardo e codardo sino al midollo, che era riuscito ad impadronirsi e mantenere il potere, per due interminabili decenni, con la violenza e la sopraffazione, grazie ad un consenso malato che alimentava con ogni mezzo illecito immaginabile. Da cui la sua fine tragica, senza onore delle armi, incisa nella memoria di piazzale Loreto dove si consumò non tanto l’impietoso vilipendio dell’uomo quanto la furia iconoclasta su un simbolo del male.

La decisione di destituire il duce e, quindi, di sciogliere il fascismo, fu tardiva ma comunque essenziale a limitare, per quanto ormai possibile, i danni. Al di là di ogni considerazione di tipo storiografico e ferma la condanna per ogni sistema totalitario, il dato essenziale che se ne ricava è questo: se persino un regime dittatoriale può avere in sé gli anticorpi sino al punto di decidere per il suo annullamento, ci si potrebbe legittimamente attendere che questa capacità di reazione ed autoriforma sia ancora più forte e presente in un sistema democratico e liberale? Eppure al tempo d’oggi il condizionale sembra d’obbligo così come il punto di domanda. Ed allora, a che serve la democrazia, la libertà, le garanzie costituzionali, se poi al potere ci sono uomini e donne che, pur ricoprendo ruoli istituzionali ad ogni livello, non hanno la capacità, il coraggio e l’onestà di farle valere, nascondendosi dietro pilateschi formalismi, assordanti silenzi e colpevoli se non dolose omissioni?

Ecco che si conferma come centrale e dirimente la questione della qualità dei rappresentanti del popolo a cui viene conferito il mandato politico, la cui elezione non può che essere riposta nelle mani dei cittadini aventi diritto al voto, i quali li sceglieranno assumendone le conseguenze. Tutto il contrario di quanto osserviamo oggi, con il progressivo scivolamento verso una falsa democrazia – e come tale ancora più pericolosa di una dittatura autentica – con la nomina dei deputati e dei senatori subordinata al mercatino dei “brand” politici – non più “partiti” – pilotati da gruppi di interessi particolari, non sempre leciti e giammai compatibili con l’interesse pubblico, che detengono la proprietà non tanto dei mezzi di produzione, quanto di quelli di comunicazione. Chiari esempi di questa metamorfosi degenerativa, in Italia, possono ravvisarsi nel “partito azienda” inventato da Silvio Berlusconi e, più recentemente, nel “movimento social” ideato da Beppe Grillo.

Questi “brand” politici, al loro interno, sono dei piccoli “fascismi”, ma senza un Gran consiglio che possa destituire i loro “duce” quando scantonano eccessivamente, salvo le faide per bande, o i duelli all’alba, come avviene per il PD o per il M5S. Ossia i partiti maggiori di una eventuale alternativa alla “destra” non antifascista tanto vituperata, condotta per mano al potere solo dalla manifesta incapacità di tutti gli altri di governare in modo serio e programmatico, invece di affidarsi alla retorica dei “social media”, dei provvedimenti “una tantum”, che poi non generano né sviluppo economico né tanto meno redistribuzione della ricchezza prodotta, finendo per ottenere l’effetto opposto. Quanto al partito di plastica per antonomasia, la creatura del berlusconismo che è giunto alla seconda generazione pronta alla ri-discesa in campo alla stregua di un “nuovo testamento”, cos’altro dire se non che è un’azienda che tutela i propri interessi vestendosi di politica?

Così, mutatis mutandis, siamo tornati al punto di partenza del fascismo del Ventennio che si impose anche grazie ad un vuoto politico e alla crisi socio-economica, strumentalizzando il malcontento popolare, additando tutti gli oppositori come nemici della patria e innalzando sé stesso come il salvatore, il tutto con una poderosa macchina della propaganda e con l’uso indiscriminato della sopraffazione e della violenza spinta sino al plateale omicidio politico di Giacomo Matteotti, momento da cui l’abbrivio criminale del fascismo non ebbe più sosta sino, appunto, al 25 luglio 1943, con la destituzione e il seguente arresto del duce a cui seguì l’ignominia della fantomatica repubblica di Salò, sino alla Liberazione definitiva da questo cancro della storia e della politica che, nonostante tutti gli accorgimenti adottati dai Padri costituenti della Repubblica in cui ancora oggi viviamo, serba il subdolo rischio di recidive e di metastasi, donde il dovere di prevenirle.

La dittatura in absentia

di Salvatore Fiorentino © 2025

Nella storia dell’Italia, ma anche in quella del resto del mondo, siamo abituati, per certi versi assuefatti, a riconoscere le dittature dai segni tipici che le contraddistinguono: la soppressione delle libertà civili, la sospensione delle elezioni, la concentrazione del potere nelle mani di un singolo individuo o di un ristretto gruppo, la repressione degli oppositori politici, l’uso della propaganda per controllare l’informazione e la manipolazione della giustizia, oltre al culto della personalità del dittatore, la militarizzazione della società e l’eliminazione dello stato di diritto. Questi segni iniziano a manifestarsi debolmente, per poi rafforzarsi sino ad esercitare una morsa dalla quale è pressoché impossibile divincolarsi, sicché quando è chiaro alla maggioranza dei cittadini che la dittatura si è realizzata è ormai troppo tardi per rimediare. Occorre quindi prevenire perché non c’è cura, né tanto meno il vaccino repubblicano sembra infallibile.

E quali sono i tratti tipici del dittatore? A parte l’ossessione maniacale riscontrata in Hitler, il patologico narcisismo di Mussolini e la tendenza schizoide di Stalin, alla radice della personalità del dittatore vi sono caratteri ricorrenti come il bisogno di sentirsi potente, la necessità di ricevere continua approvazione, la coltivazione di aspettative irragionevoli e fuori dalla realtà. Il dittatore vive in funzione del potere – o di ciò che tramite il potere può ottenere – ossia agli antipodi della saggezza. Questa concezione postula necessariamente la “cultura del nemico”. Il nemico è chiunque, anche un iniziale amico od alleato, che possa competere e rischiare di superare il dittatore, nella realtà o nella sua immaginazione, sicché vi è l’esigenza di controllarlo ad ogni passo, sottometterlo e se necessario eliminarlo. Del resto, le persone più prossime al dittatore sono solo un utile strumento per i suoi fini, e per questo sfruttate, umiliate e abbandonate al loro destino quando non servono più.

Se volessimo paragonare un dittatore ad un oggetto dell’universo – e forse questa similitudine è inedita – non ci sarebbe di meglio che descriverlo come un “buco nero”, ossia un corpo che assorbe e risucchia a sé tutta l’energia che si trova intorno, sino al punto da non permettere neppure alla luce di sfuggirgli. Un motivo in più per allontanarsene prima che si raggiunga il fatidico punto di non ritorno, alquanto temuto dagli astronauti. E ciò considerata la forza d’attrazione, così malefica, che un dittatore riesce ad esercitare nei confronti del suo “cerchio magico”, dato che si instaura una relazione “tossica” improntata sul do ut des, nella quale tuttavia il dittatore è sempre l’unico beneficiario in ragione della sua posizione di assoluta preminenza, essendo ogni elargizione concessa alla sua claque non altro che un’esca ben congegnata per legarli a vita, mani e piedi, a lui, per assicurarsi che nel giorno della sua caduta, inevitabile e certa in ogni dittatura, non resti solo.

Perché, in fondo, il dittatore è un codardo, un pauroso, un insicuro, uno che ha subito dei traumi infantili e giovanili gravi e non risolti, uno che odia gli esseri umani ed il mondo, ossia sé stesso, sino al punto da trovare insopportabile la sua immagine riflessa nello specchio – in senso reale e metaforico, diremmo stendhaliano – e che pertanto non può vivere senza consumare, giorno per giorno, notte per notte, la sua sete di rivalsa se non di vendetta. Un iracondo e violento che non si fida neppure di sé stesso e, quindi, di nessuno, perché tenta inutilmente di estinguere la sua ansia con i peggiori comportamenti che l’essere umano abbia mai concepito, tra cui il tradimento dei benefattori, non a caso rappresentato nella Divina Commedia nel più oscuro e terribile anfratto dell’Inferno, la quarta zona del nono cerchio, dove dimora conficcato nel ghiaccio Lucifero, ossia colui che osò tradire Dio. Sicché è disgraziata quella società che si trovi ad essere governata da un dittatore.

Ed alla conclusione di questa breve circumnavigazione essenziale della dittatura manifesta, coi suoi caratteri tipici e ormai codificati, occorre interrogarsi su quella che può essere definita come dittatura in absentia o, se vogliamo, “asintomatica” e quindi ancora più subdolamente perniciosa. Tralasciando qui la vulgata “distopica”, secondo cui la “dittatura perfetta” consiste in un regime totalitario in cui la popolazione, pur soggetta ad un controllo stringente, non percepisce la propria condizione come di oppressione, ma addirittura come di favorevole opportunità, ci riferiamo a quei casi in cui l’instaurazione di un regime, in modo graduale e apparentemente innoquo, consegua ad una assenza, senza precedenti, di alternative, sicché la presa del potere di un ristretto gruppo di persone con a capo un leader indiscusso raggiunga il punto di non ritorno segnato dalla linea virtuale della legge e della Costituzione democratica, laddove il dittatore sia nei fatti legibus solutus.

Il disumanesimo capitalista

di Salvatore Fiorentino © 2025

Mala tempora currunt sed peiora parantur per gli umanisti. Ma neppure i fedeli del capitalismo, quelli praticanti si intende, navigano in buone acque. Per capire il tutto non occorre scomodarsi in letture impegnate, né tanto meno è necessario rifarsi agli insegnamenti, del tutto ignorati se non irrisi, dell’ex presidente dell’Uruguay, Pepe Muijca, che restituiva la sua indennità trattenendo solo 800 euro al mese, ritenendoli sufficienti per vivere. E neppure occorre rifarsi al cinema d’autore, quello impegnato, e magari foraggiato con fondi pubblici, bastando ricordare un film del 1974, con Alberto Sordi, “Finché c’è guerra c’è speranza“, in cui si arriva alla amara conclusione secondo cui il sistema economico capitalistico, per auto-alimentarsi e sopravvivere, oltre a produrre più di ciò che serve e quindi instillare nella società bisogni fittizi che trasformano l’uomo in un “consumatore”, si fonda sulle depredazioni ai danni dei popoli resi e tenuti in povertà.

Ed è ovvio che per depredare è necessario usare la forza, la violenza, le armi. Ecco che il capitalismo, in epoca moderna, si sviluppa con il colonialismo, ossia con la conquista e lo sfruttamento di territori e popoli da parte di potenze europee, con cui sono state assicurate risorse, mercati e manodopera a basso costo. La “conquista dell’America” è il caso esemplare e più eclatante, dato che con questo processo di depredazione e sfruttamento, segnato dalla violenza e dall’appropriazione indebita di terre e risorse con la sistematica eliminazione o emarginazione della popolazione nativa, si è data origine ad una confederazione di stati, gli Stati Uniti d’America, divenuti un’entità politica con la dichiarazione di indipendenza delle tredici colonie britanniche, il 4 luglio 1776. E, non a caso, gli USA sono i principali se non unici sostenitori del governo di Israele, inviso e contestato dalla popolazione, nel disegno di occupare con la forza la striscia di Gaza.

Non appena il capitalismo si basa pressoché interamente sull’economia del petrolio, ecco che nasce la necessità di concentrare gli sforzi militari nelle regioni dove questo oro nero è più presente in natura oltre che più facilmente estraibile, ossia nel Medio Oriente, ed in particolare in paesi come Arabia Saudita, Iran, Iraq, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti. Anche in questo caso è utile richiamare un film del 1975, di produzione USA-Italia, diretto da Sydney Pollak e con un cast di prim’ordine, “I tre giorni del Condor”, in cui si spiega al pubblico che la corsa al petrolio mediorientale comporta, se necessario, anche l’eliminazione fisica di funzionari della stessa C.I.A. che si fanno troppi scrupoli, perché niente e nessuno si può permettere di intralciare i piani di guerra che servono a garantire al sistema economico americano, e quindi a quello capitalistico occidentale, le necessarie risorse energetiche a basso costo, dato che le riserve statunitensi non saranno eterne.

Nel momento in cui il mondo Occidentale si sente minacciato dalla crisi del sistema economico capitalistico e gli USA temono di dover cedere il loro ruolo di dominatori globali ad altre potenze emergenti, quali la Cina ed in generale ai paesi associati sotto l’acronimo “BRICS+” (originariamente Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa a cui si sono aggiunti diversi altri) che si pongono quale alternativa al sistema economico-capitalistico occidentale – accomunati da una visione per un “nuovo ordine mondiale” oltre che da caratteristiche come la condizione di economie in via di sviluppo, la disponibilità di ingenti risorse naturali, una popolazione numerosa e vasti territori – ecco che la deflagrazione di guerre nei punti critici di maggiore frizione tra questi due “mondi” ormai contrapposti appare quasi inevitabile. Questa dinamica, lenta ma inesorabile, spiega anche il motivo per cui progressivamente il modello americano ha “corrotto” i paesi europei.

La differenza, forse la principale, che distingue gli USA dai paesi europei sta nel fatto che mentre i primi pongono al primo posto il “dio denaro”, dal quale discende la loro potenza economica e militare, l’Europa diversamente trae la maggior parte della propria forza dalla tradizione culturale e politica, non idolatrando il denaro ed il capitale, ma ritenendolo piuttosto uno strumento al servizio della realizzazione di valori ritenuti fondamentali e non negoziabili, tra cui i diritti umani. La “corruzione” dell’Europa è stata quindi un presupposto tattico degli USA nella strategia di continuare ad essere i dominatori del mondo. Lentamente, la vecchia classe politica europea, quella dei padri fondatori dell’idea di Europa, è stata soppiantata da chi non ne ha onorato l’eredità ideale. In particolare, in Italia veniva spazzata via la “prima repubblica” perché i politici che la costituivano vedevano nel denaro e nel capitalismo uno strumento di potere e di sviluppo per il paese ed il popolo.

Gli USA pianificarono il “regime change” individuando gli ex comunisti come classe politica più malleabile, disposti ad ogni compromesso “ideale” pur di entrare nelle stanze del potere. Tuttavia, con l’imprevista “discesa in campo” di Silvio Berlusconi, dopo un periodo di assestamento, gli USA si resero conto che il “berlusconismo”, inteso come costume di massa e sub-cultura, era ancora più adatto per “corrompere” la politica italiana, nel senso di ribaltare l’equazione “denaro eguale potere” tipica della prima repubblica in quella inversa di “potere eguale denaro” che ha snaturato la democrazia italiana dal vertice sino alla base. Tuttavia, con Berlusconi non ci sarebbe stato il cedimento che si osserva oggi nei confronti degli USA con la destra meloniana, in quanto nonostante la visione “privatistica” delle istituzioni permanevano nel “Caimano” gli insegnamenti dei suoi maestri, Andreotti e Craxi, per la questione mediorientale. Ed ecco spiegato l’amore dei presidenti USA per la Meloni.

Luci e ombre del melonismo

di Salvatore Fiorentino © 2025

Era difficile immaginare che, dopo l’andreottismo, il craxismo e il berlusconismo, ci sarebbe stato il “melonismo”. Anche se è noto che in politica, come in natura, vige il principio dell’horror vacui, ossia quel meccanismo che non consente che un vuoto rimanga tale, anche a costo di essere colmato in modo del tutto insoddisfacente se non improprio. Ciò può spiegare il motivo per cui il governo Meloni, il primo della destra estrema in epoca repubblicana, ha già guadagnato la quinta posizione per longevità (quasi mille giorni). E se spegnerà la terza candelina (22 ottobre 2025) sarà il terzo, superando anche i pur blasonati governi Renzi e Craxi I, mentre potrà divenire addirittura il primo, scavalcando persino i “mitici” governi Berlusconi IV e II, se riuscirà a non farsi disarcionare sino alla fine dell’estate del 2026, magari da qualche governo “balneare”, o “governicchio”, essendo residuale ormai la possibilità di governi “tecnici” o “del presidente”.

Oltrepassato ormai quello che gli americani (tanto cari alla nostra Georgia) chiamano midterm, è senza dubbio maturo il tempo per un primo bilancio di questa nuova esperienza della politica italiana, cercando di individuare sia luci che ombre del “melonismo”, ossia di un leaderismo minoritario che comunque non ha, ad oggi, alternative. Qualcuno potrebbe obiettare che non vi siano luci ma solo ombre, ma questa sarebbe una visione faziosa, e quindi inutile, della realtà che abbiamo vissuto durante i quasi tre anni di governo Meloni, mentre è quanto mai necessaria una comprensione oggettiva del fenomeno, perché è indubbio che si siano verificati inequivocabili ed inopportuni déja vu, revival e quant’altro, tra cui l’apologia del busto di Benito Mussolini, gelosamente custodito dalla seconda carica dello Stato, ossia il presidente del Senato, per ricevuta eredità paterna. Anche se le ombre, come vedremo, finiscono per prevalere nettamente sulle luci.

E quali luci si possono riconoscere nell’operato della premier e leader di Fratelli d’Italia? La prima è senza dubbio quella di aver affermato che il governo della nazione deve essere “politico”, ossia determinato dal voto degli elettori, anche se nulla si è fatto per rimuovere l’incostituzionalità perdurante dell’attuale sistema elettorale che preclude le preferenze e consente le nomine di deputati e senatori da parte delle segreterie dei partiti, questi ultimi peraltro immiseriti al rango di partiti-persona o, peggio, di partiti-azienda. La seconda è quella di aver tentato di contrastare, anche se non riuscendovi, la falsa narrazione “pandemica” sposata da tutto lo schieramento politico – eccetto Fratelli d’Italia, unici oppositori del governo Draghi – che ha segnato la sospensione della democrazia per la prima volta dopo il regime fascista. Ed infine, la terza è quella di aver tentato di riportare alla luce le causali delle stragi degli anni ’90, valorizzando il dossier “mafia e appalti”.

Per il resto solo ombre, il cui elenco è talmente lungo da non poter essere esaurito in questa sede. E non v’è dubbio che la più grave ombra che il “melonismo” ha portato in dote all’Italia è quella, da ultimo esplosa in tutta la sua evidenza nella gestione della crisi mediorientale, della sudditanza mai vista prima d’oggi nei confronti degli Stati Uniti d’America, tanto prima con i democratici di Biden quanto dopo con il tycoon Trump, al quale la premier, in modo del tutto abusivo, ha promesso l’uso delle basi italiane nel caso di ulteriore escalation nella guerra contro l’Iran. Da questo punto di vista, la Meloni ha fatto rimpiangere figure politiche cadute nella polvere come Andreotti e Craxi, motivo per cui non c’è neppure bisogno di scomodare illustri statisti come Sandro Pertini e Aldo Moro. Si ripete, in forma di farsa, la tragedia del mussolinismo che si prostrava al prepotente del tempo, offrendo ad Adolf Hitler la carne da macello dei soldati italiani inviati in Russia.

Un’altra ombra, per così dire strutturale, del melonismo, consiste nella grave ed insanabile carenza di classe dirigente ad ogni livello, da quello nazionale sino a quello locale. La pochezza dei ministri, al netto delle disavventure giudiziarie, dei parlamentari, degli amministratori locali, unitamente alla pressoché assenza di intellettuali di area, ha reso disastrosi gli esiti del tentato spoil system negli enti culturali e nel sottogoverno in genere, per non parlare dell’occupazione dei mezzi di informazione pubblica che hanno comportato il conio di “telemeloni”, facendo impallidire persino il clamoroso conflitto d’interessi berlusconiano. Sicché al “compagnettismo” della sinistra, invero endemico e mortificante di ogni criterio meritocratico, si è sostituito il “cameratismo” della destra, con episodi di “familismo” e “amichettismo” talmente sfacciati e grossolani da lasciare allibiti. Per non parlare poi dell’ondata di scandali che sta travolgendo FDI in Sicilia, con esiti tutti a venire.

Il sonno della repubblica

di Salvatore Fiorentino © 2025

E’ stato osservato, ancorché da voci isolate, come oggi la Costituzione repubblicana, testamento per la democrazia di questo paese, sia impunemente vilipesa. Ed in particolare dall’abuso (in senso lato) del potere, di chi amministra la res publica come fosse un feudo personale. E diremmo anche da parte di chi compie imperdonabili peccati di omissione, facendo finta di non vedere, di non sentire, di non capire, ciò che sta succedendo di grave nel mondo, dove si sta nuovamente affermando il principio secondo cui il potere politico non ha limiti e che il diritto naturale dell’uomo deve pertanto soggiacervi, sino al punto di “giustificare”, anche mediante meschini giochi di parole, lo sterminio di decine di migliaia di persone inermi, per lo più donne e bambini, che non hanno alcuna colpa se non quella di essere nati in una terra dalla quale l’attuale governo israeliano, complice l’Occidente e molti paesi arabi, ha deciso di scacciarli.

Cartina di tornasole di questo vilipendio è innanzitutto la manifesta refrattarietà di tutta la classe politica al rispetto delle regole, con l’aggravante dell’ipocrisia esibita da chi si propone come paladino dell’onestà, mentre poi si comporta in senso incoerente a ciò. Basti pensare alla abrogazione del reato di abuso d’ufficio, ossia della condotta più odiosa commessa da chi esercita un potere pubblico rivestito su delega dei cittadini. Vero è che il reato è stato abrogato dal governo Meloni e dai suoi Fratelli d’Italia, ma occorre dire che furono i Democratici ad avviare il depotenziamento del reato, seguiti in questo percorso dai Cinque Stelle, al tempo in cui governavano l’Italia col 33% dei consensi, che lo resero di fatto inapplicabile. Sicché l’abrogazione decisa dal governo delle destre-destre non ha altro significato che dare degna sepoltura ad un “cadavere” che giaceva da ormai troppo tempo nelle aule di giustizia italiane al cospetto della epigrafe “la legge è eguale per tutti”.

Quindi oggi, in Italia, si può abusare del potere. Ad esempio, si può manipolare un concorso per reclutare pubblici funzionari senza commettere alcun reato, e si fa fatica a comprendere come poi i “prescelti”, in virtù di cotanta genesi abusiva, potranno assicurare al cittadino criteri di imparzialità come la Costituzione prescrive, potendosi presumere che avranno invece un occhio di riguardo per il cittadino che avrà votato il politico che li ha reclutati, assumendo di conseguenza un atteggiamento opposto nei confronti degli altri, in questo modo perpetuandosi un abuso di potere a cascata che mortifica i capisaldi della convivenza civile, ossia quelli di parità di condizioni senza alcuna discriminazione di sorta, conducendo la repubblica verso lidi assai lontani da quelli che vengono chiaramente descritti nella Costituzione vigente. Ed è ovvio che la quasi totalità dei cittadini, quelli che non possono permettersi di attendere i tempi della giustizia, non potrà che chinare la testa.

Ed è pure ovvio che in questo banchetto senza regole e senza criteri, se non quello dell’abuso del potere fattosi legge, non potrà che presenziare a pieno titolo anche “Mafia s.p.a.”, e senza bisogno di alcun invito per sedere in un posto di tutto riguardo se non a capotavola. E cosa potrà mai opporre un prefetto, non tanto “di ferro” quanto arrotolato come la carta stagnola, se costui dovrà ritenersi a disposizione non più della legalità e dello Stato di diritto, ma inevitabilmente obbligato verso quel potere politico (abusante se non abusivo) che lo ha nominato apprezzandone il misurato interventismo nel momento che scartava invece chi, più zelante del primo, abbia in scienza (ma soprattutto in coscienza) applicato fedelmente i principi della Costituzione repubblicana in nome del popolo italiano ed in onore delle vittime innocenti che si sono sacrificate per l’ideale di servire lo Stato, quello vero. Si consolerà tagliando nastri, partecipando a cene di gala.

Così come accade nella rappresentazione di una repubblica sempre più svuotata di contenuti fondanti, costituzionali, per dare spazio e diffusione alla retorica che scorre a fiumi senza alcun argine che possa regimarla, motivo per cui le parate militari, curate in modo maniacale in ogni più piccolo dettaglio in favore di telecamere a reti unificate sotto l’occhio vigile di una regia “politica”, divengono forma sterile con cui si tenta “abusivamente” di surrogare contenuti che latitano da ormai troppo tempo. E gli italiani? Sembrano ormai contagiati dal vizio capitale che il Principe di Salina attribuiva ai siciliani, che secondo lui si ritenevano così perfetti da non sopportare di essere svegliati dal loro sonno atavico, quasi un oblio senza tempo nella storia millenaria di dominazioni subite e mai una germogliata in loco, e neppure da chi portasse loro in dono i più meravigliosi regali. Sicché, anche chi incarna oggi le istituzioni della repubblica sembra compiacersi di questo sonno.