di Salvatore Fiorentino © 2025
Ogni esperienza umana ha un inizio ed una fine. E così anche i leader politici – o presunti tali – devono ad un certo punto, nolenti o volenti, uscire di scena. Ma la fine della loro parabola discendente non coincide quasi mai con l’effettivo abbandono del potere, dato che c’è sempre un periodo più o meno lungo che viene percorso per forza d’inerzia, ed è il questo il momento in cui solitamente si verificano i maggiori danni per la collettività, dato che per istinto di sopravvivenza (politica) il leader di turno cercherà in ogni modo di ritardare il giorno in cui dovrà alzarsi dalla poltrona di governo (o solo di comando), soprattutto se non si tratta di un arrivederci, ma di un addio. I naviganti di lungo corso democristiani si alzavano volentieri dallo scranno per sgranchirsi le gambe, consapevoli della conclamata longevità (politica). Altri, invece, a cominciare dai socialisti per finire ai leghisti, hanno mostrato di patire per la dipartita (politica).
Con i suoi 1103 giorni di governo, la destra post missina (che ha disperso per strada gli effetti depurativi della svolta “finiana” di Fiuggi), grazie alla sua leader, ha raggiunto un primato impensabile solo qualche anno fa, collocandosi al terzo posto della (non invidiabile) classifica della durata degli esecutivi nell’epoca repubblicana (dal 1948 ad oggi). Medaglia di bronzo conquistata, dunque, a pieno titolo da Giorgia Meloni, che non nasconde di aspirare non tanto all’argento quanto all’oro, replicando e magari migliorando il risultato che nella storia d’Italia è stato ottenuto solo da un suo avo (politico): Benito Mussolini. Difatti, se con lo stato liberale (1861-1925) la durata media dei governi italiani fu di circa due anni, con il regime fascista (1925-1943) si ebbe un unico governo per oltre venti anni (il famigerato “ventennio”). Ma, a dire di uno dei “cortigiani” di partito, sia per ragioni anagrafiche che per inesistenza di alternative, il nuovo orizzonte è il “trentennio”.
Tuttavia, ancora più che in natura, in politica prevale sempre il principio dello “horror vacui“, nel senso che non può esistere mai un “vuoto politico”, sicché nel momento che la tenuta del “melonismo” non potrà più contare sulla spinta data dalla forza d’inerzia in esaurimento, la voragine che si verrà a generare, data l’inesistenza dell’alternativa offerta dall’attuale schieramento di opposizione (PD e M5S, oltre cespugli vari) sarà certamente colmata da una novità ad oggi imprevista e persino imprevedibile. I precedenti non mancano. Si pensi, solo per citare il più clamoroso, al caso della creazione dal nulla di un partito “di plastica” e dal nome bizzarro (a quei tempi), “Forza Italia”, capeggiato da un estraneo alla politica, Silvio Berlusconi, irriso dalla compagine progressista che si sentiva la vittoria in pugno e che lo considerava niente più che un venditore di tappeti arricchitosi grazie alla speculazione edilizia e alle leggi ad personam sulla TV privata.
Ma perché si può affermare che il “melonismo” è finito, se ancora oggi i sondaggi indicano una crescita dei consensi per il partito di Fratelli d’Italia, che ha superato la soglia del 30%? Innanzitutto va precisato che quando si parla di “-ismi”, come per il “berluscon-ismo”, il “renz-ismo” e similari, non si fa riferimento al mero dato elettorale, ma ad una tendenza, ad una percezione, che si diffonde come un’onda nella società, trasversalmente, non soltanto nel bacino dei militanti e dei simpatizzanti di quel dato leader. Sotto questo punto di vista, e non sembri paradossale, si può dire che oggi il “berlusconismo” è più vivo e vegeto del “melonismo”. Ed è questo il primo fattore, interno alla coalizione, che permette di prognosticare il declino della leader di Fratelli d’Italia, mentre il secondo riguarda il crollo del principale alleato, la Lega, che dai fasti del 30% di pochi anni fa si trova decimato, mentre l’elettorato moderato che aveva votato la destra ora inizia ad essere diffidente.
A conti fatti, il 30% dei recenti sondaggi significa poco e nulla, dato che l’affluenza alle urne precipita verso l’astensionismo ad ogni tornata elettorale. Ciò vale a dire che il 30% del 35% tendenziale che si reca alle urne esprime poco più del 10% dei cittadini italiani aventi diritto al voto. Con l’aggravante che, in queste condizioni di sfiducia generalizzata per il principale rito della democrazia, chi va a votare è quasi esclusivamente chi beneficia di qualche vantaggio da parte delle forze politiche di governo o che aspira a riceverlo nel breve termine, riducendosi al lumicino il voto di opinione. Se come è avvenuto col PD di Renzi o con la Lega di Salvini ed anche con il M5S, il 40% o il 30% sono basati su un fondamento effimero, il crollo verso le percentuali ad una cifra, e persino al di sotto della fatidica soglia del 5%, è dietro l’angolo. Ed avviene nel momento in cui, come un’onda, si diffonde la percezione che chi ha promesso il mare non mantiene neppure un secchiello.