A trent’anni dalle stragi

di Salvatore Fiorentino © 2022

Dopo trent’anni di antimafia, quella che si è formata e sviluppata a seguito delle stragi epocali di Capaci e via D’Amelio, è necessario voltare pagina. Nel senso indicato da Paolo Borsellino, che oggi ci parla per mezzo dei suoi figli, ed in particolare di Fiammetta Borsellino. Che ci consegna ora una verità drammatica, per certi versi sconcertante, ma che l’opinione pubblica più attenta aveva già da tempo intuito, iniziando a dismettere un atteggiamento “fideistico” verso i presunti eredi (che in verità non esistono) dell’ultimo testimone, Paolo Borsellino, che aveva visto il vero volto dello “Stato” restandone sconvolto, ossia quello del potere indicibile, che risponde a logiche ed interessi che sono, alla bisogna, non solo al di sopra delle teste dei cittadini, ma persino in grado di piegare gli organi del medesimo “Stato”, e che per questo motivo non ammettono impedimenti ed ostacoli, falciandoli con metodi brutali, ove non si possa asservirli o corromperli.

Non ci fidiamo più (ammesso che lo avessimo fatto) della magistratura, della politica e della società civile, in una parola degli “apostoli dell’antimafia”. E il riferimento non è solo agli esponenti di queste categorie caduti nel pubblico discredito come i Tinebra, i Contrada, le Saguto e i Montante, ma anche a quelli che ancora oggi hanno il coraggio (e ce ne vuole davvero tanto) di pontificare su “trattative Stato-mafia”, “sistemi criminali” e via discorrendo, come se questa ricerca della “verità” dovesse essere fuori dal tempo, senza che mai si possa andare sino in fondo per scrivere la parola fine. Per calcolo, per convenienza, per quieto vivere, per timore o per chissà cos’altro? Fatto sta che, nostro malgrado, non riusciamo più a fidarci neppure dei principali protagonisti dell’antimafia di questi trent’anni, che possiamo archiviare in una immaginaria galleria: Scarpinato, Lo Forte, Lari, Caselli, Grasso, Pignatone, Di Matteo, Lumia, Orlando, Fava jr, don Ciotti.

Quali allora i punti di riferimento a cui ancora guardare? Potremmo dire che se la “modernità” dell’antimafia ha fallito alla prova dei fatti, occorre tornare ai “classici”, ossia a coloro che non si credevano né si atteggiavano a “protagonisti” della lotta alla mafia, questa intesa in senso lato e quindi ben oltre la manovalanza militare (livello in cui vanno ricompresi anche i “capi dei capi” Riina, Provenzano e Messina Denaro), mentre interpretavano il loro ruolo secondo il senso del dovere innato nelle loro coscienze, ben consapevoli di andare incontro a gravi ed irreparabili conseguenze, senza per questo sentirisi o immaginarsi “eroi” o “superuomini”, né di meritare alcun onore o ricompensa. Non magistrati, politici, giornalisti, preti “antimafia”, ma solo magistrati, politici, giornalisti, preti. Perché la lotta al potere mafioso, connaturato nello Stato, non significava per loro alcun quid pluris da ostentare o rivendicare, essendo ciò a cui avevano dedicato la vita.

Paolo Borsellino ne é l’ultimo rappresentante: Chinnici, Terranova, Livatino, La Torre, Fava sr, don Puglisi. Nel momento della massima confusione dell’antimafia, fatta di improbabili soloni e sdrucite passerelle, occorre ritornare alla lezione, scolpita dalla loro gesta, di questi uomini che non hanno assecondato alcun timore, né esercitato alcun calcolo, né rincorso alcun secondo fine, nella sfida al potere deviato sino alle estreme conseguenze, così da lasciare un’eredità culturale e morale che costituisce quelle solide fondamenta, posate sulla roccia, da cui ripartire nelle ricostruzione di una società che voglia, innanzitutto, essere migliore di quella attuale. Perché, alla fine, la liberazione avverrà solo se saranno gli stessi cittadini a volerlo, quando invece di ricercare la raccomandazione ed il favore pretenderanno, a costo di rinunzie e sacrifici, di ottenere il loro diritto, ma niente di più. Perché l’unico modo per sradicare il potere corrotto è lasciarlo digiuno di clienti e questuanti.

Ecco che è giusto confidare, come ribadito da Paolo Borsellino nell’ultimo suo celeberrimo discorso pubblico, nelle giovani generazioni, quelle di ieri e quelle di oggi, quelle che furono giovani al tempo delle stragi e che hanno portato per trent’anni le cicatrici indebili di tanto strazio per il Paese, e quelle di oggi che devono ricevere, necessariamente, questa dolorosa testimonianza, per proseguire il cammino, acquisendo una nuova consapevolezza per liberarsi dalla zavorra dei falsi o sterili profeti nonché dei turpi sciacalli travestiti da benefattori. Perché rimane quanto mai vero che: La lotta alla mafia dev’essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”. E che, inoltre: “Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, altrimenti diventa un ostacolo che impedisce di andare avanti”. Parola di Paolo Borsellino. Onoriamola sempre.

Apocalypse Draghi

di Salvatore Fiorentino © 2022


L’emergenza c’è. Non per il covid né per la guerra. Ma per la democrazia italiana ed europea. Che risultano sospese in nome di un interesse “atlantico”, quello di sopraffare con ogni mezzo, “whatever it takes”, le potenze “orientali”, Russia e Cina. E se per questo obiettivo si deve sacrificare uno stato, massacrare i suoi cittadini, ecco che allora tutto diviene “lecito” per gli “occidentali” e “democratici” governanti angloamericani e per il loro stati “satellite”, governati dai loro prestanome, tra i quali ha certamente un ruolo preminente l’attuale premier italiano, il banchiere neoliberista monetarista Mario Draghi, che negli USA si permette di parlare a nome dell’Italia e dell’Europa senza aver ricevuto alcun mandato dagli organi che rappresentano il popolo, ossia i parlamenti. Troppo scomodo, troppo pericoloso, perché certamente sarebbero emerse tutte le contraddizioni che vengono censurate da un vero e proprio “regime” autocratico ormai dominante in Italia.

Troppe deroghe, e tutte in una volta, comportano un rovinoso deragliamento dai binari della Costituzione. Prima delle quali è certamente l’anomala rielezione del presidente della repubblica per incapacità (?) del parlamento ad individuare una figura degna di succedergli. Sette anni sono tanti, e ogni anno in più trascorso al Quirinale aggrava l’attuale condizione di stato d’eccezione della democrazia, sino al punto di potersi ritenere che della democrazia sia rimasto solo il simulacro. Ma non è tutto, anzi. Perché l’Italia non è governata dalla maggioranza uscita dalle ultime elezioni del 2018, essendo stato imposto il governo del “presidente” (quello rieletto di cui sopra), con la scusante dell’emergenza pandemica, ormai cessata il 31 marzo 2022, ma alla quale è subentrata l’emergenza per la guerra in Ucraina, prorogata e prorogabile sino a data da destinarsi. Pare così che lo stato di emergenza sia ormai la regola, per un motivo o per un altro, come metodo di governo.

Ma perché i partiti e i movimenti politici sono così deboli, al punto da sottomettersi senza troppe resistenze ai diktat dei “poteri forti”, ovvero alle decisioni autocratiche del presidente della repubblica (sempre quello rieletto), e non riescono più ad attuare ciò che sarebbe loro dovere costituzionale, ossia onorare il mandato ricevuto dal popolo sovrano, quest’ultimo sempre più distante dai palazzi del potere? Una prima ragione di fondo consiste nel fatto che si è perso il radicamento nel territorio, dato che un parlamentare non è più espressione delle preferenze popolari, ma della designazione dei ras di partito, che non decidono solo le liste, ma anche chi sarà verosimilmente eletto in base al consenso pronosticato con buona precisione dai sondaggi. E questi notabili di partito a chi rispondono se non ai poteri finanziari, imprenditoriali, ossia a chi detiene il capitale e può sostentare l’azione politica, con campagne elettorali e mezzi di comunicazione?

Vedendolo da vicino il mito di Draghi, il presunto supereroe, si è di molto affievolito, precipitando in caduta libera nell’ultimo periodo. Molto fumo (di Londra, of course) e poco arrosto. Presentato in pompa magna come il “migliore”, alla prova dei fatti si è dimostrato il peggiore presidente del consiglio dei ministri italiano e, forse, europeo, di tutti i tempi. Nonostante il sostegno sfacciato degli organi di informazione pubblici e privati, non è riuscito a nascondere gaffe e scivoloni, così come l’assenza di un barlume di strategia, procedendo con la più classica delle navigazioni a vista, tuttavia guidata dalla stella polare degli USA, manifestando una sudditanza verso la bandiera a stelle e strisce che non si era mai vista neppure durante i periodi più bui della repubblica, ingenerando imbarazzo e umiliazione verso chi oggi crede che l’Italia sia uno stato sovrano, ancorché membro UE, e che pertanto i suoi destini debbano essere decisi dalla volontà popolare, non da altri.

Il combinato disposto di un presidente della repubblica che, manzonianamente, il coraggio non se lo sa dare e di un premier che è schiacciato senza pudore a servire gli interessi angloamericani prima ancora che quelli europei e italiani, ha condotto inevitabilmente verso una situazione mai vista in epoca repubblicana, ossia una deviazione sostanziale dalle regole della democrazia come sancite dalla vigente Costituzione. L’Italia rischia di trovarsi di fatto in guerra contro la Russia perché il suo padrone americano ha deciso di sacrificare l’Europa per tentare di mettere al tappeto l’orso russo. Gli americani, come al solito, commettono un grossolano errore di valutazione: la Russia oggi, ieri l’Unione Sovietica, è il più vasto paese del globo, ha risorse naturali immense che la rendono autosufficiente. E possiede una tradizione culturale di gran lunga superiore a quella degli yankee. Tentare di negarlo, come ha fatto un improvvido Draghi, porta dritto filato all’apocalisse.

Mercanti di democrazia

di Salvatore Fiorentino © 2022

E’ possibile immaginare (direbbe John Lennon) un mondo senza guerra? Forse solo quando e se l’umanità progredirà rispetto allo stadio evolutivo (presuntuosamente) definito come quello dell’ “homo sapiens”, che per la verità è un pò datato, risalendo a circa 200 mila anni fa. Campa cavallo che l’erba cresce, oppure sotto la panca la capra campa, sopra la panca la capra crepa? Potevamo chiederlo a Stanley Kubrick, che forse in “2001: A Space Odyssey” aveva trovato la chiave dell’arcano, ma era il 1968 e tutti erano distratti dal Maggio francese e dalla “rivoluzione”, sicché non abbiamo fatto in tempo, almeno in questo mondo terreno. Altrove, chissà. Eppure la filmografia meno elevata, diremmo hollywoodiana, ha spesso rappresentato l’ideal-tipo del magnate che non sapendo più dare un senso all’accumulazione di smodate ricchezze comprende che la sua vita è destinata ad avere una fine piuttosto che un fine e inizia a sperimentare come rinviarla, questa fine.

D’altra parte, i popoli usciti da guerre devastanti hanno saputo scrivere costituzioni che dichiarano espressamente di ripudiare la guerra, ammissibile esclusivamente come strumento di legittima difesa, e non certo per assecondare mire espansionistiche né, tanto meno, per dirimere controversie internazionali. Ma, a ben vedere, forse l’unico paese che l’ha scritto chiaro e tondo è l’Italia, quello stesso in cui la classe politica che governa la pensa in modo opposto a quel popolo che dice di governare. Allora il problema del Belpaese non era tanto la corruzione dei partiti e la collusione con le mafie ai tempi della “prima repubblica”, quanto l’asservimento (ormai totale) alle politiche e agli interessi degli Stati Uniti d’America, da sempre legati dal cordone ombelicale con il Regno Unito. “Timeo Danaos et dona ferentes”, dissero i Troiani, e lo stesso dovevano dire gli italiani quando le truppe a stelle e strisce misero piede sul suolo dello stivale, per liberarlo ma soggiogarlo.

Così come non era affatto “democratica”, a dispetto della denominazione, la Germania dell’Est sotto il dominio dell’allora Unione Sovietica, oggi non è per nulla “democratico” quel partito italiano così detto e che rivendica la fedeltà cieca ai diktat della dottrina DEM americana, quella inaugurata dai famigerati coniugi Clinton, passati alla storia più per la grottesca gestione mediatica del “sex-gate Lewinsky” che per le imbarazzanti e-mail di Hillary che sarebbero in possesso di Julian Assange, motivo per cui il giornalista ed attivista dell’organizzazione WikiLeaks – quella stessa che ha svelato documenti riguardanti i crimini di guerra commessi dagli USA – già privato della libertà personale, oggi rischia persino la pena di morte una volta che sarà estradato nella presunta patria della democrazia allo stesso modo di come, nell’illiberale autocrazia russa, l’oppositore del regime di Vladimir Putin, Alexei Navalny, ha rischiato e rischia la vita, previe torture.

Che in Italia il livello di democrazia sia sceso sotto la soglia di guardia era ormai chiaro con il golpe di palazzo che aveva portato a capo del governo un signore non legittimato né gradito dalla maggior parte degli italiani, ma imposto e protetto da ogni critica con la scusa dell’emergenza continua, prima il covid poi la guerra, domani chissà cos’altro. Editorialisti di punta dei maggiori giornali italiani hanno ipotizzato se non auspicato il “commissariamento” perpetuo, con Draghi plenipotenziario, della democrazia per la manifesta incapacità dei partiti, ossia per la ovvia riottosità a farsi dettare l’agenda politica da poteri semi-occulti, recidendo di fatto ogni rapporto con il cittadino elettore, ridotto a mero suddito a cui imporre se del caso restrizioni e punizioni unilaterali, sino a privarlo della libertà personale, del diritto al lavoro, della possibilità di garantire a sé stesso e alla propria famiglia la sopravvivenza. E chi osa contraddire il verbo del governo è fuorilegge.

Quei pochissimi intellettuali ancora rimasti vengono messi alla berlina, ostracizzati, sospesi dallo stipendio. Quei pochissimi giornalisti che ancora possono definirsi tali vengono biasimati, bannati, oscurati, costretti ad organizzare trasmissioni semi-clandestine. La RAI a stelle e strisce non consente ai propri giornalisti, ancorché autorevoli, di esprimere una sola parola che possa infastidire gli USA (la NATO), perché costoro vengono immediatamente bollati come pericolosi filoputiniani, ossia una specie che merita ogni trattamento deteriore, non essendo titolare dei diritti costituzionalmente garantiti da una Carta che è sempre più straccia, con il silenzioso beneplacito del suo garante, che non riesce a darsi il coraggio come quelli, diceva Manzoni, che non ce l’hanno. E nostante tutto, ogni giorno che passa, sempre più cittadini italiani (e probabilmente europei) si rendono conto di non volere la guerra. La guerra dei mercanti di democrazia.

La guerra dei Trent’anni

di Salvatore Fiorentino © 2022

Tra il 1618 e il 1648 l’Europa fu dilaniata da una serie di conflitti, tra i più lunghi e disastrosi della sua storia, iniziati tra stati protestanti e cattolici ma proseguiti come scontro tra le maggiori potenze del continente. La guerra causò gravissime devastazioni nei centri abitati e nelle campagne, con uccisioni di massa, operazioni di inaudita ferocia condotte da eserciti mercenari, epidemie e carestie, lasciando sul terreno ben 12 milioni di morti. Questo conflitto epocale è conosciuto come “guerra dei Trent’anni”; ma ve ne è un altro, originato negli anni ’90 del Novecento, che può candidarsi ad essere denominato con questa definizione: ed è la guerra che gli USA hanno mosso, per interposta Europa, contro ciò che rimaneva dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica. E’ una guerra che è stata condotta con il silenzioso avanzamento verso Est della NATO e con l’infiltrazione delle democrazie europee, insediando leader e governi che non fossero “alleati” ma subalterni.

Basta vedere come si muove in Ucraina la speaker della Camera USA, la democratica ottantaduenne italoamericana Nancy Pelosi, per capire chi è che veramente comanda in questo martoriato paese. Lo hanno detto senza mezzi termini osservatori avveduti e per questo ostracizzati nonché, da ultimo, il più grande intellettuale statunitense, Noam Chomsky: la guerra in Ucraina è una guerra che gli USA stanno combattendo per procura sino all’ultimo cittadino ucraino. Quindi un massacro pianificato e messo in conto pur di perseguire l’obiettivo strategico di indebolire e successivamente abbattere la Russia, in quel disegno imperialista che vede la super potenza a stelle e strisce quale unica egemone del globo, pronta a neutralizzare anche paesi emergenti come Cina e India. E, sempre secondo Chomsky, mettere Putin con le spalle al muro, definendolo “criminale di guerra” e minacciando di processarlo all’Aja, rende realistico il rischio di una escalation nucleare.

Allo scioglimento del “Patto di Varsavia” non consegue lo scioglimento della simmetrica “Alleanza atlantica”, ma gli allora presidenti George Bush senior e Michail Gorbaciov raggiungono un accordo: la Germania riunificata entrerà nella NATO, ma quest’ultima non dovrà espandersi ulteriormente verso est. Tuttavia, con la dottrina Clinton, poi seguita anche da George Bush junior, l’accordo viene violato dall’Occidente, sicché la NATO inizia ad espandersi dal 1994 inglobando uno dopo l’altro i paesi dell’est europeo: Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria, Lettonia, Lituania, Bulgaria, Romania, Slovacchia, Slovenia, Croazia, Albania, Montenegro, Macedonia del Nord, spingendosi sino ai confini con la Russia. Per arrivare alle porte di Mosca gli USA, così da completare l’espansione ad est con l’Ucraina, avevano pianificato l’ennesimo “regime change” a Kiev, sperimentando forse per la prima volta una strategia “holliwoodiana”, con una fiction che diviene realtà.

Volodymyr Zelensky, un mediocre attore che guadagna improvvisamente la notorietà pubblica, si trova così in breve tempo a passare dal set televisivo dove impersona il presidente dell’Ucraina, a quello del più cinico e drammatico “reality show” mai concepito, lo stesso in cui, da presidente effettivo, provoca e quindi alimenta la guerra contro la Russia. A seguito della “rivoluzione arancione” del 2014, istigata dagli americani, l’Ucraina ha ricevuto dagli USA addestramento e armamenti per oltre 4 miliardi di dollari, di cui 1,7 dall’inizio dell’invasione russa del 24 febbraio 2022, quale presupposto per il previsto ingresso nella NATO, già annunciato dal 2008 e confermato in un documento firmato da Joe Biden nel 2021. Del resto gli Stati Uniti hanno rigettato sino allo scorso gennaio 2022 le richieste della Russia: l’indipendenza del Donbass, la neutralità e la demilitarizzazione dell’Ucraina, ossia uno status analogo a quello del Messico rispetto agli stessi USA.

E’ evidente che con la dottrina Clinton si sia avviata una campagna di “regime change” in tutta Europa, per garantire l’adesione o comunque la non opposizione alla strategia espansionistica di Washington. Se si guarda all’Italia, è chiaro che la “prima repubblica” fu spazzata via sotto la spinta dell’intelligence USA, dato che i leader dell’epoca, Craxi e Andreotti, erano considerati un ostacolo al perseguimento degli interessi americani nel medio oriente e nell’est europeo. Con la manovra a tenaglia di “mani pulite” e di certa “antimafia” si imbastirono processi “politici” che portarono al potere gli eredi dell’ex PCI, non a caso oggi i principali fautori – con il ripudio dei valori pacifisti e antimilitaristi della sinistra – della prosecuzione della guerra ad oltranza in Ucraina costi quel che costi, nonché, a dire del loro segretario, gli unici che sostengono convintamente il governo più guerrafondaio dopo il fascismo, quello guidato da Mario Draghi, ossia dagli USA.

Pace e guerra

di Salvatore Fiorentino © 2022

Nell’epico “Guerra e pace”, Lev Tolstoj – probabilmente oggi prossimo candidato, dopo il “collega” Fëdor Dostoevskij, a subire la scure della censura dell’Occidente russofobo e asservito ai diktat americani – aveva descritto mirabilmente gli orrori infernali a cui gli esseri umani possono giungere con la guerra, non spiegandosi questa follia distruttiva rispetto agli incommensurabili vantaggi che la pace può determinare per i popoli. Eppure, tra le pagine di questo capolavoro della letteratura universale, appare inconfutabile che la guerra sia ricercata da coloro che bramano il potere oltre ogni ragionevolezza, come quel Napoleone Bonaparte che tentò l’impossibile, ormai in preda al delirio di onnipotenza che pervade chi, pur capace e fortunato, abbia la sventura di perdere la percezione di quella sottile linea che segna i limiti a cui ciascuno, compresi i più elevati genii, soggiace. La storia, e soprattutto la letteratura, insegna che chi varca quel confine infine perisce.

Nell’epoca della fiction elevata a “volontà e rappresentazione” (direbbe un redivivo Schopenhauer), dove mediocri attori diventano capi di stato (ed il riferimento non è, in primo luogo, a Vladimir Zelensky, ma ad un certo Ronald Raegan) in quando fantocci di chi ne tira le fila restando non visibile alla “audience” – che guarda il pupo ma non scorge il puparo – chi ostenta la pace prepara la guerra per ottenere i propri indicibili obiettivi, nel più classico dei mascheramenti: il lupo che si traveste da agnello, e persino da colomba. Sicché, invertendo l’ordine dei fattori, il risultato non cambia: chi vuole la guerra prepara la pace e viceversa, come ben sapevano gli antichi Romani (si vis pacem para bellum). Il mondo non si è evoluto e anzi, da questo punto di vista, si sono fatti enormi passi indietro rispetto al tempo in cui l’umanità aveva confidato nella Glasnost’ e nella Perestrojka così come nella sincerità degli americani che ci avevano promesso la pace e non la guerra.

Dalla clamorosa menzogna della falsa provetta sbandierata nel 2003 dall’allora segretario di stato americano Colin Powell, che avrebbe dovuto provare, anche sulla base delle solite immagini satellitari, la produzione di armi biologiche di distruzione di massa in verità poi dimostratesi inesistenti, scaturì il pretesto per la sanguinosa invasione dell’Iraq. Così come su falsi pretesti si era basata la famigerata guerra in Vietnam. Oggi il copione, visto ormai sino alla noia in tutti i teatri di guerra calcati dalle truppe a stelle e strisce, si ripete in Europa, nel cuore dell’Europa, al confine con la Russia. Il pupazzo della CIA, divenuto presidente dell’Ucraina grazie ad una serie di manipolazioni dell’opinione pubblica attraverso le tecniche della più vieta fiction, si strappa le vesti dell’agnello ferito mentre sostiene il gioco del lupo che vorrrebbe agguantare l’orso Russo, quest’ultimo impersonato da Vladimir Putin, un genio secondo Trump, un criminale di guerra secondo Biden.

Prova ne è che il paese al mondo che più critica il sostegno USA alla guerra in Ucraina sono gli Stati Uniti d’America, dove il popolo è anni luce distante dai salotti delle élite “costiere” rigorosamente “democratiche”, talmente guerrafondaie da aver guadagnato con il primo presidente americano di colore (o quasi) – forza del technicolor – nientemeno che il Nobel per la pace, ossia per la guerra. In otto anni di presidenza, Barack Obama ha condotto le più sanguinose guerre del pianeta sul pretesto di esportare la “democrazia”, ma causando immani devastazioni e fallendo nella dottrina del “regime change”: Afghanistan, dove ha rafforzato la presenza USA e ordinato attacchi senza autorizzazione ONU; Libia, dove ha condotto l’operazione mirata a rovesciare Gheddafi, lasciando un paese allo sbando; Siria, dove ha tentato di sovvertire il potere in carica causando distruzioni indicibili; Ucraina, dove ha fornito armi per il massacro dei popoli dell’est russofono.

Ora ci riprova il “democratico” Joe Biden a completare il “dirty work” in Ucraina, forte della spalla “cinematografica” di un irresponsabile Zelensky, che ha condotto l’incolpevole popolo ucraino ad un massacro sacrificale nell’interesse degli USA, che mirano a logorare la Russia per neutralizzarne la potenza nello scenario globale dove ambiscono al ruolo di dominatori incontrastati, primo passo per poi dedicarsi alla Cina, una volta fallito il piano di destabilizzazione ordito (il sospetto assume il rilievo di probabilità) con “l’incidente” del laboratorio di Wuhan, quello stesso che seppur di massima sicurezza, avrebbe fatto sfuggire il pericoloso “coronavirus”, un prodotto non della natura ma dell’uomo, come ormai accertato da autorevoli fonti, che aveva lo scopo di mettere in crisi l’economia emergente con gli occhi a mandorla ed instaurare presso la molle società occidentale un regime di controllo delle coscienze. Solo in parte riuscito, grazie ad una minoranza avveduta.

Macelleria americana

di Salvatore Fiorentino © 2022

Con l’espressione idiomatica “macelleria messicana” si intende una serie di violenze inaudite perpetrate solitamente in un teatro di guerra, ma non solo. La frase, che trarrebbe origine dalle gesta efferate compiute durante la rivoluzione messicana del primo Novecento, fu attribuita al capo partigiano Ferruccio Parri, al tempo presidente del Consiglio del Comitato di Liberazione Nazionale, che l’avrebbe pronunciata per esternare la sua ripugnanza al cospetto della scena macabra che gli si presentò a Milano, presso piazzale Loreto, dove il 29 aprile 1945 i cadaveri di Benito Mussolini, Claretta Petacci e altri gerarchi fascisti vennero appesi per i piedi alla tettoia di una pompa di benzina così da essere vilipendiati a colpi di sassate e di arma da fuoco dalla folla inferocita. Di “macelleria messicana” si parlò anche con riferimento ai fatti del G8 di Genova nel 2001, quando le “forze dell’ordine” assaltarono gli inermi giovani occupanti della scuola Diaz.

Con il conflitto armato scoppiato in Ucraina la parola “macelleria”, quale sinonimo di violenza oltre ogni limite, è riapparsa nel linguaggio dei leader mondiali, ed in particolare del presidente degli Stati Uniti d’America, il malfermo ed anziano Joe Biden, democratico, precipitato a poco più del 30% dei consensi in patria, che non ha esitato, durante una recente visita a Varsavia, ad appellare come “macellaio” (butcher) il presidente russo Vladimir Putin, in quanto reo di condurre un’offensiva degna di un criminale di guerra nonché di essere responsabile di un vero e proprio genocidio. Anche se alcuni leader, come Macron, hanno preso più o meno esplicitamente le distanze da questa “escalation verbale”, che è evidentemente controproducente per il raggiungimento quanto meno di una tregua, non si comprende per quale motivo (lecito) gli americani e la quasi totalità degli “alleati” occidentali debbano alimentare il massacro dell’inerme ed incolpevole popolo ucraino.

Appare invece manifesto l’unico motivo (non lecito) per cui l’Occidente, cosiddetto, stia esercitando il massimo sforzo perché la guerra in Ucraina possa durare quanto più a lungo, sicché da logorare la Russia quale premessa per la destabilizzazione del regime putiniano e lo sfondamento verso est della NATO, anche in chiave di contrasto all’avanzata economica della Cina e degli altri paesi emergenti che contano la metà della popolazione mondiale, fatto che potrebbe per la prima volta nella storia mettere in discussione la primazia degli USA, in quel ruolo di incontrastati ed incontrastabili dominatori globali che si erano ritagliati dopo la dissoluzione dell’URSS e l’archiviazione dell’ideologia comunista, basando la loro economia su una abnorme spesa militare, che nel solo Afghanistan ha toccato la stratosferica cifra di 2300 miliardi di dollari in vent’anni, col risultato che, poco dopo il frettoloso ritiro delle truppe a stelle e strisce, i talebani hanno ripreso il potere.

Provaci ancora Zio Sam, potremmo ironizzare. Se non fosse che ad ogni tentativo lo Zio dell’America lascia sul campo centinaia di migliaia di morti civili, donne e bambini compresi. Sempre per restare in Afghanistan, solo perché è stata l’ultima prodezza degli “americani”, lì sono stati uccisi mezzo milione di bambini. Ma, a dire della allora Segretaria di Stato statunitense (l’omologa del ministro degli esteri italiano), Madaleine Albright (nata Marie Jana Korbelová a Praga nel 1937 e morta a Washington nel 2022), “ne é valsa la pena”. La signora adesso se la vedrà col tribunale dell’Aldilà, dove – almeno si spera – gli “americani” non possono mettere bocca, visto che sulla Terra controllano gli organismi internazionali di garanzia, ONU in primis, non essendo più credibile alcuna iniziativa tanto dell’OSCE che del Tribunale dell’Aja, finché non sarà ristabilito un reale equilibrio e l’effettiva indipendenza di queste istituzioni dalla prepotenza USA.

Alla fine, il tanto declamato super premier Mario Draghi, traditore degli insegnamenti neokeynesiani del suo valoroso maestro Federico Caffè, sacrificati in nome di una fulminante carriera sotto l’egida del dio dollaro, fa la figura di un mentecatto qualunque, servo sciocco di un potere USA che si muove come un elefante in una cristalleria, armato fino ai denti e pronto a investire enormi risorse per la guerra condotta contro la Russia per interposta Ucraina (e, si vorrebbe, Europa), senza farsi scrupolo che per ogni dollaro di armamenti inviati c’è un inerme cittadino ucraino che rischia la vita, suo malgrado, senza capire cosa stia succedendo, perché non ha ancora compreso che il suo presidente Zelensky non è altro che un mediocre attore che si è trovato sul set del più drammatico dei reality show mai concepiti, uno che possiede un miliardo di dollari nel conto in banca e una superlussuosa villa a Miami dove ritirarsi non appena la macelleria americana avrà finito.

E’ morta la democrazia

di Salvatore Fiorentino © 2022

F.D.I., ossia non più “Fratelli d’Italia”, bensì, più probabilmente, “Fascismo Democratico Italiano”. La ventura formazione politica tricolore, che evidentemente si candida a governare per il prossimo Ventennio, ha ricevuto l’abbrivio da una sorprendente dichiarazione resa alla stampa dalla leader dell’unica (pallida) opposizione parlamentare all’impero ormai declinante di Mario Draghi detto “il migliore”. Giorgia Meloni ha difatti candidamente affermato: “C’è più di un punto di contatto fra il pensiero di Enrico Letta e il mio“. Il cortocircuito è servito. A parte il fatto che si dimostra davvero impresa ardua (eroica) rintracciare un qualsivoglia pensiero di Enrico Letta, l’evoluzione (al ribasso) della politica italiana pare così davvero raggiungere profondità abissali. Dal fascismo dei democratici si passa ora alla democrazia dei post fascisti. “Io Sono Giorgia: Sono Una Donna, Sono Una Madre, Sono Cristiana e – soprattutto – Sono Democratica”, il nuovo tormentone.

E’ scoppiata la guerra nel cuore dell’Europa ed è scoccato un nuovo amore (politico) tra chi il fascismo lo condivide nelle più buie segrete dell’animo, dovendolo, per ragioni opposte, mascherare con dosi massicce di cerone democratico. Sicché dalle comode trincee dei talk show di regime (altri non ce n’è) sulla crisi ucraina sono proprio i due novelli promessi sposi (politici) a distinguersi per i toni più marcatamente (e stupidamente) guerrafondai, sostenuti da un robusto coro di giornalisti “embedded” di primordine (Gramellini, Fazio, Riotta e compagnia bella) che secondo il savio Michele Santoro non fanno altro che “sparare cazzate” a reti unificate e giornali copincollati. Ed ha tutte le ragioni di questo mondo Giorgia Meloni quando si inalbera perché uno svampito intellettuale come Luciano Canfora la definisce “neo-nazista nell’animo” invece di riconoscere che siamo di fronte ad una svolta epocale, una “neo-democratica” in affinità elettiva (elettorale) col PD.

Dopo l’epopea dei democristiani che guardavano a sinistra, ecco sopraggiunta l’epoca dei post fascisti che strabuzzano gli occhi (Meloni docet) verso il PD. Anche se è difficile immaginare di mettere insieme il diavolo (Ignazio La Russa) e l’acqua santa (Rosi Bindi), dopo l’alleanza M5S-PD, ossia di coloro che si sono scagliati pietre grandi come macigni per anni per poi governare amorevolmente gli uni con gli altri sino a programmare una casa comune per il prossimo secolo, nulla è precluso. Il matrimonio Meloni-Letta s’ha da fare, e si farà, perché è l’unico modo per la destra di governare, dato che la costituzione non scritta ma vigente in Italia, repubblica fasciodemocratica, prevede che a governare sia sempre e comunque (a prescindere dal responso delle urne) il Partito Democratico. Nel qual caso, i fascisti di ieri si tramuteranno per incanto in antifascisti certificati, col bollino di qualità apposto direttamente dai detentori della “superiorità morale” e della “onestà”.

Il complottismo logora chi non lo fa. Sicché è facile, persino scontato, scorgere dietro l’ennesimo “regime change” italico lo zampino degli “americani”. Fallita la prospettiva “imperiale” del banchiere monetarista neoliberista Mario Draghi, ecco che si prepara l’ennesima truffa per gabbare il “popolo sovrano”, dopo quella gigantesca ordita e perfettamente riuscita grazie al M5S e a “statisti” del calibro di Luigi Di Maio. Ormai in caduta libera sia pentastellati che leghisti, il futuro è donna, è madre, è cristiano, è USA, è fascista ma democratico, è Giorgia ma Letta. La russofobia il punto di contatto, quello su cui fare leva per la propaganda di distrazione di massa allo scopo di manipolare un’opinione pubblica sempre più annichilita dalle dosi massicce della disinformazione di regime che non si fa scrupolo ad ostracizzare chi osi esprimere liberamente una seppur motivata e circostanziata opinione che sia dissonante rispetto al pensiero unico.

Moriremo democratici o è morta la democrazia? Il timore che aleggiava durante la “prima repubblica” era quello di non riuscire a traguardare la fine dell’era democristiana, quasi fosse predestinata all’eternità, per una sorta di contrappasso al regime fascista che aveva soppiantato, garantendo al popolo italiano uno dei periodi non solo di maggiore sviluppo economico, ma soprattutto di maggiore redistribuzione della ricchezza prodotta. Al confronto la “seconda repubblica” – che può dirsi conclusa con l’inatteso ma prevedibile fallimento del governo Draghi, ancora peggiore rispetto a quelli “giallo-verde” e “giallo-rosso” che doveva riscattare – ha comportato il progressivo divaricamento tra abbienti e meno abbienti, con lo smantellamento dei diritti dei lavoratori e dello stato sociale, con tagli alla sanità e all’istruzione mai visti, con una giustizia sempre più sbilanciata a favore dei potenti e contro i deboli. Vivremo democratici, ma è morta la democrazia.

L’Europa dei pupi

di Salvatore Fiorentino © 2022

La guerra in Ucraina ha svelato il sipario. Ha mostrato a tutti la reale essenza dei “leader” politici d’Europa. Se volessimo essere magnanimi diremmo di “personaggi in cerca d’autore”, ma se invece ci attenessimo alla realtà a tutti manifesta allora dovremmo parlare di “opera dei pupi”, quella della tradizione siciliana che vede le gloriose gesta di Orlando e Rinaldo restare tragicomicamente appese ai fili dei mitici pupari, così immortalate come ad un tempo epiche e svuotate di ogni credibilità effettiva. Vedere poi la “velina” Ursula von der Leyen calcare le scene del teatro di guerra (sarebbe meglio dire il “set” di Zelensky) abbligliata con tanto di giubottino antiproiettile (all’elmetto ha rinunziato per non compromettere la “frozen” pettinatura presidenziale o forse per scongiurare l’effetto “sturmtruppen” che tanto si attaglia ai “tedeschi”) rende perfettamente il senso dell’epoca che stiamo vivendo nostro malgrado, ma che il popolo ucraino sta pagando col sangue.

E neppure si tratta di pupi di legno e latta, come nella migliore tradizione artigiana del settore, ma di dozzinale gommapiuma. Basta pensare alla faccia con cui il premier italiano si presenta oggi pubblicamente per affermare che si tratta di scegliere tra la pace e l’aria condizionata. Sicché il signor Willis Haviland Carrier, ossia colui che nel 1902 inventò i climatizzatori, non avrebbe mai immaginato di poter essere considerato, poco più di un secolo dopo, un pericoloso guerrafondaio. Eppure fior di intellettuali (Rovelli, Orsini, solo per citare i più noti all’opinione pubblica, proprio perché ostracizzati dall’ottuso potere dominante) hanno evidenziato che non si può fermare una guerra tra una superpotenza e un paese che resiste con ogni espediente possibile, alimentando questa resistenza al solo scopo di allungare l’agonia, nella speranza, per conto USA, di logorare la Russia e tentare di deporre il suo leader secondo la famigerata dottrina americana del “regime change”.

Gli americani sono un popolo bastardo. Nel senso letterale del termine. Non hanno storia, non hanno radici, non hanno valori, ma interessi (come un tempo affermato cinicamente da uno dei più rappresentativi dei suoi “statisti”, Henry Kissinger), sono gli unici che hanno sganciato la bomba atomica su città densamente popolate (uccidendo all’istante 150.000 persone, senza contare le vittime indirette). Sono quelli che hanno portato le guerre (travestite da democrazia d’esportazione) in ogni angolo del mondo, causando morte e devastazione inimmaginabili. Non è un caso che la lobby delle armi negli USA sia quella che ha sempre l’ultima parola. Ciò nonostante, grazie alla narrazione “hollywoodiana”, gli “americani” nel mondo occidentale (l’unico che conta secondo loro) rappresentano il “bene” mentre i “russi” (ieri i sovietici) incarnano il “male”, dato che “l’America” è la terra della libertà e delle opportunità, mentre la Russia un paese retrogrado ed illiberale.

Nel 1960 (ai tempi della guerra del Vietnam) i militari USA dislocati fuori dai confini del proprio paese erano 1,1 milioni, mentre dal 2020 sono meno di 200.000. La maggior parte di questi si trova in Europa, dove pullulano le installazioni militari americane. Solo in Italia se ne contano un centinaio. Per questo, quando qualche politico italiano parla di “difesa europea” egli è in malafede oppure un totale incapace. Così come quando si chiede ai paesi NATO di incrementare la spesa militare sino al 2% del PIL nazionale, dato che in verità questa spesa è quasi interamente ad appannaggio degli Stati Uniti (d’America). E di fronte a siffatte evidenze c’è ancora chi può ragionevolmente credere alla favoletta della “guerra giusta” per esportare la “democrazia” e abbattere la leadership “criminale” di turno (oggi Vladimir Putin) perché non in contrasto con i “valori” occidentali ma, ben più prosaicamente, con gli “interessi” del paese a stelle e strisce?

La verità è che gli “americani” non esportano né democrazia né libertà, mirando ad insediare i fantocci che meglio rispondono alle loro esigenze di dominio globale, senza alcuno scrupolo sulla qualità e la moralità di queste teste di legno. Si sono serviti della mafia per rovesciare il fascismo e insediare il nuovo corso repubblicano, ma anche per eliminare personaggi scomodi come Enrico Mattei (che stava per ottenere l’indipendenza energetica dell’Italia) e Pio La Torre (che lottò per lo smantellamento degli “euromissili” di Comiso) ed infine abbattere la “prima repubblica”, per mezzo di “mani pulite” e delle stragi degli anni ’90, allo scopo di aprire la strada al governo degli eredi degeneri del Partito Comunista Italiano, ritenuti più manovrabili rispetto ai ras del pentapartito. Così come si servirono delle Brigate Rosse per eliminare Aldo Moro, che aveva aperto ad est la politica italiana, preparando il terreno per un governo con il PCI di Enrico Berlinguer.

Armiamoci e morite

di Salvatore Fiorentino © 2022

Ai nipotini di Mussolini non è sembrato vero che il governo dei “migliori”, dei Draghi, delle Brunette e delle Carfagne, abbia addirittura fatto proprio un ordine del giorno di Fratelli d’Italia, unico partito all’opposizione, a favore della abnorme spesa militare per la NATO, ossia dell’organizzazione che ha fomentato la guerra in Ucraina, causando sofferenze inenarrabili ad un popolo inerme. In verità – nessuno fa niente per niente, figurarsi un anaffettivo come l’attuale premier italiano – era l’ennesima trappola del banchiere neoliberista monetarista, affamatore dei popoli eredi delle civiltà antiche, da Atene a Roma, leader prestavolto delle élite finanziarie euroatlantiche, le stesse che vorrebbero continuare ad imporre il loro dominio sul globo ben consapevoli della loro condizione inesorabilmente declinante, sfruttando l’Europa e i suoi popoli come agnelli sacrificali da immolare per poter sopravvivere a qualunque costo (“whatever it takes”, Draghi dixit).

Mentre la storia e, soprattutto, la geografia dicono altro. Che il futuro è del continente euroasiatico. Perché la Russia è più “europea” degli Stati Uniti d’America. E, non a caso, è questa la radice profonda del nuovo – previsto, e dagli USA persino pianificato – focolaio di guerra divampato nel cuore di un’Europa che dopo gli orrori del nazifascismo aveva invece creduto nella pace perpetua, così tanto da mettere al primo posto le questioni economiche e finanziarie, la moneta. Rasentando l’idolatria per l’Euro, quasi fosse la panacea per le nuove generazioni, mentre molto diversamente si è rivelato l’unico e costrittivo vincolo per tenere insieme stati membri che restano divisi a causa della manifesta incapacità di coltivare, né tanto meno valorizzare, gli aspetti ideali e “politici” di quell’Unione che sarebbe dovuta essere, oggi poco più che un assemblaggio burocratico in cui le divergenze vengono soffocate con l’autoritarismo emergenziale dello stato di eccezione.

Per questi motivi, è evidente – ma persino ovvio – che gli USA non vogliano la pace in Europa, mentre lavorino incessantemente perché la Russia rimanga impantanata in Ucraina in un conflitto atipico e senza via d’uscita, una sorta di Vietnam europeo, da cui infine essere costretta a ritirarsi logorata e di fatto sconfitta, lasciando il Vecchio Continente profondamente ferito e diviso, al punto di compromettere per sempre una prospettiva di unione euroasiatica, questa davvero esiziale per gli interessi vitali degli americani e di chi, come Mario Draghi, lavora per loro a libro paga dai tempi del ministero del Tesoro, passando per Goldman Sachs, e finendo per ricevere, da un presidente della repubblica più attento alla ragion di stato (dettata dalle élite) che al volere del popolo sovrano, l’incarico di governare il Paese, per la definitiva mortificazione del mandato popolare espresso alle consultazioni elettorali del 2018 e la neutralizzazione di quelle del 2023.

L’alleanza tra M5S e PD si conferma, alla luce dei nuovi scenari bellici, davvero contronatura, ma viene imposta dai potentati euroatlantici, che vedono come fumo negli occhi ogni deriva “sovranista”, perché in grado di mettere in crisi il paradigma “democratico” volto alla prosecuzione dell’egemonia globale americana. Gli USA avevano deciso di rimuovere in Italia la “prima repubblica” perché ormai espressione di un’autonomia politica che infastidiva i liberatori/occupatori, i quali così puntarono tutto su i “democratici della sinistra”, gente pronta a sotterrare l’ideale di una società fondata sul lavoro insieme con la falce e martello senza batter ciglio di fronte alla prospettiva di poter acquisire la leadership tanto bramata sin dalla teoria “gramsciana” delle “casematte del potere”, brandendo la scimitarra della lotta alla corruzione e alla mafia per falcidiare i nemici politici, grazie alla rilevante influenza su buona parte della magistratura.

Che gli americani fossero “guerrafondai” è noto da sempre. Mentre la notizia è che il Partito Democratico italiano ha ormai dismesso del tutto ogni remora, dichiarandosi favorevole alla guerra e alle armi, sposando la linea a stelle e striscie del premier Mario Draghi. Si tratta dell’apice di una “evoluzione” politica che ha origine nel bombardamento di Belgrado del 1999, a cui l’Italia partecipò direttamente sotto la guida del primo presidente del consiglio dei ministri proveniente dalle fila degli ex comunisti: Massimo D’Alema. Lo stesso appena scoperto con le mani nel sacco di un incredibile traffico di armi con la Colombia che gli avrebbe fruttato, insieme ai suoi compagni di ventura, ben 80 milioni di euro a titolo di “consulenza”, un affare che coinvolge produttori a prevalente capitale pubblico come i colossi “Fincantieri” e “Leonardo”. Ed è certo un caso che la “Fondazione Leonardo” sia presieduta da Luciano Violante, il profeta della conquista del potere per via giudiziaria.

American show

di Salvatore Fiorentino © 2022

Occorre partire dall’assunto che non ci sono né santi né eroi. Non li avevamo visti, né li vediamo, tanto mai li vedremo. Una cosa è certa: nessun essere umano può aspirare ad un mondo che sia né un “far west”, dove chi spara più lesto ha ragione, né una caserma dove obbedire ciecamente agli ordini di chi si è arrogato il potere di darli agli altri. Così come, da cittadini del mondo, non ce ne facciamo nulla di una democrazia di cartapesta o, nella migliore delle ipotesi, di celluloide. La democrazia non è una scenografia di una fiction che si sostituisce alla realtà, ma l’essenza di ciò che dovrebbe essere la pacifica convivenza tra popoli che nei millenni hanno sedimentato culture e visioni anche opposte e talvolta inconciliabili. Ma è proprio questa differenza che dovrebbe essere fonte di arricchimento reciproco nel momento dell’incontro (che non deve farsi scontro) tra civiltà che si basano su un unico ed incontestabile fondamento: tutti apparteniamo al genere umano.

Gli USA scontano (ed è ormai una questione di psico-politica, e non a caso gli “americani” sono uno tra i popoli che più abusa degli psicofarmaci) la tara di non avere pressoché una storia alle spalle, esistendo da poco meno di 250 anni, certamente non confrontabile col metro millenario delle civiltà che essi vorrebbero soverchiare con la logica di pistoleri del mondo, con una economia ed una società drogate dall’ossessione della produzione, del possesso e dell’uso delle armi, evidentemente sindrome fallica (e fallace) scatenata dal complesso di inferiorità di avere la storia più corta del globo, dissimulata con il delirio di “esportare” la democrazia laddove, a loro dire, sia mancante. Ma, e per fortuna, gli USA non sono un corpo monolitico, essendo anzi oggi un paese spaccato in due metà, di cui una, élitaria, è riuscita a prendere il potere presidenziale scacciando l’altra che ne rispecchia la pancia, il sentire popolare, seppur maldestramente rappresentato da Donald Trump.

Non si può tuttavia negare (né si deve, pena un’analisi viziata dal pregiudizio) che lo spirito pionieristico, che è indubitabilmente scritto nel codice genetico degli “americani”, laddove questo abbia contribuito alla realizzazione di un autentico progresso materiale e morale, sia da considerare favorevolmente, anche con riferimento alla produzione intellettuale – non di rado in rotta di collisione col potere dominante – che ha rappresentato quella voce fuori dal coro indispensabile per poter ritenere ancora viva questa democrazia. Il problema sorge quando a prendere il sopravvento siano invece i banchieri e l’alta finanza, quella che ha generato le bolle speculative nella pretesa, assurda e destinata a fallire miseramente per una scontata legge di natura, di generare denaro dal denaro invece che dal lavoro. Prospettiva che comporta, come ogni catena di S. Antonio, che qualcuno alla fine dovrà pagare il conto per tutti. Come ha fatto il popolo greco, come sta facendo l’Ucraina.

E se c’è un modo certamente sbagliato di eradicare una dittatura (lo è la Turchia, potente membro della NATO, secondo il premier italiano Draghi) questo è quello di contrapporle un’altra dittatura. Come quella che si sta imponendo in Italia, grazie alle prove tecniche positivamente effettuate durante la pandemia, quando si sono rodati i meccanismi per soggiogare l’opinione pubblica e comprimere oltremodo i diritti costituzionalmente tutelati dei cittadini, privati persino del diritto al lavoro, i quali per la verità si sono dimostrati in larga maggioranza sforniti dei necessari anticorpi per respingere un regime “in nuce”, come si è ormai manifestato nel governo dei “migliori”, di tutti e di nessuno, rivelatosi alla prova dei fatti quello dei “mentitori” e dei “guerrafondai”, che rischiano di trascinare l’Italia verso un disastro economico e sociale inimmaginabile, in nome degli interessi delle élite finanziarie “democratiche” di cui Mario Draghi è fedele e spietato curatore.

Ma chi è Mario Draghi? Anche in questo caso la psico-politica può aiutare a comprendere. E’ un fu ragazzo che a 19 anni rimane orfano sia del padre (perso quando aveva 15 anni) che della madre. A questo punto vuole divorare il mondo. E lo farà, perché si nutre dei migliori maestri (fu allievo del grande economista neo-keynesiano Federico Caffè) per poi disattenderne cinicamente l’insegnamento. Draghi è lo stesso che da presidente della BCE affamò i neonati greci in nome della salvezza del dio Euro (“whatever it takes”, la sua frase famigerata che echeggia a tutt’oggi), così come sta affamando le fasce deboli del popolo italiano. E che ora si schiera incondizionatamente con l’ultimo prodotto della strategia propagandistica degli USA, quel consumato (in tutti i sensi) attore che risponde al nome di Vladimir Zelensky, colui il quale sta conducendo il proprio popolo ad un massacro senza precedenti, perché è ciò che i suoi danti causa “americani” hanno scritto nel copione.