Eurexit

di Salvatore Fiorentino © 2022

Il vizio capitale dell’Europa, così come si è sino ad oggi manifestata, è evidentemente quello di aver invertito i capisaldi del patto tra cittadini: l’economia (rectius: la finanza) sovrintende la società, e non viceversa. Prova lampante ne è l’ultimo diktat emanato dalla presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, secondo la quale gli stati nazionali membri – già privi della sovranità economica e monetaria – che esercitassero la sovranità politica in modo difforme dalle aspettative delle istituzioni europee sarebbero costrette a ravvedersi mediante lo strumento della sospensione dell’erogazione dei fondi UE. Non c’è altro da dire per ritenere che questa Europa non solo non è quella immaginata e voluta dai padri fondatori, ma non può certo dirsi libera e democratica, dimostrandosi un sistema oppressivo e repressivo dei popoli alla stessa stregua della già fallimentare ideologia comunista dominante nell’Europa dell’Est sottomessa all’URSS.

Follow the money. E’ un Europa che così si presta a divenire strumento degli interessi anglo-americani (in questa chiave deve leggersi la tempestiva Brexit) nel tentativo di contrastare (quanto meno ritardare) l’avanzata del nuovo mondo che si affaccia in Oriente minacciando il predominio economico globale degli USA (PIL: 23 mila miliardi di $, secondo il FMI). Ecco che la ricchezza europea (PIL: 18 mila miliardi di $) deve almeno in parte servire per contrastare quella emergente della Cina (PIL: 16 mila miliardi di $). Essendo ovvio che nessun popolo occidentale sarebbe oggi disposto a sottostare ad un regime come quello comunista o ad un fondamentalismo religioso, occorreva costruire una prigione senza mura dove chi vi fosse destinato si persuadesse di volervi rimanere credendo così di perseguire il proprio e l’altrui bene, a ciò sospinto dall’instillazione della paura, sentimento più efficace di ogni altro per la manipolazione di massa delle coscienze.

E quale paura maggiore può prospettarsi ad un popolo, come quello occidentale, abituato da ormai tre generazioni al benessere diffuso radicato sul possesso dei beni materiali e viziato dal comfort del superfluo percepito come bene di prima necessità (i-Phone docet), che la perdita di questo status? Sicché trova terreno fertile la minaccia (“volete l’aria condizionata o la pace?”; evidentemente la prima, sia pure la guerra e l’invio di armi a volontà) del più filo-americano dei presidenti del consiglio dei ministri italiani, non a caso insediato con un “golpe” dai capelli bianchi e dagli occhi azzurrini con la scusante dell’ennesima “unità nazionale” per l’emergenza di turno (prima la pandemia, poi la guerra in Ucraina, domani la crisi climatica, poi chissà), quest’ultima addirittura da più parti propugnata come la nuova regola e non già l’eccezione (assisteremo al terzo mandato per il presidente della repubblica in carica e alla nomina di Mario Draghi premier a vita)?

Ma per spolpare l’Europa non può incidersi sulla carne dei popoli che portano nel loro dna l’attitudine rivoluzionaria ovvero il credo protestante (ed in particolare calvinista) rispettivamente capeggiati da Francia e Germania (i nostri partner privilegiati, secondo Mario Draghi), motivo per cui il coltello deve affondare sul ventre molle ma prospero (PIL: 4 mila miliardi di $) dei paesi mediterranei: Grecia (già fatto), Italia (lavori in corso), Spagna, Portogallo. In particolare, in Italia occorre completare il piano di svendita (“privatizzazioni”) dell’industria e delle aziende di stato (quelle in attivo e appetibili) avviato con la dottrina Andreatta e seguaci (Prodi, Ciampi, Draghi, D’Alema, Bersani & Co.), ma avversato da Andreotti e Craxi (non a caso spazzati via dal regime change voluto dai democratici USA per piazzare i loro più affidabili ex nipotini di Stalin, democratici di sinistra, oggi democratici). Ed inoltre occorre far fallire le piccole partite iva per dare spazio alle multinazionali.

Se è persino sfacciatamente evidente che lo schieramento capeggiato dal PD di Letta (con dentro i Fratoianni e i Bonelli rossi e verdi solo di vergogna) e quello del cosiddetto “terzo polo” (con i gemelli diversi Renzi e Calenda) siano succubi del disegno “amerikano”, ossia la famigerata “agenda Draghi” (domani sarà Cottarelli), volto ad impoverire gli italiani a beneficio dello Zio Sam, più subdola è la pericolosità di un M5S, cangiante come il suo leader (detto CamaleConte), che si è vestito di un “agenda sociale” in grado di attrarre gli ingenui e gli allocchi, già gabbati nel 2018 dal “cambiamento”, perché ritrovatisi a sostenere il governo dei “migliori” con la contropartita di un ministero per la Transizione ecologica (da attuare col ritorno al nucleare, ai rigassificatori e agli inceneritori di marca PD). Ed è chiaro che i voti dati al M5S confluiranno per la formazione di un ennesimo governo di “unità nazionale” col PD. Occorre, invece, che gli italiani si riapproprino dell’Italia e dell’Europa.

Il ritorno del Principe

di Salvatore Fiorentino © 2022

“Il ritorno del Principe” è il libro con cui, nel 2008, l’ormai ex procuratore generale di Palermo, oggi candidato al senato sotto le insegne del M5S, ha messo nero su bianco la sua vera vocazione, quella del fine pensatore, applicata ad una sorta di filosofia morale del diritto e della politica. Sicché è evidente che il pregio che illumina la visione “culturale” di Roberto Scarpinato è quello della paziente sistematicità, mentre il difetto che la annebbia è invece quello della confusione tra la responsabilità penale e quella politica. Il risultato finale consiste in un’immagine chiara ma sfocata, laddove leggersi ciò che ciascuno può o vuole capire ed interpretare, aprendosi la ridda delle “archiviazioni” che dovevano essere “imputazioni” e viceversa. Su un dato, però, il libro appare profetico ed attuale e quindi condivisibile: “Il Principe è tornato”, anche se oggi, diversamente dal 2008, non appare in “forma smagliante”. Occorre adesso svelarne l’identità effettiva, una o più che siano.

Perché il Principe non va identificato con l’uomo (donna) solo(a) al potere, ma con uno o più sistemi di potere tra loro comunicanti come i vasi di Stevin. Ciascuno di questi sistemi ha i suoi “pupazzi prezzolati” (copyright Mario Draghi) che vengono cambiati alla bisogna, quando il tempo e l’usura li ha resi inservibili, impresentabili, o perché sono stati o si sono “bruciati”, costretti a mostrare il loro vero volto. Ecco il motivo per cui i ritratti apparentemente bonari, paciosi, candidi dagli occhi azzurrini, inoffensivi (Dorian Gray docet) sono anche quelli più durevoli e quindi ingannevoli. Ma per chi? Per il popolo, ossia quella massa informe di comuni cittadini, molto simile ad un gregge di pecore, che si illude di andare nella direzione che vuole, mentre vi è condotto senza possibilità di deviare, dato che ci sarà sempre un cane da guardia a vigilare. Il potere così inteso senza il popolo non esisterebbe, mentre non è vero il contrario, stando alla vigente Costituzione italiana.

Chi ha conosciuto personalmente Roberto Scarpinato sa quale sia la sua autentica indole, come uomo di potere, ambizioso di raggiungere postazioni di vertice, ottenute nella magistratura così come adesso vorrebbe nella politica, già aspirando alla poltrona di presidente della Commissione nazionale antimafia, quella che fu di Luciano Violante e di Giuseppe Lumia. Quest’ultimo caduto in disgrazia per essere stato il “padrino politico” del rivelatosi falso paladino antimafia che risponde al nome di Antonello Montante, al cospetto del quale persino l’ottuagenario presidente della repubblica (primo ex comunista e si spera l’ultimo) Giorgio Napolitano si sentiva in dovere di scomodarsi per alzarsi in piedi, quasi riverendolo, neppure fosse la Regina Madre. Secondo la procura della repubblica di Catania, Roberto Scarpinato ebbe un comportamento non consono, seppur non penalmente rilevante, nel momento che chiese aiuto a Montante per la progressione di carriera.

Ed ancora più arso dall’ambizione è l’attuale presidente del consiglio dei ministri dimissionario, il neoliberista monetarista Mario Draghi, colui che fu la mente operativa della dottrina Andreatta & Partners (Prodi, Ciampi, Bersani, D’Alema, Minniti, per tacer dei comprimari), ossia quella dello smantellamento scientifico dell’industria di stato, ma solo per la parte all’avanguardia che produceva ricchezza e prestigio per l’Italia, per questo procurando non pochi fastidi alla arrancante concorrenza di Francia e Germania, oltre che ai veri padroni d’Italia, gli U.S.A., ossia i mandanti dell’omicidio Moro. Del resto, con Enrico Mattei l’Italia era sulla cresta dell’onda in materia di energia, potendo divenire una potenza mondiale, ma con il sabotaggio dell’aereo privato dell’indomito manager italiano, commissionato dalle “Sette Sorelle” ai picciotti di Cosa nostra ed attuato presso l’aeroporto di Catania, le prospettive di grandeur del Belpaese svanirono miseramente.

Draghi sente di poter tornare come presidente della repubblica, visto che Mattarella dovrà farsi da parte, seguendo la prassi costituzionale inaugurata da Napolitano: bis se proprio serve, ma quanto basta. Così come Scarpinato è convinto di poter ottenere lo scranno più alto a palazzo San Macuto, ripristinando una linea di continuità tra tradizione (Violante) e innovazione (Lumia) una volta che l’antimafia di Montante è precipitata nell’ignominia, senza che molti, in primis il sopravvalutato don Ciotti, abbiano osato spendere una parola. Peccato che si siano bruciati entrambi con le loro improvvide e rancorose uscite contro il partito che risulta primo nelle intenzioni di voto del popolo italiano, dichiarazioni queste che sono frutto di una abitudine ad ottenere le postazioni di prestigio grazie al favor dei invece che col sudore della fronte, come accade ai comuni mortali. Quelli che vincono un concorso nel più sperduto dei comuni pur di non raccomandarsi né a Lumia né a Montante.

Fratelli d’Amerika

di Salvatore Fiorentino © 2022

Se lo spin doctor della Meloni, il gigante buono Crosetto (di rassicurante, ma infida, pasta democristiana), si spinge sino ad aprire uno spiraglio per una eventuale riedizione del governo dei “migliori” – una sorta di sequel del “Draghi I” riveduto e corretto nel cast ma non nel copione – allora è chiaro che gli italiani sono prigionieri in patria. Ed è la peggiore delle galere possibili, quella senza mura e senza confini, dove (apparentemente) si può dire e pensare liberamente su tutto, salvo che su alcuni argomenti che il “regime” (come altrimenti definirlo?) non ammette al tavolo della discussione, pena l’ostracismo vigliacco e attuato in modo bieco e mai frontale, come ci si aspetterebbe dagli autentici “fascisti”, della serie (bislacca quanto si vuole) “tanti nemici tanto onore”, quella che fa il paio con il tratto distintivo dell’ “armiamoci e partite” (per maggiori dettagli rivolgersi ai parenti degli italiani inviati nella campagna di Russia con le scarpe di cartone e i cappotti di cotone).

Dopo Napoleone e Hitler, che fallirono miseramente, adesso la campagna di Russia la conducono gli europei, a proprie spese, ma per conto e nell’interesse degli USA. Questi ultimi disposti a tutto (“whatever it takes”, Draghi dixit) pur di mantenere il loro PIL dominante sul resto del globo, e cosa si vuole se debbano essere sacrificati l’Europa e la sua cultura. E’ l’Occidente, bellezza. Ecco che si comprende meglio la ragione della “Brexit”, ossia saltare fuori prima che sia troppo tardi da un treno ormai senza controllo e che è già predestinato al sacrificio, con tutto il suo carico di passeggeri e merci, nel tentativo di arginare l’orso russo e il dragone cinese, sacrificio utile quanto meno a procrastinare la fatidica ora della definitiva decadenza di quello che fu il Mondo Nuovo, ma che adesso appare consunto e morente a fronte della silenziosa e paziente tessitura di un mondo che aspira a soppiantare l’Occidente, questo Occidente, e che affonda le radici nelle antichissime civiltà orientali.

God Save The Queen. Ma neppure il cuore leonino di Elisabetta II ha retto di fronte alla sconsideratezza degli scapigliati (Boris Jonhson über alles, Donald Trump in secundis) ovvero azzimati (vedasi per tutte la “frozen” testa capigliata di Ursula von der Leyen) governanti del tempo presente, Macron (micron per gli amici) compreso. Ora con Carlo III Re le barzellette a corte sono assicurate, e non è un caso che i capi di stato, Mattarella II incluso, accorrano a testimoniare la loro vicinanza. Ma de ché, se stanno tutti alla canna del gas? Sicché non possono che venire in soccorso i Fratelli d’Italia per garantire, quanto meno, una degna sepoltura alle vestigia del Belpaese: “Stringiamci a coorte, Siam pronti alla morte. Siam pronti alla morte, L’Italia chiamò. Stringiamci a coorte, Siam pronti alla morte. Siam pronti alla morte, L’Italia chiamò” (copyright Goffredo Mameli, musica di Michele Novaro). La Meloni è pronta: a consegnarsi agli Amerikani, e senza inutili spargimenti di lacrime e sangue.

Ma ancora superiore alla Meloni, per capacità camaleontica e “paracelsica” nel rendere servigio all’Amerika, si staglia sulla linea dell’orizzonte della prossima contesa elettorale italica il fu avvocato del popolo, Giuseppi Conte, promosso dall’establishment che conta (veramente) per la sua innegabile (e dimostrata sul campo) capacità di dire (e fare) tutto e il contrario di tutto da una stagione all’altra (in questo senso, Silvio Berlusconi appare un triste dinosauro in pensione con la parrucca scolorita). Conte, che col M5S di Beppe Grillo (uno che lavorava alla RAI ai tempi del famigerato CAF, mica un novello Robespierre) ha sostenuto sino all’ultimo il governo Draghi con la motivazione (invero un pretesto subito palesatosi) dell’istituzione del ministero per la “transizione ecologica” (poi affidato al nuclearista Cingolani, nomen omen), ora cerca di raccattare il voto dei disillusi e degli scontenti rispetto al governo dei “migliori”, per offrirlo in dono al prossimo premier tecnico.

Conte tira la volata al M5S al sud, sulle ali del reddito di cittadinanza che altri (Meloni in primis) vorrebbero abolire, considerandolo niente altro che un incentivo per l’ozio dei più giovani, il che è effettivamente vero in un contesto desertificato dalle opportunità di lavoro equamente retribuito. E, così, il quesito è: meglio lavorare 10 o più ore al giorno sottopagate con 400 euro al mese o percepire il reddito di cittadinanza con somme superiori senza dover versare una sola goccia di sudore né sottostare alla voce del padrone? Come diceva qualcuno, “that’s the question”. Ma Conte è lo stesso che, se del caso, può governare sia con Salvini che contro Salvini, alleandosi con quel surgelato scaduto della politica italiana che risponde al nome di Enrico Letta, litigandoci oggi, per fare pace domani, della serie “marciare separati per colpire uniti”. Perché il disegno è chiaro: fermare la destra e poi rimettersi insieme per un governo di un nuovo “migliore” (Cottarelli).

In queste elezioni, come in quelle precedenti, comunque vada sarà il popolo a perdere. Perché nessuno dei commedianti in scena vorrà (né tanto meno potrà) governare in nome e per conto (e, soprattutto, nell’interesse) del popolo. Che rimarrà solo una mucca da mungere sino all’estenuazione, mentre tutti quelli, dal più sordido al più candido, che si affannano per ricoprire un ruolo in questa finzione della democrazia non aspirano ad altro che a soddisfare una miserabile ambizione personale, malcelata con la dichiarata buona intenzione di spendersi per il “bene comune”. Li abbiamo visti, li vediamo, quelli che si sperticavano in nome dell’onestà, gli apriscatole del sistema. Dove sono? Alla ricerca del seggio perduto, disperati di fronte alla prospettiva di doversi trovare un lavoro, di tornare tra i comuni mortali, tra quelli che fanno la lotta tra rincari energetici, aumenti inflazionistici e ridicoli ristori governativi. In queste condizioni l’unica risposta è disertare, in massa, le urne.

Chi fermerà il “fascismo”?

di Salvatore Fiorentino © 2022

La corsa verso il 25 settembre – in cui il Colle più alto, dopo tanta (eccessiva) prudenza, incassata la rielezione tanto rifuggita in pubblico quanto agognata in animo, ha precipitato l’Italia, costringendo forze politiche e cittadini entro una inusuale e certo inopportuna campagna elettorale d’agosto – procede senza freni calcando il cliché di un insensato “antifascismo” propugnato da chi ha negli ultimi anni assunto posizioni oggettivamente “antidemocratiche”, “antisociali” e “anticostituzionali”, ossia il novero delle forze sedicenti progressiste, ambientaliste ed europeiste, in verità asservite allo strapotere della finanza speculativa e parassitaria nel misero tornaconto di avere garantito il potere anche senza il consenso popolare, con giochi e artifizi di palazzo, che tuttavia hanno ormai denunciato il respiro corto, nelle asfittiche e venefiche stanze di chi trama ma trema, consapevole della labilità di una costruzione fondata sulle sabbie mobili della menzogna e dell’inganno.

Se persino il Quirinale lascia trapelare segni di irrequietezza, siamo arrivati a fine corsa. Sergio Mattarella, da autentico democristiano d’annata (ad esaurimento), non sarà mai disponibile a lasciare sui libri di storia pagine che non siano intonse e rispettose della Costituzione. Motivo per cui, seppur a denti stretti come Scalfaro con Berlusconi nel 1994, dovrà prendere atto del responso delle urne (ormai scontato e schiacciante) ed incaricare nel ruolo di presidente del consiglio dei ministri, per la prima volta nella storia della Repubblica, una donna, e per di più una esponente del partito dei post fascisti, laddove la fiamma missina arde ancora, diversamente dalla falce e martello frettolosamente rimossi dal simbolo dei furono Democratici di Sinistra, oggi quelli del sedicente Partito Democratico, di nome ma non di fatto. La sfida del 25 settembre, che pare un nuovo 25 aprile, potrebbe liberare l’Italia dalla cappa di un “democraticismo” falso ed ipocrita.

La classe operaia, quella che costituisce le fondamenta dell’edificio sociale, senza la quale non esistono élite culturali né classi dirigenti di ogni sorta, sensibile sismografo della realtà della vita vissuta e non rappresentata nei salotti radical o liberal chic, ha già capito tutto, ossia che la sinistra odierna (M5S ultimo e compreso) è in verità la vera destra (antipopolare) dei nostri tempi, così come lo è il sindacato di marca CGIL, il più vicino ai poteri forti rappresentati dai “mangiafuoco” alla Draghi (domani Cottarelli, dopodomani chissà) sino al punto da elemosinare uno strapuntino alla tavola (quanto mai imbandita di ogni prelibatezza) del potere, nell’illusione malcelata di poter co-gestire questa moderna cornucopia, ambizione che tradisce una cronica sindrome patologica per una forza che deve essere “sindacale” e non “politica” per istituto, ossia controparte della seconda e non “compagna di merenda”, con i capi sindacali ricompensati col seggio in parlamento.

Come si può dimenticare che la sinistra, M5S compreso – che oggi si straccia le vesti ma ha sostenuto sino alla fine il peggiore dei governi possibili, quello della svolta autoritaria, ma non autorevole di Mario Draghi – abbia consentito la più nefasta ed ingiusta discriminazione dei lavoratori mai vista nell’epoca repubblicana, ossia il divieto di lavorare senza essersi sottoposti ad un trattamento sanitario obbligatorio privo di ogni crisma di legittimità costituzionale (come sta, alla fine, emergendo, nel silenzio dei media asserviti) nonché di ogni effettiva efficacia e quindi utilità per la garantire la salute pubblica? Come dimenticare che medici che osservavano scrupolosamente il loro imprescindibile giuramento (di Ippocrate) siano stati vessati, pubblicamente derisi e umiliati, talvolta perseguitati e persino radiati dai rispettivi ordini professionali? E come dimenticare i milioni di lavoratori anche impiegati in settori essenziali (sanità e forze dell’ordine) forzosamente sospesi?

Solo per un aspetto la destra meloniana (che per altri versi fa rima con la sinistra francese melénchoniana) è stata costretta a soccombere al tiro al bersaglio delle forze del “regime democratico”, questo si effettivamente “fascista”: sulla questione atlantica e della guerra in Ucraina, per la quale non si è mostrato il necessario coraggio di dire la verità, ossia che sia le sanzioni economiche che l’invio di materiale bellico sarebbero state una pericolosa (e oggi se ne ha prova evidente) arma a doppio taglio per quegli interessi nazionali che il partito dei “Fratelli d’Italia” ritiene di dover e poter rappresentare e difendere con l’orgoglio intinto nelle note di un patriottismo antico e retorico quanto si vuole, ma che necessita quanto mai oggi al tempo di un “democraticismo” servile e prono ai poteri finanziari extranazionali e persino extraeuropei. E non vorremmo certo che, per quella che Hegel definiva la “astuzia della Ragione”, siano i “post fascisti” a salvare l’Europa dal “neo-fascismo” dei “democratici”.

La macedonia impazzita

di Salvatore Fiorentino © 2022

Ad un mese dalla data fatidica delle elezioni nazionali post pandemia, la politica italiana è divenuta un pandaemonium, per dirla con John Milton, che nel Paradise Lost coniò il termine, in antitesi a quello di pantheon, per definire il palazzo edificato da Satana. Non che la politica dello stivale fosse priva di demoni, ma mai si era raggiunto un simile marasma, con deputati e senatori uscenti disperatamente alla caccia di un seggio sicuro, neppure fosse il Titanic senza scialuppe per quelli della classe ridotta che iniziano a sentire la sgradevole sensazione del venir meno della dorata poltrona sotto il loro augusto postergo. E poi ci sono gli scappati nottetempo, come i Di Maio & Partners, ora in un vicolo cieco e costretti a chiedere ospitalità al PD, che pur di raccattare qualche voto apre le porte a tutti, mentre chiude i portoni ai promessi sposi del M5S, rei di aver causato le dimissioni anticipate del governo dei “migliori”, di quel Draghi che non vedeva l’ora, già in caduta libera di credibilità e consensi.

Sicché, più che una maionese, questa poltiglia politica – ormai alla frutta per tutti i gusti – assomiglia sempre più ad una variopinta macedonia impazzita, con i partiti e i movimenti, che nascono e muoiono in un sol giorno, non altro che pezzi senz’arte né parte di questa indigesta accozzaglia di sapori e colori, senza che se ne possa distinguere nessuno. Si va dal nero-azzurro del centrodestra al bianco, giallo, rosso e verde del centro sinistra, quest’ultimo più variegato del primo ancora fondato sul collaudato “tridente” formato da post-fascisti, leghisti e forzitalioti. Poi ci sono le formazioni minori, come l’arcobalenata Unione Popolare, che presentano programmi con punti che sarebbero persino scontati se si fosse applicata, nei settantacinque anni in cui è in vigore, la Costituzione, invece che marciare nella direzione opposta a colpi di riforme incostituzionali e smantellamento progressivo delle fondamenta della Repubblica: sanità, lavoro, istruzione, giustizia.

Adesso tutti promettono che se otterranno il voto realizzeranno il cambiamento, le riforme di ogni tipo e misura, la giustizia sociale per i poveri e diseredati (da loro stessi), la lotta al malaffare e persino alla mafia (tra un patto e l’altro), ossia tutto quello che avrebbero dovuto e potuto realizzare (almeno in parte) già da quando sono al governo, ossia da sempre, visto che da almeno tre legislature la giostra gira con gli stessi protagonisti. E adesso tutti si strappano i capelli e inondano l’elettorato con lacrime di coccodrillo per gli aumenti incontrollati dei prodotti energetici, come se non lo si potesse prevedere quando, con il peraltro controproducente (per la pace) invio di armi all’Ucraina, si è di fatto dichiarata guerra alla Russia, perché “ce lo chiedeva l’Europa (in verità gli USA)”. Se questo è livello delle leadership (tutti compresi e nessuno escluso) che questo Paese è riuscito ad esprimere, allora c’è un grave problema che non appare risolvibile.

Se poi il “migliore” dei “migliori”, il neoliberista monetarista attuale presidente del consiglio dei ministri Mario Draghi, il quale ha dedicato la sua vita all’Euro (“whatever it takes”), nonostante il pressoché unanime sostegno politico, mediatico e istituzionale di cui è stato generosamente beneficiato, non ne ha imbroccata una giusta, a cominciare dalla assurda gestione sanitaria della pandemia in cui l’Italia vanta il triste (ma non per l’INPS) primato dei morti “in vigile attesa”, portando sull’orlo del collasso le piccole e medie imprese e i cittadini delle fasce meno abbienti ancorché titolari di un rapporto di lavoro, allora i grandi poteri “forti” ed “occulti” hanno puntato male le loro ricche fiches, confermando che la speculazione finanziaria è non altro che farina del diavolo destinata a finire in crusca, senza che Belzebù sappia costruire i coperchi ai pentoloni ribollenti della sua malvagità, nella quale, come insegna la storia, è destinato a finire e a perire pazzo e disperato.

La morale della favola è che ci ritroviamo con una ranocchia (politica) che si crede un cigno leggiadro (alla stregua di una Segolene Royal, altro che Marine Le Pen), sulle ali del 25% delle intenzioni di voto (senza contare il primo partito: gli astenuti), alla quale fa il verso un ranocchio (politico) che conosce bene l’Italia come uno che ha vissuto più in Francia che nel Belpaese, accademico per tradizione familiare con parentele importanti (da Gianni Letta ad Antonio Gramsci), oggi incredulo in cuor suo del 23% che i benevoli sondaggisti gli attribuiscono, consapevole di essere l’incarnazione del vuoto e dell’inconsistenza (politica), sicché non gli resta altro che agitare i fantasmi di un passato ormai morto e sepolto, privo della più pallida idea di come affrontare un presente e un futuro che invece inquietano gli italiani, ormai abbandonati a sé stessi in questa nave alla deriva, con troppi aspiranti comandanti e nessuno titolato. E il Quirinale sente il bisogno di precisare che osserva senza “reazioni né sentimenti”.

Il candidato

di Salvatore Fiorentino © 2022


Roberto (Maria Ferdinando) Scarpinato, sino a qualche mese fa procuratore generale a Palermo, ha accettato la candidatura alle prossime elezioni politiche del 25 settembre 2022 per il Movimento Cinque Stelle, con un posto che, secondo il gergo dei politici di questa epoca, è “blindato”, ossia tale da garantirne l’elezione a prescindere dal consenso ottenuto. Scarpinato, intervistato in merito, ha risposto che non è stato lui a cercare il M5S, rivelando di essere stato invece sollecitato dalla formazione guidata da Giuseppi Conte, quella con lo statuto “seicentesco”. E, in effetti, Scarpinato appare attagliato per questa ambientazione storica, possedendone innegabilmente le physique du rôle. Assolutista in certe prese di posizione, come quel Carlo I, re d’Inghilterra, a cui il gioco della memoria inconsciamente (e qui si apre un’autostrada digitale per i retropensieri dei freudiani) lo accosta per quella vaga rassomiglianza col celebre ritratto (1635) “uno e trino” di van Dyck.

Ma dire o pensare che Scarpinato sia (stato) un magistrato, per quanto illustre, è dire poco o niente. Egli è (stato), piuttosto, un fine pensatore, un vero filosofo del diritto (pare che negli ambienti giudiziari, ai tempi di Falcone e Borsellino, fosse soprannominato, non si sa se con tono elogiativo o irridente, con l’appellativo di “Schopenhauer”), poi specializzatosi in “antimafia”, nel momento in cui questa “disciplina”, dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, divenne alla moda, così come, più recentemente, lo è divenuta l’onestà secondo i pentastellati. Si può apprezzare ciò leggendo le sue monumentali richieste di archiviazione, tra le quali spiccano senza dubbio quelle su “Mafia e appalti” (1992) e “Sistemi criminali” (2001), ma ancora di più scorrendo le righe della sua pregevole opera “Il ritorno del Principe” (2008). Ed ora, cessato dal ruolo di magistrato per sopraggiunti limiti anagrafici, dichiara di scendere in politica “contro il ritorno dei patti tra Stato e mafia”.

Come per ogni pensatore, è possibile scorgere un leitmotiv nell’attività, passata e presente, dell’ex procuratore generale di Palermo che pare destinato a proseguire senza soluzione di continuità nel futuro ruolo di parlamentare: la politica (quella di una certa parte ritenuta non frequentatrice della legalità e dell’onestà come invece la sinistra e, oggi, il M5S) è tendenzialmente “deviata”, stabilendo un pactum sceleris con il malaffare (una sorta di figura mitologica, descritta come il coacervo di associazioni a delinquere di stampo mafioso, massoneria degenerata e schegge dell’eversione nera) per il raggiungimento, il mantenimento e l’ampliamento del potere per il potere. Questo leitmotiv, tuttavia, è lo stesso che sembra nei fatti aver caratterizzato la “politica giudiziaria” della procura di Palermo nel post stragi dei ’90 (ed esportata presso quasi tutti gli altri distretti siciliani con la progressiva promozione di pm palermitani nel ruolo di procuratore capo).

Ecco che, secondo questa “filosofia”, tutto ciò che promana da una certa parte politica è conseguentemente meritevole di indagine e di condanna giudiziaria, mentre sulla parte ritenuta a priori sana e virtuosa non c’è neppure motivo di spendere parimenti attenzione e risorse perché si può ragionevolmente pre-vedere che nulla di rilevante potrà rinvenirsi nel suo operato, e semmai fossero integrate delle condotte debordanti dall’osservanza formale delle leggi esse sarebbero con ogni probabilità dirette al raggiungimento di finalità generali d’utilità sociale, scriminando di fatto ogni rilevanza penale delle stesse, potendosi al più ritenere responsabilità amministrative e politiche. Deve a questo punto eccepirsi che proseguendo in una siffatta Weltanschauung si cadrebbe, mutatis mutandis, in quell’assolutismo strabico che condusse il predetto Carlo I a scatenare la guerra civile e ad essere il primo monarca condannato alla pena capitale con la sentenza di un tribunale.

E’ quindi evidente che l’ultraventennale contrasto – su questioni scottanti come “mafia e appalti” e “trattativa Stato-mafia” – tra il ROS dei Carabinieri (comandato da Mario Mori) e i pm palermitani aderenti alla dottrina sopra delineata scaturisca da una divergente interpretazione del ruolo e delle finalità del potere giudiziario. Con quest’ultimo che non può giammai divenire “sostitutivo” o “moralizzatore” di quello politico, dovendo invece perseguire (senza filtri ideologici) i reati previsti dalla legge vigente, la cui responsabilità è personale, sciogliendo ogni legame con l’eventuale ruolo istituzionale ricoperto. Sicché la domanda da rivolgere oggi al candidato Scarpinato è: al di là dell’archiviazione (del 14 agosto 1992) di uno stralcio dell’indagine “mafia e appalti”, perché non si ritenne di approfondire sull’impresa “Rizzani de Eccher” che, come noto anche ai profani, era appaltatrice di ingenti commesse in Unione Sovietica, verosimilmente per conto del PCI?

Cose vostre di Sicilia

di Salvatore Fiorentino © 2022


Quando da un lato c’è Renato Schifani, già presidente del Senato della Repubblica al tempo del governo Berlusconi III, e dall’altro Caterina Chinnici, già assessore regionale nel governo Lombardo, di cosa stiamo parlando? Non ci sarebbe più niente da dire. E, difatti, non resta altro che dimettersi da siciliani, e per motivi diametralmente opposti (coincidentia oppositorum). Prima conseguenza: non essere legittimati al voto per l’elezione del “nuovo” presidente della Regione siciliana così come per quella dei 70 “onorevoli” deputati dell’Assemblea. Seconda conseguenza: poter dire – liberatoriamente – adesso sono cose vostre. Com’è cosa vostra la “munnizza”, che sullo sfondo dei paesaggi culturali più belli al mondo fa tanta tristezza da sciogliere il cuore glaciale di qualche nordico turista, al punto che, appena tornato in patria si ricorda di scrivere una lettera – non colma di indignazione, ma intinta di umana pietas – alla stampa italiana che ne dà conto con il solito “coccodrillo”.

E deve certo dimettersi da siciliano chi non riesca più a dire nulla, manifesto sintomo della perdita della facoltà di comprensione. Perché un vero siciliano è infuso di quella docta ignorantia di cui aveva discettato Nicola Cusano: ” … il massimo, del quale nulla può essere piú grande, essendo in modo semplice ed assoluto piú grande di quel che da noi si possa capire, poiché è verità infinita, noi non lo cogliamo altrimenti che in modo incomprensibile. Non essendo infatti esso della natura di quelle cose che ammettono un termine che supera ed uno che sia superato, esso è al di sopra di tutto ciò che da noi può essere concepito … “. Mentre tutti gli altri (non siciliani) sono limitati al ragionamento, procedura cognitiva di rango deteriore. Perché per governare la Sicilia serve una “mente”, e finalmente pare che l’abbiano trovata. In ritardo si, ma non poteva farsi diversamente visto che vigeva il copyright di Totò Riina e a qualcuno poteva venire il sospetto che fosse materia per la trattativa “Stato-mafia”.

Ma adesso è arrivato il momento opportuno, dopo che la corte d’appello di Palermo ha sentenziato che lo Stato agì in quel frangente per scongiurare altre stragi dopo quelle di Capaci e via D’Amelio. Queste ultime gravissime quanto si vuole, ma che non uccisero inermi ed ignari cittadini come invece quelle di Firenze (cinque vittime, tutte giovani, tra cui una bambina di nove anni e una neonata di 50 giorni) e di Milano (altre cinque vittime civili). Adesso che notabili personaggi politici palermitani come Marcello Dell’Utri e Totò Cuffaro hanno scontato le loro pene in carcere per reati che hanno a che fare con la mafia e rivendicano il loro “diritto” di tornare, seppur non in prima persona (sono interdetti in perpetuo dai pubblici uffici), ad occuparsi di politica, senza neppure mostrare alcun pudore. Adesso che anche Raffaele Lombardo, il gemello d’oriente di Totò “vasa vasa”, ha ottenuto la sua brava assoluzione in appello per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa.

Ma ciò per cui è sommamente indispensabile essere infusi della docta ignorantia è la comprensione del motivo per cui una persona come Caterina Chinnici – apparirebbe offensivo per l’intelligenza di chicchessia ricordare chi fu il di lei padre – abbia recentemente invocato una convergenza politica con il suddetto Raffaele Lombardo, dopo aver a suo tempo fatto parte del governo regionale di un presidente che vaneggiava (da medico chirurgo specializzato in “psichiatria forense”) una giunta “tutta fatta da magistrati”. Dovendosi poi accontentare – si fa per dire – della Chinnici e di Massimo Russo, brillante giovane sostituto a Marsala quando Paolo Borsellino era procuratore capo. Peccato che costui non ritenne di segnalare all’autorità giudiziaria competente quanto Borsellino ebbe a confidargli, in lacrime, sul fatto che un “amico”, in alto loco (verosimilmente un magistrato o un generale dei Carabinieri), lo avesse tradito, di fatto condannandolo a morte.

Ciò che si prefigura all’orizzonte, comunque vada, è qualcosa che supera ogni umana immaginazione, e difatti non può che accadere in Sicilia, laboratorio politico del Belpaese e territorio di sperimentazione della convivenza con la mafia (ma “a fin di bene” e sempre sotto il “patrocinio” degli USA, come fu in occasione dello sbarco alleato per la liberazione dal regime nazifascista e poi, come si è visto, per evitare stragi efferate oltre quelle strettamente indispensabili al “regime change” tra prima e seconda repubblica con l’insediamento al potere degli ex comunisti). Perché si immaginava che nulla potesse superare in peggio il governo di Rosario Crocetta, per meglio dire quello del “senatore della porta accanto”, l’antimafioso Beppe Lumia (già sostenitore del governo Lombardo), ossia il padrino politico di Antonello Montante, lo stesso a cui il novello candidato Renato Schifani, secondo le accuse, avrebbe rivelato delicatissimi segreti d’ufficio di natura giudiziaria. Il cerchio è chiuso.

Lettera ad un professore

di Salvatore Fiorentino © 2022


Caro Professore, di ritorno da una magnifica serata in una delle nostre località marinare più belle, non posso non osservare come siamo capaci, e molto, noi catanesi e siciliani in genere, a vivere in miseria morale e anche materiale nonostante la natura sia stata con noi molto generosa. Ci sono state donate risorse paesaggistiche, culturali e soprattutto umane che altri ci invidierebbero e ci invidiano. E di cui farebbero tesoro. Mentre noi siamo affetti da un morbo incurabile, almeno la parte peggiore di noi, quello della superbia a qualunque costo, quello dell’orgoglio sterile e dell’arroganza implacabile.

In questo sfondo si muovono, si agitano, si dimenano quelli che Sciascia non arrivò (per ragioni anagrafiche) a definire e che si possono definire “servi randagi”, ossia quella particolare ed apicale subspecie che sovrasta la nutrita e variegata schiera dei “servi morali”, ossia di coloro che passando da un padrone all’altro sono perennemente alla ricerca di un rifugio dove covare il prossimo tradimento. Per calcolo, per interesse personale, per miserabilità dell’essere e dell’agire. Parassiti immondi che altrimenti non potrebbero raggiungere le immeritate postazioni dove si allocano. E sin qui nulla di nuovo sotto il sole d’agosto, di una notte di mezza estate.

Perché le dolenti note non sono ancora queste, caro Professore, ma riguardano la parte migliore di noi. Catanesi e siciliani in particolare. Difatti, questi secondi sono soliti disinteressarsi, chiudersi nella loro piccola o grande torre d’avorio, coltivare il proprio interesse ideale, ammirando quanto di splendido c’è in questa terra, ma passando oltre disdegnati e rassegnati di fronte ai cumuli fumanti di immondizia che è meglio non vedere e non sentire. Di certo non si muove un dito per rimuoverli, non ci si sporca le mani, questo è un compito che spetta sempre ad altri. E qui, dopo Sciascia, dobbiamo chiamare in causa Tomasi di Lampedusa, che ben descrisse l’animo dei “nobili”, di coloro che anelano all’oblio, alla stasi eterna, al voluttuoso corteggiamento del nulla, che si impiccano su una questione di principio o si rovinano la giornata per una piccola macchia di caffè sulla camicia candida.

Titta Scidà, non a caso, tuonava: “… Catania condanni sé stessa …”. Perché è la classe cosiddetta dirigente, gli “ottimati”, l’ “aristocrazia”, l’ “intellighenzia”, ad avere le più grandi ed imperdonabili colpe. Perché troppo adusa alla frequentazione di salotti asfittici e alla condiscendenza verso i salamelecchi, all’inchino verso i gran visir, troppo prudente nel riconoscere ed estirpare il male che cresce dentro sé stessa, pavida ed inconcludente nel momento di passare all’azione e alla dichiarazione dei fatti e della verità. Talvolta, spesso, persino omertosa e contigua con le centrali del malaffare, scivolando da un compromesso morale all’altro verso l’abisso dell’ignominia, ritenendo che basti non rubare per mantenere il proprio status di rispettabile persona “perbene”. E’ ovvio che non basta.

Tutto bene quel che inizia bene, sicché le mirabili azioni antimafia si risolvono con retate di pesci piccoli piccoli, carne da macello che serve sia al malaffare che ai benpensanti per far riposare la coscienza in un cuscino ovattato, sicché i grandi affari illeciti siano circonfusi di un’aura di santità, perché benedetti da una cortina di silenzio, dove è segno di educazione e rispetto girarsi dall’altra parte al momento opportuno, non affondare mai il colpo sui compagni di salotto, dove i protocolli condivisi, dal galateo alla legalità, sono vaghe ed inoffensive dichiarazioni di intenti all’ombra dei quali dormire sonni tranquilli e realizzare i propri sogni d’oro. Così tra feste pseudoreligiose e nuove religioni calcistiche, diatribe accademiche dai toni surreali, il tempo non sembra passare mai, e l’immondizia si accumula, ancorché differenziata, all’uscio delle nostre coscienze. Per questo, comunque vada sarà un insuccesso.

(3 agosto 2016)

Democrazia volant, dittatura manent

di Salvatore Fiorentino © 2022


Così come chi è davvero intelligente non si sognerà mai di affermarlo, chi è onesto non lo dice ma lo fa, chi è realmente democratico non additerà mai gli avversari alla stregua di “fascisti” da bandire dalla contesa politica, ma si sforzerà di spiegare le proprie ragioni al fine di ottenere il consenso sul merito della propria visione, delle proprie idee, dei propri programmi. Ma, talvolta, come accade spesso in Italia, ai sedicenti “democratici” – guardacaso – manca proprio la visione, le idee e i programmi. Sicché resta l’antifascismo ad orologeria (in vista delle elezioni) quale ultima trincea (gli/le intellettuali à la page si dilettano col “barrage“) contro le destre purchessia, anche se poi la toppa è peggio del buco e la democrazia rimane in cenci. Ma se esistono i “mostri” Berlusconi, Salvini e Meloni la colpa (o il merito, secondo alcuni) non è che di codesti “migliori” e “democratici”, in quanto “creature” partorite dalla ultra “ventennale” ed infeconda insipienza di questi ultimi.

La democrazia è un attimo, va colta (carpe diem) e coltivata (cultura) giorno per giorno. E’ un bene estremamente volatile (allo stato gassoso tipico dei periodi di crisi economica, sociale e politica), da maneggiare con cura (dal basso verso l’alto) altrimenti rischia di disperdersi nell’atmosfera o andare irrimediabilmente in frantumi. Per questo motivo, non si possono scientemente minare le fondamenta della Repubblica, quali la sanità, il lavoro, l’istruzione, la giustizia, l’ambiente, per poi presentarsi, come fanno adesso i “democratici”, alle affrettate elezioni sulle ali di una campagna mediatica per “i diritti”. Ma di quali diritti si parla se quelli fondamentali (che riguardano tutti i cittadini) sono stati già pregiudicati? Per questo occorre oggi chiedersi, a latere di ciò che ne appare il letto di morte, quanti anni (mesi o giorni?) abbia realmente vissuto la democrazia nei 76 anni (la vita media di un italiano) della Repubblica, nata in quel frangente del referendum del 2 giugno 1946.

Disse tra sé e sé il principe di Salina, ormai esanime, da lì a poco dall’agognato incontro con la Signora delle Stelle: “Ho settantatré anni, all’ingrosso ne avrò vissuto, veramente vissuto, un totale di due… tre al massimo.” E i dolori, la noia, quanto erano stati? Inutile sforzarsi a contare: tutto il resto: settantenni“. Ed in vista del suo funerale del 25 settembre 2022, fissato dal siciliano celebrante Mattarella, siamo in grado di stimare quanti giorni, mesi, anni (?) abbia veramente vissuto la ormai defunta democrazia in Italia? A spanne, come preconizzato dall’ultimo dei Gattopardi, saranno stati al più due o tre. Certo lo furono i momenti in cui si affermarono i diritti dei lavoratori, con lo Statuto del 1970 (legge n. 300/1970) che, tra le altre cose, pone a fondamento del rapporto di lavoro la “dignità” della persona. Così come lo furono quei provvedimenti “per incrementare l’occupazione operaia, agevolando la costruzione di case per lavoratori” (piano INA-Casa).

E sul versante dei diritti civili, quelli che stanno oggi a cuore ai sedicenti “democratici”, certamente la democrazia visse in occasione dei referendum popolari, come quello del 12-13 maggio 1974 in cui fu respinto il tentativo (promosso da DC, MSI) di abrogare la legge (del 197O) che istituiva il divorzio, o come l’altro in cui fu parimenti respinto il tentativo di abrogare la legge (del 1978) che consentiva (seppur con le opportune cautele) l’interruzione volontaria della gravidanza. Mentre, sempre in occasione di altri referendum, la democrazia iniziò lentamente a morire quando ne rimasero dolosamente disattesi gli esiti, come accadde per le consultazioni in materia di legge elettorale del 1991 e 1993. E fu certamente un momento in cui la democrazia visse la notte di Sigonella, tra il 10 e l’11 ottobre 1985, nella quale fu affermata la sovranità nazionale nei confronti degli USA, legibus soluti in qualità di autoproclamati gendarmi del mondo a qualunque costo.

Al funerale della democrazia del 25 settembre prossimo, siccome è un funerale di Stato, da cittadini, democratici nei fatti e non nelle parole, non bisogna andare, perché è lo stesso Stato il mandante di questo eccidio destinato a restare impunito, come le presupposte stragi sin da Portella della Ginestra a quella di via D’Amelio. Occorre rifiutare la morte della democrazia, la sua celebrazione, i discorsi di circostanza degli apparenti “democratici” che invece agognano l’affermazione della loro dittatura, “whatever it takes”, come nella lettera e nello spirito del loro beniamino, il banchiere neoliberista monetarista Mario Draghi, chiamato per svendere ciò che rimane del patrimonio pubblico e privato del Belpaese, per impoverire la classe media e gettare sul lastrico le fasce deboli della popolazione, allo scopo di procacciare nuovo alimento per una élite parassitaria che ha come unico assillo il mantenimento dei lauti privilegi. E che ciò sia a scapito del popolo è solo un dettaglio.

“Fascismo”, allarme rosso

di Salvatore Fiorentino © 2022

Quando il “dibattito” pubblico sfugge (dolosamente) per la tangente (intesa quale metafora trigonometrica e non giudiziaria), per non restare spiazzati ed in balia della vulgata dei “migliori” occorre fare ricorso al buon senso del vivere comune, ossia a quella spesso dimenticata “diligenza del buon padre di famiglia” che non a caso sta alla base dei principi del diritto civile, distillato di millenni di convivenza umana: sicché dobbiamo guardarci più da chi si sente (ed è talvolta) al di sopra della legalità (per esserne sedicente depositario) o da chi ha qualche pregresso peccato (veniale o addirittura mortale) da farsi perdonare (e magari teme di essere scoperto)? La risposta è semplice, persino scontata. Soprattutto quando si parla a sproposito di “fascismo” e “fascisti” dei tempi attuali. Ecco che, siccome si avvicinano le elezioni, lo spauracchio “fascista” viene agitato contro la destra politica italiana, la quale avrà mille difetti, ma non certo quello di essere “fascista”.

E, a questo punto, si impone un aggiornamento dell’accezione del termine “fascismo”, ormai utilizzato in senso improprio, e giammai per rievocare la “ricostituzione del partito fascista”, quest’ultima integrante un reato che per la verità nessuno sembra più voler commettere, nonostante il timore dell’immancabile zelante più del re. Diversamente, il lemma “fascismo” ha finito per assumere il ruolo di uno dei sinomini – sicuramente il più grave – del termine “antidemocratico”. E se è vero – secondo un celebre letterato siciliano – che l’italiano non è solo l’italiano (ma è il ragionamento), una volta chiarito l’aspetto linguistico in senso tecnico occorre una contestuale precisazione sul piano semantico. Cosa vuol dire, aujourd’hui (ci rivolgiamo in primis ai radical chic), “fascismo”? E, soprattutto, chi sono oggi i veri “fascisti” da cui difendersi per tutelare la democrazia e la libertà del popolo sovrano (il termine non è debitore dei “sovranisti”, ma dell’art. 1 della Costituzione)?

Non vi è dubbio che, nel senso sopra precisato, oggi gli autentici “fascisti” siano i sostenitori del governo Draghi e della sua “Agenda”, ossia coloro che hanno minato e vorrebbero continuare a minare i diritti fondamentali dei cittadini italiani, riducendoli ad uno stato di sudditi impotenti, in completa balia del “Leviatano” che si presenta loro come l’unico mondo possibile, ossia, in un doloso travisamento della metafisica leibniziana, il “migliore” dei mondi abitabili. Non c’è alternativa, dicono, i Soloni della catastrofe prossima ventura che non arriva mai, altrimenti sarà il baratro. E’ un modo per terrorizzare un popolo, quello italiano, in verità indomito e che non ha mai preso sul serio i suoi governanti, perché la saggezza popolare sedimentata da secoli di dominazioni eterodirette e da una unità d’Italia (che fa il paio con quella d’Europa) realizzata solo sulla carta geografica hanno insegnato che alla fine la vita continua a dispetto di qualsiasi “fascismo”.

Governo Draghi ancora oggi tenuto disperatamente in terapia intensiva nonostante l’accertata morte celebrale da un presidente della Repubblica che aveva così tanto rimandato le elezioni anticipate che non seppe più attendere per precipitarsi ad indirle ormai a qualche mese dalla scadenza naturale, senza neppure voler incaricare, come opportuno in questi casi, un qualunque Caronte che traghettasse questo popolo di poeti, santi e navigatori, verso un porto sicuro, così lasciandolo in balia ad un premier che ancora oggi, pur dimissionario e sconfessato dalla maggior parte delle forze politiche che lo sostenevano, ostenta l’impudenza di umiliare il parlamento (e i 60 milioni di cittadini che esso rappresenta) additandolo come un “vincolo” esterno pregiudizievole dell’azione del “suo” esecutivo, confermando un deficit culturale – prima che istituzionale – incolmabile nell’esercizio del potere delegatogli e dallo stesso declinato in modo “antidemocratico”.

Ma chi sono oggi i sostenitori della famigerata “Agenda Draghi”? Eccoli, sono lì, visibili a tutti. In prima fila c’è il Partito Democratico, guidato da un leader, Enrico Letta, che è il simbolo, imbelle e sfacciato, di quella élite parassitaria che mira al mantenimento degli indebiti vantaggi, dello status sociale e del tenore di vita del tutto immeritati, del ruolo di “classe imprenditoriale” o “dirigente” sine titulo, non avendo altro modo per ottenere tutto ciò se non sfruttando le masse popolari, i lavoratori, privando dei diritti fondamentali tutti coloro che sono stati emarginati non certo per il loro demerito, ma perché predestinati, tenuti dolosamente nell’ignoranza e nell’indigenza, come “carne da macello” necessaria per ingrassare la tavola sontuosamente imbandita di questa nouvelle aristocratie. E poi ci sono, da un lato, il rappresentante del padronato ottocentesco, tale Carlo Calenda, e dall’altro, i nuovi servitori di questi ottusi padroni, rossi e verdi di vergogna, Fratoianni e Bonelli.