Spaghetti d’Italia (pt. 2)

di Salvatore Fiorentino © 2022

Scriveva Stendhal ne “Il rosso e il nero”: “[…] Un romanzo è uno specchio che passa per una via maestra e ora riflette al vostro occhio l’azzurro dei cieli ora il fango dei pantani. E l’uomo che porta lo specchio nella sua gerla sarà da voi accusato di essere immorale! Lo specchio mostra il fango e voi accusate lo specchio! […]”. Sicché occorre ancora portare quello stesso specchio per mostrare chi sono oggi i “fascisti”: lo sono coloro che attivamente (i votanti) o passivamente (gli astenuti) hanno consentito l’affermazione politica della Meloni, oggi presidente del consiglio dei ministri, attendendo di giudicarne l’operato secondo i fatti e non le opinioni, o coloro che, eterodiretti da fallimentari e parassitarie élite sedicenti culturali, ritengono di impedire il diritto di parola, di opinione, sino al punto da tentare di bloccare un convegno organizzato in una università pubblica perché tra gli oratori vi sono esponenti della destra governativa? Ecco che rosso e nero si ribaltano, in questa realtà.

Lo specchio di Stendhal ce lo indica chiaramente, perché una immagine riflessa scambia la sua destra con la sua sinistra, come è avvenuto nella politica italiana nella “seconda repubblica”, dove la “sinistra” è stata solo un maldestro travestimento per espropriare il popolo della sua sovranità, iniziando da quella monetaria (con l’introduzione dell’euro) per poi procedere ad una estensione di questa indebita sottrazione in ogni ambito, economico innanzi tutto, ma anche sociale e culturale, sino al punto da minacciare l’identità territoriale, la quale si esprime basilarmente mediante i prodotti enogastronomici tipici di un dato ambito storico-geografico, come i francofoni hanno capito prima e meglio di tutti (in Francia, con Macron, è stato istituito il ministero della “sovranità alimentare,” concetto quest’ultimo che dal 2013 è tra gli obiettivi strategici delle politiche del Canada). Del resto l’ottusità della tecnoburocrazia europea era giunta al punto di voler dichiarare fuorilegge persino la “pizza napoletana”.

Sintomo evidente di come questa Europa, svenduta alla finanza speculatrice e mortifera, si sia dimenticata delle sue radici culturali, molteplici nella diversità, ma profondamente intrecciate. Basti pensare alla celeberrima narrazione resa da Goethe nella sua cruciale opera “Viaggio in Italia” . Tra gli scritti del grande letterato si legge: “[…] della posizione della città e delle sue meraviglie tanto spesso descritte e decantate, non farò motto. Vedi Napoli e poi muori!” dicono qui […]». Il viaggio in Italia e in Sicilia era considerato un momento fondamentale ed imprenscindibile nella formazione delle classi dominanti della mitteleuropa, perché si comprendeva che al di là della potenza economica e militare ciò che faceva la forza e la gloria di una nazione e di un popolo era il suo patrimonio pasaggistico-culturale, di cui il Mediterraneo della classicità Greca e Romana era il fulcro, perché in queste terre predilette dagli dei era stata forgiata la culla della modernità.

Lo specchio a volte inganna, a volte è premonitore. L’immagine di Draghi che consegna la “campanella” del potere governativo a Meloni viene restituita rovesciata, ossia con Meloni che riconsegna lo scettro a Draghi. E’ ciò che l’establishment agogna ed auspica, obiettivo per cui sarà dato spiegamento ad ogni forza ed azione possibile in nome di quel mai dimenticato “whatever it takes”, tra stampa, intellettuali a libro paga, potentati di ogni risma che vedono minacciata la loro posizione di rendita tanto lucrosa quanto parassitaria. Per costoro è solo questione di “prezzo”, perché sono convinti che Meloni potrà essere, come chiunque altro, addomesticata e ricondotta a più miti consigli. Il timore resta questo, perché altrimenti potremmo sin d’ora salutare una fase nascente della democrazia italiana, ossia quella in cui la politica con la “P” maiuscola riprende le briglie in mano per dirigere la carrozza Italia nella direzione più opportuna nell’interesse dei cittadini italiani.

Cittadini che hanno capito, a loro spese, che tanto il PD quanto il M5S, così come la galassia pulviscolare della sinistra, hanno agito in danno del popolo e nell’interesse degli speculatori finanziari internazionali, svendendo i lavoratori, le fasce deboli della società, sull’altare di un potere corrotto intellettualmente prima ancora che materialmente. Non è una questione di destra o di sinistra, ma di dignità istituzionale, politica, personale. Tanto a destra quanto a sinistra si annidano i prezzolati traditori della Nazione. Non mancano a destra i codardi che nel momento dell’attacco si danno alla fuga disonorevole dalle loro responsabilità indossando la divisa del nemico o ad esso inginocchiandosi piagnucolanti, come fece quel tale Benito Mussolini sperando di salvarsi dopo aver condotto alla distruzione il Paese. Ma non sembra il caso di Meloni, una “underdog”, una che ha dovuto saltare dieci piatti di spaghetti per mangiarne uno. A testa alta, sovrana di sé stessa. Auguriamo che prosegua su questa strada.

Spaghetti d’Italia

di Salvatore Fiorentino © 2022

L’Italia è donna. La Nazione è donna. La Repubblica è donna. La Costituzione è donna. La Democrazia è donna. Ma anche la Destra è donna, ed adesso pure la presidente del consiglio dei ministri (molti) e delle ministre (poche). Che poi persino i dizionari seguano la moda antica di separare tutto per genere riporta alla memoria le classi di scolari divise tra maschietti e femminucce, oppure, in anni seguenti, solo differenziate col fiocco azzurro o rosa sul grembiule rigorosamente nero con colletto bianco (che fatica ogni mattina la vestizione). Se veramente si volesse abbattere ogni barriera, ogni discriminazione, tra i generi, probabilmente si dovrebbe andare nella direzione opposta, ossia di non distinguere più le persone a seconda del loro sesso, fermo restando che le differenze, di ogni tipo, non possono essere omologate, ma rispettate e tutelate. Nessuno, forse, se n’era accorto, ma ci aveva già pensato la Costituzione, con l’art. 3. Bastava e basta solo applicarla.

Ergo, non dovrebbe fare notizia che la premier italiana è donna (almeno così appare, ma poi saranno affari suoi se per ricevere l’incarico così come per il giuramento si è presentata con una mise, giacca e pantaloni, total blue/black con camicia in tinta, di taglio prettamente maschile), ma che stavolta è stata apparentemente (il condizionale è d’obbligo) rispettata la volontà degli elettori, ossia del popolo “sovrano”. E neppure dovrebbe fare notizia che si tratta di un governo di Destra (senza centro, ormai sepolto il berlusconismo terminale), sempre che poi lo sia davvero, dopo che nella cosiddetta “seconda Repubblica”, seguente alla fine del pentapartito, la Destra, quella antisociale e antidemocratica, è stata incarnata da un partito sedicente Democratico e dai suoi parassitari “cespugli”, che sin dall’ammucchiata de “L’Ulivo” ha progressivamente (la parola è di sinistra) depauperato le classi lavoratrici, tanto i dipendenti che i lavoratori autonomi.

Ma oggi il plumbeo segretario di questo sedicente partito Democratico, abituato a governare senza il mandato popolare se non contra populum e nell’interesse degli speculatori finanziari che tutto perseguono tranne che il benessere e la pace dei popoli europei, invece di cospargersi il capo con la cenere dell’autocritica, si lascia andare alle grida spagnolesche: “opposizione, opposizione, opposizione”. Mentre l’azzimato camaleConte leader tuttifrutti del M5S, che per ora furbamente rimane in sordina, continua la costruzione degli specchi per le allodole, declinata attraverso l’ostentazione di un improvviso pacifismo ad oltranza, allo scopo di raccogliere ed intestarsi l’ormai maggioritario orientamento dell’opinione pubblica italiana (ma anche europea) che ha ben compreso come la guerra in Ucraina serva soltanto agli interessi economici degli USA, che se non possono indebolire la Russia stanno già indebolendo l’Europa, per trarne aggio.

Che Mattarella sia apparso rilassato e persino sorridente, sia durante le consultazioni lampo con la coalizione vincente così come durante il giuramento del nuovo governo, lascia intendere che tutto è andato secondo i piani del potere che conta veramente, quello che non abita nei palazzi istituzionali. Ed è lo stesso potere che ha subito richiamato all’ordine i leader europei, dalla von der Leyen a Macron, affinché si affrettassero a riconoscere la nuova inquilina di Palazzo Chigi. La Meloni ha vinto e convinto per aver saputo respingere il disperato assalto alla diligenza di un Berlusconi che non sa giocare altro ruolo che quello del protagonista, ancorché in negativo. Così come per aver ridimensionato un personaggio improbabile come Matteo Salvini, negandogli il tanto agognato ministero degli interni ed affidando la gestione dei porti al fido Nello Musumeci, orfano della presidenza della regione siciliana per far posto a Renato Schifani.

Sicché la Meloni si è dimostrata “non ricattabile” né da Berlusconi né da Salvini, il che in verità non sembrava un compito titanico dall’alto del 26% dei consensi popolari in confronto al dato ad una cifra (8%) raggiunto a stento da ciascuno dei riottosi alleati. Ma la vera partita, che si è iniziata a giocare prima delle elezioni, è tutt’altra e non viene trasmessa né in chiaro né sulle pay-tv, né tanto meno in streaming. Compresosi che il neoliberista monetarista Mario Draghi era ormai divenuto una figura invisa alla maggior parte degli italiani, nonostante il plateale trattamento di favore ricevuto dalla stampa, ove questi fosse rimasto al governo avrebbe dovuto assumersi la responsabilità dei fallimenti che stanno per arrivare (la recessione in primis, ma anche l’inadeguatezza del PNRR e delle istituzioni europee a fronteggiare la crisi energetica cosi come il conflitto russo-ucraino). Occorreva trovare una capra espiatoria, alla quale consentire solo la sovranità alimentare.

(continua)

Servicelli d’Italia (pt. 2)

di Salvatore Fiorentino © 2022

Abbiamo visto come i rappresentanti del popolo siano asserviti al potere dominante, che non è mai visibile, agendo sempre per interposte persone e contro gli interessi dei cittadini. A loro volta questi rappresentanti cercano di asservire il popolo che dovrebbero invece rappresentare. Gli errori, le malefatte, i debiti delle alte sfere della società vengono sempre scaricati da costoro sulle spalle degli ultimi, dei meno abbienti, e non perché meno capaci e meritevoli, ma perché indifesi e mantenuti nell’ignoranza e nel bisogno, sempreverde presupposto per il fiorire e prosperare di un clientelismo spicciolo che, però, essendo esteso e capillarmente ramificato è in grado di condizionare gli esiti elettorali e quindi il governo della res publica. In tal senso, leader di partiti, movimenti, sindacati, titolari delle cariche istituzionali, specialmente quelle di rilievo costituzionale, da almeno trent’anni condividono gravissime responsabilità, disattese per inettitudine, colpa e dolo.

Ma sul banco degli imputati deve salire anche la cosiddetta “società civile”. Quella degli intellettuali, dei giornalisti, degli attivisti, dei volontari, delle persone “perbene”, soliti a celebrare i riti sempre più falsi e vuoti della “legalità”, della “antimafia” e dell’ “antifascismo”, mentre nello stesso tempo godono dei vantaggi di condotte “illegali,” “mafiose” e “fasciste”. Come quando mortificano la meritocrazia perché sono i primi a ricercare la “raccomandazione” (caro Roberto Ferdinando Maria Scarpinato dei Cinque Stelle, grande oratore e moralizzatore dei costumi altrui, oltre che archiviatore, non l’avevi chiesta – quoque tu – la raccomandazione ad Antonello Montante per fare il procuratore generale di Palermo? No? Non abbiamo sentito la smentita, parla più forte se hai qualcosa da dire, non ti nascondere dietro le querele ai giornali che ne parlano), spacciandola per naturale “superiorità culturale” derivante dalla tradizione familiare, altro che familismo amorale.

La pochezza dei protagonisti odierni fa presagire che siamo alle soglie di una svolta epocale, che avverrà solo dopo l’implosione, da ritenere prossima, di un sistema socio-economico che ha i giorni contati e sta raschiando il fondo del barile. Che uno come Landini sia il capo del maggiore sindacato di sinistra ne è l’evidente sintomo. Basti pensare che i capi sindacali hanno avuto, pressoché tutti, come premio per la loro buona condotta (non contrastare più di tanto i governi che spogliavano i lavoratori di diritti e dignità sino a a rendere stabile il precariato, lo sfruttamento, la violazione delle basilari tutele come la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro) la garanzia di un seggio parlamentare come buona uscita, in palese conflitto d’interessi. Ora Landini, dopo aver appoggiato le politiche liberticide (lavoratori senza stipendio se non vaccinati) del governo del suo “fratello” Draghi, condivide l’ antifascismo da ZTL con l’ectoplasma politico chiamato Enrico Letta.

Che poi uno come Enrico Letta, che vanta parentele a destra e a manca (con il pretoriano berlusconiano Gianni Letta, ma anche con il fondatore del PCI Antonio Gramsci) sia il leader dello schieramento progressista è la conferma che l’attuale sistema ha i giorni contati (e neppure servono le profezie di Fassino, né le rassicurazioni di Renzi, per attestarlo o escluderlo). Un grigio, anonimo e placido professore a contratto (la fisiognomica dice tutto) presso una amena università di studi politici parigina (Sciences Po) che ha vissuto più in Francia che in Italia nel comodo ed irrilevante ruolo di intellettuale à la page, catapultato nel ruolo di nuovo segretario di un morente PD che ha condotto scientemente alla sconfitta lo schieramento del centrosinistra, per un verso declinando il verbo del neoliberismo draghiano e per altro chiudendo le porte a chi (il M5S) questo verbo, dopo averlo sostenuto sino ad un minuto prima, lo intendeva camaleonticamente avversare.

I servicelli, così intesi, saranno spazzati via dalla storia. Il capitalismo come è stato concepito nel ‘900 ha fallito allo stesso modo del comunismo, con la differenza che è riuscito ad avere un’inerzia maggiore a causa dello spostamento “culturale” dai valori umani al valore economico, escamotage precluso al secondo perché tali “valori” economici li rinnegava in nome della ideologia. Si può dire oggi che entrambe le dottrine avevano ragione ed ad un tempo torto, ma sicuramente, fin quando si sono contrastate e quindi equilibrate, hanno garantito all’umanità un periodo di pace e progresso, seppur tra mille conflitti e contraddizioni. Tuttavia, come la natura è in grado di divorare tonnellate di plastica di rifiuto, la stessa natura umana sarà in grado di rigenerare le concezioni che oggi, patologicamente, si sono impadronite del globo. Il prezzo da pagare è alto e riguarda la fase di attuale transizione tra un’epoca che va abbandonata ed un’altra da venire.

Servicelli d’Italia

di Salvatore Fiorentino © 2022

La lingua, si dice, è la radice dell’identità. Di un individuo, di un popolo, di una nazione. Sicché, non rinvenendosi, neppure nel rinnovato dizionario che introduce la parità di genere anche a costo di inaudite cacofonie, occorre precisare che il termine “servicello” non va ora inteso quale forma alterata, al bivio tra il vezzeggiativo e il dispregiativo, ma quale sintesi tra altri due termini, secondo la loro accezione letteraria, che ben caratterizzano il cittadino italiano senza infamia e senza lode: servo (Divina Commedia, Purgatorio, V, Dante, 1321) e travicello (Il Re travicello, Giusti, 1841). Del resto la effettiva e più pericolosa colonizzazione che l’Italia sta subendo dal secondo dopoguerra, ma in modo esponenziale nell’ultimo “ventennio” democratico, non riguarda tanto la dislocazione delle basi militari USA-NATO, ben imbottite di testate nucleari di cui si è perso pure il conto, quanto l’invasione dell’idioma inglese, che sta sostituendo progressivamente quello italiano (“price cap”, least but non last).

Non quindi un vezzo o un tentativo di sprovincializzazione, come si potrebbe a prima vista ritenere, ma una vera e propria sindrome di (dis-)identità, se i leader dei principali partiti italiani, di maggioranza (Giorgia Meloni) e di opposizione (Enrico Letta), hanno iniziato a diffondere, peraltro improbabili, video-conferenze parlando l’inglese, il francese, lo spagnolo, ma non l’italiano (col tedesco ci stanno lavorando, ma è più ostico). Discorso a parte merita il banchiere neoliberista Mario Draghi, che come lingua madre parla il dollaro e come dialetto l’euro, tetragono nel non cedere la scena, ed il potere, a chi è stato indicato dal popolo sovrano per governare l’Italia. La satira, quella vera che è costretta a riparare in TV di fortuna, ha già dato il meglio di sé raffigurando la metamorfosi (horrible!) della premier in pectore Meloni nelle sembianze del predetto premier dimissionario. Per il quale, fallito il Quirinale già prenotato, l’establishment ha inventato il ruolo di premier ex machina.

Eppure il popolo, a dispetto dei suoi sovrani appollaiati nei palazzi regali a guardare gli stucchi zecchini, ha chiaramente indicato la propria volontà di cambiamento: nel 2018 col 33% al Movimento Cinque Stelle, nel 2022 col 25% a Fratelli d’Italia, fatto quest’ultimo clamoroso, perché si tratta della destra ostracizzata e tenuta ai margini, per non dire ghettizzata, dai soloni dell’antifascismo da ZTL, quelli che si ricordano delle periferie, dei lavoratori, dei disabili, delle fasce deboli della popolazione, che dovrebbero rappresentare, solo in campagna elettorale, peraltro malcelando il fastidio di dover loro malgrado adempiere a questo ingrato compito, che difatti stride con l’estetica patinata dei manifesti e delle campagne mediatiche virtuali, tradendo platealmente la distanza siderale che separa questa nouvelle aristocratie dal mondo reale, dai cittadini in carne ed ossa, che invece pretenderebbe di governare, ma che vuole in verità ridurre al rango di servitù.

Il popolo la sua parte l’ha fatta, ma chi lo rappresenta no. E costoro continueranno a non farla. Il potere conferito dai cittadini al Movimento Cinque Stelle è stato usato contro il loro volere, per attuare politiche agli antipodi del programma elettorale. E’ ormai chiaro che la missione di questo movimento, ribelle e legalitario solo sulla carta, fosse e sia quella di imbrigliare il voto di protesta per riportarlo nell’alveo del potere dominante (PD), conclamatosi col governo di tutti e di nessuno presieduto da Mario Draghi e consacrato con la rielezione di Sergio Mattarella. Emergenza? Si, ma non sanitaria, non militare, non energetica, non climatica. Democratica. Senza il M5S non sarebbe mai potuto nascere il governo dei “migliori”, lo stesso che ha condotto il Paese sul baratro di una crisi socio-economica epocale, quello presieduto da chi è stato ed è tra i fautori delle privatizzazioni selvagge, causa oggi, tra l’altro, dell’incontrollabilità del mercato dell’energia.

E adesso tutti gli occhi sono strabuzzati sul nuovo governo che verrà (come l’anno cantato da Lucio Dalla al caro amico), mentre il maggiore partito di opposizione celebra l’ennesima rappresentazione teatrale, che dalla tragedia vira sempre più verso la farsa, alla ricerca della sinistra perduta, recherche (monsieur Enrico Letta docet) ispirata dall’omonima opera in sette tomi di Marcel Proust, in altri termini tempo perso, tanto per giustificare l’esistenza di questa classe dirigente élitaria e parassitaria. Mentre assume toni da psicodramma la ricerca della rotta da parte di una destra ritrovatasi a navigare mari aperti ed abissali (e ora come si fa?) con in mano il timone di un Titanic dove la festa impazza in prima classe senza curarsi che le scialuppe di salvataggio non bastano (ma c’è il reddito di cittadinanza), mentre all’orizzonte si staglia la punta dell’iceberg della catastrofe europea, dove i capitani incoscienti, usciti dall’accademia di Schettino, sembrano voler puntare, “whatever it takes”.

(continua)

Eurexit

di Salvatore Fiorentino © 2022

Il vizio capitale dell’Europa, così come si è sino ad oggi manifestata, è evidentemente quello di aver invertito i capisaldi del patto tra cittadini: l’economia (rectius: la finanza) sovrintende la società, e non viceversa. Prova lampante ne è l’ultimo diktat emanato dalla presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, secondo la quale gli stati nazionali membri – già privi della sovranità economica e monetaria – che esercitassero la sovranità politica in modo difforme dalle aspettative delle istituzioni europee sarebbero costrette a ravvedersi mediante lo strumento della sospensione dell’erogazione dei fondi UE. Non c’è altro da dire per ritenere che questa Europa non solo non è quella immaginata e voluta dai padri fondatori, ma non può certo dirsi libera e democratica, dimostrandosi un sistema oppressivo e repressivo dei popoli alla stessa stregua della già fallimentare ideologia comunista dominante nell’Europa dell’Est sottomessa all’URSS.

Follow the money. E’ un Europa che così si presta a divenire strumento degli interessi anglo-americani (in questa chiave deve leggersi la tempestiva Brexit) nel tentativo di contrastare (quanto meno ritardare) l’avanzata del nuovo mondo che si affaccia in Oriente minacciando il predominio economico globale degli USA (PIL: 23 mila miliardi di $, secondo il FMI). Ecco che la ricchezza europea (PIL: 18 mila miliardi di $) deve almeno in parte servire per contrastare quella emergente della Cina (PIL: 16 mila miliardi di $). Essendo ovvio che nessun popolo occidentale sarebbe oggi disposto a sottostare ad un regime come quello comunista o ad un fondamentalismo religioso, occorreva costruire una prigione senza mura dove chi vi fosse destinato si persuadesse di volervi rimanere credendo così di perseguire il proprio e l’altrui bene, a ciò sospinto dall’instillazione della paura, sentimento più efficace di ogni altro per la manipolazione di massa delle coscienze.

E quale paura maggiore può prospettarsi ad un popolo, come quello occidentale, abituato da ormai tre generazioni al benessere diffuso radicato sul possesso dei beni materiali e viziato dal comfort del superfluo percepito come bene di prima necessità (i-Phone docet), che la perdita di questo status? Sicché trova terreno fertile la minaccia (“volete l’aria condizionata o la pace?”; evidentemente la prima, sia pure la guerra e l’invio di armi a volontà) del più filo-americano dei presidenti del consiglio dei ministri italiani, non a caso insediato con un “golpe” dai capelli bianchi e dagli occhi azzurrini con la scusante dell’ennesima “unità nazionale” per l’emergenza di turno (prima la pandemia, poi la guerra in Ucraina, domani la crisi climatica, poi chissà), quest’ultima addirittura da più parti propugnata come la nuova regola e non già l’eccezione (assisteremo al terzo mandato per il presidente della repubblica in carica e alla nomina di Mario Draghi premier a vita)?

Ma per spolpare l’Europa non può incidersi sulla carne dei popoli che portano nel loro dna l’attitudine rivoluzionaria ovvero il credo protestante (ed in particolare calvinista) rispettivamente capeggiati da Francia e Germania (i nostri partner privilegiati, secondo Mario Draghi), motivo per cui il coltello deve affondare sul ventre molle ma prospero (PIL: 4 mila miliardi di $) dei paesi mediterranei: Grecia (già fatto), Italia (lavori in corso), Spagna, Portogallo. In particolare, in Italia occorre completare il piano di svendita (“privatizzazioni”) dell’industria e delle aziende di stato (quelle in attivo e appetibili) avviato con la dottrina Andreatta e seguaci (Prodi, Ciampi, Draghi, D’Alema, Bersani & Co.), ma avversato da Andreotti e Craxi (non a caso spazzati via dal regime change voluto dai democratici USA per piazzare i loro più affidabili ex nipotini di Stalin, democratici di sinistra, oggi democratici). Ed inoltre occorre far fallire le piccole partite iva per dare spazio alle multinazionali.

Se è persino sfacciatamente evidente che lo schieramento capeggiato dal PD di Letta (con dentro i Fratoianni e i Bonelli rossi e verdi solo di vergogna) e quello del cosiddetto “terzo polo” (con i gemelli diversi Renzi e Calenda) siano succubi del disegno “amerikano”, ossia la famigerata “agenda Draghi” (domani sarà Cottarelli), volto ad impoverire gli italiani a beneficio dello Zio Sam, più subdola è la pericolosità di un M5S, cangiante come il suo leader (detto CamaleConte), che si è vestito di un “agenda sociale” in grado di attrarre gli ingenui e gli allocchi, già gabbati nel 2018 dal “cambiamento”, perché ritrovatisi a sostenere il governo dei “migliori” con la contropartita di un ministero per la Transizione ecologica (da attuare col ritorno al nucleare, ai rigassificatori e agli inceneritori di marca PD). Ed è chiaro che i voti dati al M5S confluiranno per la formazione di un ennesimo governo di “unità nazionale” col PD. Occorre, invece, che gli italiani si riapproprino dell’Italia e dell’Europa.

Il ritorno del Principe

di Salvatore Fiorentino © 2022

“Il ritorno del Principe” è il libro con cui, nel 2008, l’ormai ex procuratore generale di Palermo, oggi candidato al senato sotto le insegne del M5S, ha messo nero su bianco la sua vera vocazione, quella del fine pensatore, applicata ad una sorta di filosofia morale del diritto e della politica. Sicché è evidente che il pregio che illumina la visione “culturale” di Roberto Scarpinato è quello della paziente sistematicità, mentre il difetto che la annebbia è invece quello della confusione tra la responsabilità penale e quella politica. Il risultato finale consiste in un’immagine chiara ma sfocata, laddove leggersi ciò che ciascuno può o vuole capire ed interpretare, aprendosi la ridda delle “archiviazioni” che dovevano essere “imputazioni” e viceversa. Su un dato, però, il libro appare profetico ed attuale e quindi condivisibile: “Il Principe è tornato”, anche se oggi, diversamente dal 2008, non appare in “forma smagliante”. Occorre adesso svelarne l’identità effettiva, una o più che siano.

Perché il Principe non va identificato con l’uomo (donna) solo(a) al potere, ma con uno o più sistemi di potere tra loro comunicanti come i vasi di Stevin. Ciascuno di questi sistemi ha i suoi “pupazzi prezzolati” (copyright Mario Draghi) che vengono cambiati alla bisogna, quando il tempo e l’usura li ha resi inservibili, impresentabili, o perché sono stati o si sono “bruciati”, costretti a mostrare il loro vero volto. Ecco il motivo per cui i ritratti apparentemente bonari, paciosi, candidi dagli occhi azzurrini, inoffensivi (Dorian Gray docet) sono anche quelli più durevoli e quindi ingannevoli. Ma per chi? Per il popolo, ossia quella massa informe di comuni cittadini, molto simile ad un gregge di pecore, che si illude di andare nella direzione che vuole, mentre vi è condotto senza possibilità di deviare, dato che ci sarà sempre un cane da guardia a vigilare. Il potere così inteso senza il popolo non esisterebbe, mentre non è vero il contrario, stando alla vigente Costituzione italiana.

Chi ha conosciuto personalmente Roberto Scarpinato sa quale sia la sua autentica indole, come uomo di potere, ambizioso di raggiungere postazioni di vertice, ottenute nella magistratura così come adesso vorrebbe nella politica, già aspirando alla poltrona di presidente della Commissione nazionale antimafia, quella che fu di Luciano Violante e di Giuseppe Lumia. Quest’ultimo caduto in disgrazia per essere stato il “padrino politico” del rivelatosi falso paladino antimafia che risponde al nome di Antonello Montante, al cospetto del quale persino l’ottuagenario presidente della repubblica (primo ex comunista e si spera l’ultimo) Giorgio Napolitano si sentiva in dovere di scomodarsi per alzarsi in piedi, quasi riverendolo, neppure fosse la Regina Madre. Secondo la procura della repubblica di Catania, Roberto Scarpinato ebbe un comportamento non consono, seppur non penalmente rilevante, nel momento che chiese aiuto a Montante per la progressione di carriera.

Ed ancora più arso dall’ambizione è l’attuale presidente del consiglio dei ministri dimissionario, il neoliberista monetarista Mario Draghi, colui che fu la mente operativa della dottrina Andreatta & Partners (Prodi, Ciampi, Bersani, D’Alema, Minniti, per tacer dei comprimari), ossia quella dello smantellamento scientifico dell’industria di stato, ma solo per la parte all’avanguardia che produceva ricchezza e prestigio per l’Italia, per questo procurando non pochi fastidi alla arrancante concorrenza di Francia e Germania, oltre che ai veri padroni d’Italia, gli U.S.A., ossia i mandanti dell’omicidio Moro. Del resto, con Enrico Mattei l’Italia era sulla cresta dell’onda in materia di energia, potendo divenire una potenza mondiale, ma con il sabotaggio dell’aereo privato dell’indomito manager italiano, commissionato dalle “Sette Sorelle” ai picciotti di Cosa nostra ed attuato presso l’aeroporto di Catania, le prospettive di grandeur del Belpaese svanirono miseramente.

Draghi sente di poter tornare come presidente della repubblica, visto che Mattarella dovrà farsi da parte, seguendo la prassi costituzionale inaugurata da Napolitano: bis se proprio serve, ma quanto basta. Così come Scarpinato è convinto di poter ottenere lo scranno più alto a palazzo San Macuto, ripristinando una linea di continuità tra tradizione (Violante) e innovazione (Lumia) una volta che l’antimafia di Montante è precipitata nell’ignominia, senza che molti, in primis il sopravvalutato don Ciotti, abbiano osato spendere una parola. Peccato che si siano bruciati entrambi con le loro improvvide e rancorose uscite contro il partito che risulta primo nelle intenzioni di voto del popolo italiano, dichiarazioni queste che sono frutto di una abitudine ad ottenere le postazioni di prestigio grazie al favor dei invece che col sudore della fronte, come accade ai comuni mortali. Quelli che vincono un concorso nel più sperduto dei comuni pur di non raccomandarsi né a Lumia né a Montante.

Fratelli d’Amerika

di Salvatore Fiorentino © 2022

Se lo spin doctor della Meloni, il gigante buono Crosetto (di rassicurante, ma infida, pasta democristiana), si spinge sino ad aprire uno spiraglio per una eventuale riedizione del governo dei “migliori” – una sorta di sequel del “Draghi I” riveduto e corretto nel cast ma non nel copione – allora è chiaro che gli italiani sono prigionieri in patria. Ed è la peggiore delle galere possibili, quella senza mura e senza confini, dove (apparentemente) si può dire e pensare liberamente su tutto, salvo che su alcuni argomenti che il “regime” (come altrimenti definirlo?) non ammette al tavolo della discussione, pena l’ostracismo vigliacco e attuato in modo bieco e mai frontale, come ci si aspetterebbe dagli autentici “fascisti”, della serie (bislacca quanto si vuole) “tanti nemici tanto onore”, quella che fa il paio con il tratto distintivo dell’ “armiamoci e partite” (per maggiori dettagli rivolgersi ai parenti degli italiani inviati nella campagna di Russia con le scarpe di cartone e i cappotti di cotone).

Dopo Napoleone e Hitler, che fallirono miseramente, adesso la campagna di Russia la conducono gli europei, a proprie spese, ma per conto e nell’interesse degli USA. Questi ultimi disposti a tutto (“whatever it takes”, Draghi dixit) pur di mantenere il loro PIL dominante sul resto del globo, e cosa si vuole se debbano essere sacrificati l’Europa e la sua cultura. E’ l’Occidente, bellezza. Ecco che si comprende meglio la ragione della “Brexit”, ossia saltare fuori prima che sia troppo tardi da un treno ormai senza controllo e che è già predestinato al sacrificio, con tutto il suo carico di passeggeri e merci, nel tentativo di arginare l’orso russo e il dragone cinese, sacrificio utile quanto meno a procrastinare la fatidica ora della definitiva decadenza di quello che fu il Mondo Nuovo, ma che adesso appare consunto e morente a fronte della silenziosa e paziente tessitura di un mondo che aspira a soppiantare l’Occidente, questo Occidente, e che affonda le radici nelle antichissime civiltà orientali.

God Save The Queen. Ma neppure il cuore leonino di Elisabetta II ha retto di fronte alla sconsideratezza degli scapigliati (Boris Jonhson über alles, Donald Trump in secundis) ovvero azzimati (vedasi per tutte la “frozen” testa capigliata di Ursula von der Leyen) governanti del tempo presente, Macron (micron per gli amici) compreso. Ora con Carlo III Re le barzellette a corte sono assicurate, e non è un caso che i capi di stato, Mattarella II incluso, accorrano a testimoniare la loro vicinanza. Ma de ché, se stanno tutti alla canna del gas? Sicché non possono che venire in soccorso i Fratelli d’Italia per garantire, quanto meno, una degna sepoltura alle vestigia del Belpaese: “Stringiamci a coorte, Siam pronti alla morte. Siam pronti alla morte, L’Italia chiamò. Stringiamci a coorte, Siam pronti alla morte. Siam pronti alla morte, L’Italia chiamò” (copyright Goffredo Mameli, musica di Michele Novaro). La Meloni è pronta: a consegnarsi agli Amerikani, e senza inutili spargimenti di lacrime e sangue.

Ma ancora superiore alla Meloni, per capacità camaleontica e “paracelsica” nel rendere servigio all’Amerika, si staglia sulla linea dell’orizzonte della prossima contesa elettorale italica il fu avvocato del popolo, Giuseppi Conte, promosso dall’establishment che conta (veramente) per la sua innegabile (e dimostrata sul campo) capacità di dire (e fare) tutto e il contrario di tutto da una stagione all’altra (in questo senso, Silvio Berlusconi appare un triste dinosauro in pensione con la parrucca scolorita). Conte, che col M5S di Beppe Grillo (uno che lavorava alla RAI ai tempi del famigerato CAF, mica un novello Robespierre) ha sostenuto sino all’ultimo il governo Draghi con la motivazione (invero un pretesto subito palesatosi) dell’istituzione del ministero per la “transizione ecologica” (poi affidato al nuclearista Cingolani, nomen omen), ora cerca di raccattare il voto dei disillusi e degli scontenti rispetto al governo dei “migliori”, per offrirlo in dono al prossimo premier tecnico.

Conte tira la volata al M5S al sud, sulle ali del reddito di cittadinanza che altri (Meloni in primis) vorrebbero abolire, considerandolo niente altro che un incentivo per l’ozio dei più giovani, il che è effettivamente vero in un contesto desertificato dalle opportunità di lavoro equamente retribuito. E, così, il quesito è: meglio lavorare 10 o più ore al giorno sottopagate con 400 euro al mese o percepire il reddito di cittadinanza con somme superiori senza dover versare una sola goccia di sudore né sottostare alla voce del padrone? Come diceva qualcuno, “that’s the question”. Ma Conte è lo stesso che, se del caso, può governare sia con Salvini che contro Salvini, alleandosi con quel surgelato scaduto della politica italiana che risponde al nome di Enrico Letta, litigandoci oggi, per fare pace domani, della serie “marciare separati per colpire uniti”. Perché il disegno è chiaro: fermare la destra e poi rimettersi insieme per un governo di un nuovo “migliore” (Cottarelli).

In queste elezioni, come in quelle precedenti, comunque vada sarà il popolo a perdere. Perché nessuno dei commedianti in scena vorrà (né tanto meno potrà) governare in nome e per conto (e, soprattutto, nell’interesse) del popolo. Che rimarrà solo una mucca da mungere sino all’estenuazione, mentre tutti quelli, dal più sordido al più candido, che si affannano per ricoprire un ruolo in questa finzione della democrazia non aspirano ad altro che a soddisfare una miserabile ambizione personale, malcelata con la dichiarata buona intenzione di spendersi per il “bene comune”. Li abbiamo visti, li vediamo, quelli che si sperticavano in nome dell’onestà, gli apriscatole del sistema. Dove sono? Alla ricerca del seggio perduto, disperati di fronte alla prospettiva di doversi trovare un lavoro, di tornare tra i comuni mortali, tra quelli che fanno la lotta tra rincari energetici, aumenti inflazionistici e ridicoli ristori governativi. In queste condizioni l’unica risposta è disertare, in massa, le urne.

Chi fermerà il “fascismo”?

di Salvatore Fiorentino © 2022

La corsa verso il 25 settembre – in cui il Colle più alto, dopo tanta (eccessiva) prudenza, incassata la rielezione tanto rifuggita in pubblico quanto agognata in animo, ha precipitato l’Italia, costringendo forze politiche e cittadini entro una inusuale e certo inopportuna campagna elettorale d’agosto – procede senza freni calcando il cliché di un insensato “antifascismo” propugnato da chi ha negli ultimi anni assunto posizioni oggettivamente “antidemocratiche”, “antisociali” e “anticostituzionali”, ossia il novero delle forze sedicenti progressiste, ambientaliste ed europeiste, in verità asservite allo strapotere della finanza speculativa e parassitaria nel misero tornaconto di avere garantito il potere anche senza il consenso popolare, con giochi e artifizi di palazzo, che tuttavia hanno ormai denunciato il respiro corto, nelle asfittiche e venefiche stanze di chi trama ma trema, consapevole della labilità di una costruzione fondata sulle sabbie mobili della menzogna e dell’inganno.

Se persino il Quirinale lascia trapelare segni di irrequietezza, siamo arrivati a fine corsa. Sergio Mattarella, da autentico democristiano d’annata (ad esaurimento), non sarà mai disponibile a lasciare sui libri di storia pagine che non siano intonse e rispettose della Costituzione. Motivo per cui, seppur a denti stretti come Scalfaro con Berlusconi nel 1994, dovrà prendere atto del responso delle urne (ormai scontato e schiacciante) ed incaricare nel ruolo di presidente del consiglio dei ministri, per la prima volta nella storia della Repubblica, una donna, e per di più una esponente del partito dei post fascisti, laddove la fiamma missina arde ancora, diversamente dalla falce e martello frettolosamente rimossi dal simbolo dei furono Democratici di Sinistra, oggi quelli del sedicente Partito Democratico, di nome ma non di fatto. La sfida del 25 settembre, che pare un nuovo 25 aprile, potrebbe liberare l’Italia dalla cappa di un “democraticismo” falso ed ipocrita.

La classe operaia, quella che costituisce le fondamenta dell’edificio sociale, senza la quale non esistono élite culturali né classi dirigenti di ogni sorta, sensibile sismografo della realtà della vita vissuta e non rappresentata nei salotti radical o liberal chic, ha già capito tutto, ossia che la sinistra odierna (M5S ultimo e compreso) è in verità la vera destra (antipopolare) dei nostri tempi, così come lo è il sindacato di marca CGIL, il più vicino ai poteri forti rappresentati dai “mangiafuoco” alla Draghi (domani Cottarelli, dopodomani chissà) sino al punto da elemosinare uno strapuntino alla tavola (quanto mai imbandita di ogni prelibatezza) del potere, nell’illusione malcelata di poter co-gestire questa moderna cornucopia, ambizione che tradisce una cronica sindrome patologica per una forza che deve essere “sindacale” e non “politica” per istituto, ossia controparte della seconda e non “compagna di merenda”, con i capi sindacali ricompensati col seggio in parlamento.

Come si può dimenticare che la sinistra, M5S compreso – che oggi si straccia le vesti ma ha sostenuto sino alla fine il peggiore dei governi possibili, quello della svolta autoritaria, ma non autorevole di Mario Draghi – abbia consentito la più nefasta ed ingiusta discriminazione dei lavoratori mai vista nell’epoca repubblicana, ossia il divieto di lavorare senza essersi sottoposti ad un trattamento sanitario obbligatorio privo di ogni crisma di legittimità costituzionale (come sta, alla fine, emergendo, nel silenzio dei media asserviti) nonché di ogni effettiva efficacia e quindi utilità per la garantire la salute pubblica? Come dimenticare che medici che osservavano scrupolosamente il loro imprescindibile giuramento (di Ippocrate) siano stati vessati, pubblicamente derisi e umiliati, talvolta perseguitati e persino radiati dai rispettivi ordini professionali? E come dimenticare i milioni di lavoratori anche impiegati in settori essenziali (sanità e forze dell’ordine) forzosamente sospesi?

Solo per un aspetto la destra meloniana (che per altri versi fa rima con la sinistra francese melénchoniana) è stata costretta a soccombere al tiro al bersaglio delle forze del “regime democratico”, questo si effettivamente “fascista”: sulla questione atlantica e della guerra in Ucraina, per la quale non si è mostrato il necessario coraggio di dire la verità, ossia che sia le sanzioni economiche che l’invio di materiale bellico sarebbero state una pericolosa (e oggi se ne ha prova evidente) arma a doppio taglio per quegli interessi nazionali che il partito dei “Fratelli d’Italia” ritiene di dover e poter rappresentare e difendere con l’orgoglio intinto nelle note di un patriottismo antico e retorico quanto si vuole, ma che necessita quanto mai oggi al tempo di un “democraticismo” servile e prono ai poteri finanziari extranazionali e persino extraeuropei. E non vorremmo certo che, per quella che Hegel definiva la “astuzia della Ragione”, siano i “post fascisti” a salvare l’Europa dal “neo-fascismo” dei “democratici”.

La macedonia impazzita

di Salvatore Fiorentino © 2022

Ad un mese dalla data fatidica delle elezioni nazionali post pandemia, la politica italiana è divenuta un pandaemonium, per dirla con John Milton, che nel Paradise Lost coniò il termine, in antitesi a quello di pantheon, per definire il palazzo edificato da Satana. Non che la politica dello stivale fosse priva di demoni, ma mai si era raggiunto un simile marasma, con deputati e senatori uscenti disperatamente alla caccia di un seggio sicuro, neppure fosse il Titanic senza scialuppe per quelli della classe ridotta che iniziano a sentire la sgradevole sensazione del venir meno della dorata poltrona sotto il loro augusto postergo. E poi ci sono gli scappati nottetempo, come i Di Maio & Partners, ora in un vicolo cieco e costretti a chiedere ospitalità al PD, che pur di raccattare qualche voto apre le porte a tutti, mentre chiude i portoni ai promessi sposi del M5S, rei di aver causato le dimissioni anticipate del governo dei “migliori”, di quel Draghi che non vedeva l’ora, già in caduta libera di credibilità e consensi.

Sicché, più che una maionese, questa poltiglia politica – ormai alla frutta per tutti i gusti – assomiglia sempre più ad una variopinta macedonia impazzita, con i partiti e i movimenti, che nascono e muoiono in un sol giorno, non altro che pezzi senz’arte né parte di questa indigesta accozzaglia di sapori e colori, senza che se ne possa distinguere nessuno. Si va dal nero-azzurro del centrodestra al bianco, giallo, rosso e verde del centro sinistra, quest’ultimo più variegato del primo ancora fondato sul collaudato “tridente” formato da post-fascisti, leghisti e forzitalioti. Poi ci sono le formazioni minori, come l’arcobalenata Unione Popolare, che presentano programmi con punti che sarebbero persino scontati se si fosse applicata, nei settantacinque anni in cui è in vigore, la Costituzione, invece che marciare nella direzione opposta a colpi di riforme incostituzionali e smantellamento progressivo delle fondamenta della Repubblica: sanità, lavoro, istruzione, giustizia.

Adesso tutti promettono che se otterranno il voto realizzeranno il cambiamento, le riforme di ogni tipo e misura, la giustizia sociale per i poveri e diseredati (da loro stessi), la lotta al malaffare e persino alla mafia (tra un patto e l’altro), ossia tutto quello che avrebbero dovuto e potuto realizzare (almeno in parte) già da quando sono al governo, ossia da sempre, visto che da almeno tre legislature la giostra gira con gli stessi protagonisti. E adesso tutti si strappano i capelli e inondano l’elettorato con lacrime di coccodrillo per gli aumenti incontrollati dei prodotti energetici, come se non lo si potesse prevedere quando, con il peraltro controproducente (per la pace) invio di armi all’Ucraina, si è di fatto dichiarata guerra alla Russia, perché “ce lo chiedeva l’Europa (in verità gli USA)”. Se questo è livello delle leadership (tutti compresi e nessuno escluso) che questo Paese è riuscito ad esprimere, allora c’è un grave problema che non appare risolvibile.

Se poi il “migliore” dei “migliori”, il neoliberista monetarista attuale presidente del consiglio dei ministri Mario Draghi, il quale ha dedicato la sua vita all’Euro (“whatever it takes”), nonostante il pressoché unanime sostegno politico, mediatico e istituzionale di cui è stato generosamente beneficiato, non ne ha imbroccata una giusta, a cominciare dalla assurda gestione sanitaria della pandemia in cui l’Italia vanta il triste (ma non per l’INPS) primato dei morti “in vigile attesa”, portando sull’orlo del collasso le piccole e medie imprese e i cittadini delle fasce meno abbienti ancorché titolari di un rapporto di lavoro, allora i grandi poteri “forti” ed “occulti” hanno puntato male le loro ricche fiches, confermando che la speculazione finanziaria è non altro che farina del diavolo destinata a finire in crusca, senza che Belzebù sappia costruire i coperchi ai pentoloni ribollenti della sua malvagità, nella quale, come insegna la storia, è destinato a finire e a perire pazzo e disperato.

La morale della favola è che ci ritroviamo con una ranocchia (politica) che si crede un cigno leggiadro (alla stregua di una Segolene Royal, altro che Marine Le Pen), sulle ali del 25% delle intenzioni di voto (senza contare il primo partito: gli astenuti), alla quale fa il verso un ranocchio (politico) che conosce bene l’Italia come uno che ha vissuto più in Francia che nel Belpaese, accademico per tradizione familiare con parentele importanti (da Gianni Letta ad Antonio Gramsci), oggi incredulo in cuor suo del 23% che i benevoli sondaggisti gli attribuiscono, consapevole di essere l’incarnazione del vuoto e dell’inconsistenza (politica), sicché non gli resta altro che agitare i fantasmi di un passato ormai morto e sepolto, privo della più pallida idea di come affrontare un presente e un futuro che invece inquietano gli italiani, ormai abbandonati a sé stessi in questa nave alla deriva, con troppi aspiranti comandanti e nessuno titolato. E il Quirinale sente il bisogno di precisare che osserva senza “reazioni né sentimenti”.

Il candidato

di Salvatore Fiorentino © 2022


Roberto (Maria Ferdinando) Scarpinato, sino a qualche mese fa procuratore generale a Palermo, ha accettato la candidatura alle prossime elezioni politiche del 25 settembre 2022 per il Movimento Cinque Stelle, con un posto che, secondo il gergo dei politici di questa epoca, è “blindato”, ossia tale da garantirne l’elezione a prescindere dal consenso ottenuto. Scarpinato, intervistato in merito, ha risposto che non è stato lui a cercare il M5S, rivelando di essere stato invece sollecitato dalla formazione guidata da Giuseppi Conte, quella con lo statuto “seicentesco”. E, in effetti, Scarpinato appare attagliato per questa ambientazione storica, possedendone innegabilmente le physique du rôle. Assolutista in certe prese di posizione, come quel Carlo I, re d’Inghilterra, a cui il gioco della memoria inconsciamente (e qui si apre un’autostrada digitale per i retropensieri dei freudiani) lo accosta per quella vaga rassomiglianza col celebre ritratto (1635) “uno e trino” di van Dyck.

Ma dire o pensare che Scarpinato sia (stato) un magistrato, per quanto illustre, è dire poco o niente. Egli è (stato), piuttosto, un fine pensatore, un vero filosofo del diritto (pare che negli ambienti giudiziari, ai tempi di Falcone e Borsellino, fosse soprannominato, non si sa se con tono elogiativo o irridente, con l’appellativo di “Schopenhauer”), poi specializzatosi in “antimafia”, nel momento in cui questa “disciplina”, dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, divenne alla moda, così come, più recentemente, lo è divenuta l’onestà secondo i pentastellati. Si può apprezzare ciò leggendo le sue monumentali richieste di archiviazione, tra le quali spiccano senza dubbio quelle su “Mafia e appalti” (1992) e “Sistemi criminali” (2001), ma ancora di più scorrendo le righe della sua pregevole opera “Il ritorno del Principe” (2008). Ed ora, cessato dal ruolo di magistrato per sopraggiunti limiti anagrafici, dichiara di scendere in politica “contro il ritorno dei patti tra Stato e mafia”.

Come per ogni pensatore, è possibile scorgere un leitmotiv nell’attività, passata e presente, dell’ex procuratore generale di Palermo che pare destinato a proseguire senza soluzione di continuità nel futuro ruolo di parlamentare: la politica (quella di una certa parte ritenuta non frequentatrice della legalità e dell’onestà come invece la sinistra e, oggi, il M5S) è tendenzialmente “deviata”, stabilendo un pactum sceleris con il malaffare (una sorta di figura mitologica, descritta come il coacervo di associazioni a delinquere di stampo mafioso, massoneria degenerata e schegge dell’eversione nera) per il raggiungimento, il mantenimento e l’ampliamento del potere per il potere. Questo leitmotiv, tuttavia, è lo stesso che sembra nei fatti aver caratterizzato la “politica giudiziaria” della procura di Palermo nel post stragi dei ’90 (ed esportata presso quasi tutti gli altri distretti siciliani con la progressiva promozione di pm palermitani nel ruolo di procuratore capo).

Ecco che, secondo questa “filosofia”, tutto ciò che promana da una certa parte politica è conseguentemente meritevole di indagine e di condanna giudiziaria, mentre sulla parte ritenuta a priori sana e virtuosa non c’è neppure motivo di spendere parimenti attenzione e risorse perché si può ragionevolmente pre-vedere che nulla di rilevante potrà rinvenirsi nel suo operato, e semmai fossero integrate delle condotte debordanti dall’osservanza formale delle leggi esse sarebbero con ogni probabilità dirette al raggiungimento di finalità generali d’utilità sociale, scriminando di fatto ogni rilevanza penale delle stesse, potendosi al più ritenere responsabilità amministrative e politiche. Deve a questo punto eccepirsi che proseguendo in una siffatta Weltanschauung si cadrebbe, mutatis mutandis, in quell’assolutismo strabico che condusse il predetto Carlo I a scatenare la guerra civile e ad essere il primo monarca condannato alla pena capitale con la sentenza di un tribunale.

E’ quindi evidente che l’ultraventennale contrasto – su questioni scottanti come “mafia e appalti” e “trattativa Stato-mafia” – tra il ROS dei Carabinieri (comandato da Mario Mori) e i pm palermitani aderenti alla dottrina sopra delineata scaturisca da una divergente interpretazione del ruolo e delle finalità del potere giudiziario. Con quest’ultimo che non può giammai divenire “sostitutivo” o “moralizzatore” di quello politico, dovendo invece perseguire (senza filtri ideologici) i reati previsti dalla legge vigente, la cui responsabilità è personale, sciogliendo ogni legame con l’eventuale ruolo istituzionale ricoperto. Sicché la domanda da rivolgere oggi al candidato Scarpinato è: al di là dell’archiviazione (del 14 agosto 1992) di uno stralcio dell’indagine “mafia e appalti”, perché non si ritenne di approfondire sull’impresa “Rizzani de Eccher” che, come noto anche ai profani, era appaltatrice di ingenti commesse in Unione Sovietica, verosimilmente per conto del PCI?