Calamandrei interroga Draghi

di Salvatore Fiorentino © 2021

C. Buongiorno dottor Draghi.
D. Buongiorno.
C. Conosce il mio nome?
D. Si.
C. Intende rispondere alle mie domande?
D. Si.
C. Va bene, iniziamo pure.

C. Lei è l’attuale presidente del consiglio dei ministri italiano?
D. Si.
C. Si ritiene un servitore dello Stato?
D. Ricoprendo incarichi pubblici ho giurato sulla costituzione.
C. Costituzione o costituzione?
D. Non comprendo la domanda.
C. Allora cercherò di farmi comprendere.

C. Lei conosce la Costituzione?
D. Ne ho letto qualche articolo al liceo, altri all’università.
C. In che materia si è laureato?
D. In economia, alla Sapienza di Roma, relatore Federico Caffé.
C. Secondo lei la Costituzione è importante per un Paese?
D. Tutti i paesi hanno una costituzione.
C. Allora entriamo nello specifico.

C. Perché la Costituzione italiana è importante?
D. E’ la prima fonte normativa.
C. C’è qualche articolo che, secondo lei, è particolarmente significativo?
D. Sono tutti importanti, nella prima parte ci sono i principi inderogabili.
C. Come premier lei sta rispettando questi principi?
D. Certamente, il presidente della repubblica non mi ha mosso rilievi.
C. Passiamo alle altre domande.

C. Che importanza ha, secondo lei, la Politica?
D. Io non sono un politico.
C. Ma è un cittadino, no?
D. Si, godo dei diritti civili e politici.
C. La Politica è l’espressione della sovranità popolare o no?
D. I cittadini votano, ma poi decidono i governi.
C. Passiamo alle altre domande.

C. E’ vero che i suoi ministri non possono leggere prima ciò che votano?
D. E’ vero, ma possono farlo dopo.
C. Non pensa che magari potrebbero non essere d’accordo?
D. In quel caso si dovrebbero dimettere, quindi il problema non sussiste.
C. Quindi, se così stanno le cose, decide solo lei?
D. Si.
C. Andiamo alle conclusioni.

C. Quali sono i principi e i valori che informano le sue decisioni?
D. Sono un neoliberista monetarista, difendo l’Euro a qualunque costo.
C. Anche se ciò dovesse contrastare con i diritti costituzionali dei cittadini?
D. Il diritto comunitario è fonte sovraordinata a quelle nazionali.
C. Ma non pensa che si debbano contemperare i principi costituzionali?
D. Mi ha nominato il garante della costituzione, il parlamento mi può sfiduciare.
C. Grazie, non c’è altro da dire.





Nazindustria

di Salvatore Fiorentino © 2021

Leggiamo che Confindustria è la principale organizzazione rappresentativa delle imprese manifatturiere e di servizi in Italia: si propone dal 1910 di contribuire, insieme alle istituzioni politiche e alle organizzazioni economiche, sociali e culturali alla crescita economica e al progresso sociale del Paese. L’emblema che ne rispecchia l’identità, coniato nel 1923, rappresenta un’aquila, simbolo di forza ed indipendenza, sovrastante la ruota dentata, segno rappresentativo delle fabbriche. Nel 1925 al marchio viene aggiunto il fascio littorio e la denominazione diviene “Confederazione Generale Fascista dell’Industria Italiana”. Caduto il fascismo cade anche il fascio littorio nel marchio, l’aquila viene accentuata rispetto alla ruota dentata e la denominazione modificata in “Confederazione Generale dell’Industria Italiana”. Nel 2003 col restyling del marchio vengono rimossi gli artigli dell’aquila, già ridimensionati nel 1983, resa più stilizzata e leggera così come la ruota dentata.

Leggiamo, inoltre, che il Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori, al secolo “Partito Nazista”, guidato da Adolf Hitler, prese il potere nel 1933 dopo la Repubblica di Weimar e realizzò un governo totalitario di estrema destra dalle forti connotazioni nazionalistiche, militaristiche e revansciste, antisemitiche e di superiorità razziale, fortemente espansionista in termini di politica estera, in particolare verso i territori dell’Est europeo abitato da popolazioni slave. Il Partito Nazista fu l’unico partito legalmente autorizzato della Germania dal luglio del 1933 sino alla fine della seconda guerra mondiale nel 1945, quando venne dichiarato illegale ed i suoi capi arrestati e condannati per crimini di guerra e contro l’umanità al processo di Norimberga. L’emblema del Partito Nazista era un’aquila che sormontava un cerchio nel quale era inscritta la famigerata svastica, simbolo antico che risale alla preistoria e che viene associato alla purezza ariana.

Se si confrontano gli emblemi di Confindustria e del Partito Nazista si riscontra una inquietante similitudine. In entrambi i casi si tratta di un’aquila che sormonta un cerchio, con l’unica differenza che l’aquila degli industriali ha le ali a riposo mentre quella nazista le mostra distese, oltre al dettaglio che il cerchio su cui poggia l’aquila è una ruota dentata nel primo caso e una svastica nel secondo, ancorché si tratti di segni equivalenti non solo geometricamente, ma anche semanticamente, dato che entrambi rimandano al concetto di produzione, prosperità, buoni auspici. E dio sa quale prosperità ha portato il Partito Nazista all’umanità. Ovviamente, non si può fare, come in ogni cosa, di tutta l’erba un “fascio”, sicché esistono fior di industriali italiani come Adriano Olivetti, anche se, osservando il panorama dal dopoguerra ad oggi, costoro sembrano relegati al ruolo delle classiche “mosche bianche”, essendo ben altra la specie più adatta in termini darwiniani (e per certi versi nazisti).

Se si pensa agli industriali italiani appaiono subito alla mente famiglie, talvolta decadute, come gli Agnelli, i Falk, i Ferruzzi, i Pirelli, i Ferrero, i Benetton, i Caltagirone, i De Benedetti, i Berlusconi (nome assorbito dalle cronache politiche, ormai), i Del Vecchio, i Garrone, i Merloni, i Marcegaglia, i Moratti, i Barilla e tanti altri più o meno noti al grande pubblico. Tra gli illustri sconosciuti ai più c’è l’attuale presidente dell’associazione degli industriali, tale Carlo Bonomi. A sentire questo nome, la prima reazione sarebbe quella di esclamare, manzonianamente, ma chi è costui? Basti dire che ha iniziato a praticare come commercialista e ha fatto esperienza in una multinazionale farmaceutica prima di rilevare la prima impresa. Pare che sia un esperto di “scatole cinesi”, dato che con un capitale risibile riesce a controllare società nel campo biomedicale anche se di modesta dimensione. Ha sposato la dottrina in voga: chiedere assistenza allo stato quando serve per poi sputare l’osso nel piatto.

E’ il modello adottato dagli Agnelli (le cui fortune scaturiscono con la produzione di armi nel periodo del nazifascismo), dai Ferrero e tanti altri “imprenditori” italiani, che introitano contributi pubblici in Italia per poi mungere dividendi tra Olanda e Lussemburgo per miliardi di euro, risorse che vengono drenate dal “sistema Italia” per non favi più ritorno, il che si traduce in termini di progressiva emorragia di posti di lavoro. Poi non sorprenda che ogni tanto saltino fuori depositi in lingotti d’oro e denaro presso banche dei paradisi fiscali. Ora questo tale Bonomi, evidentemente una testa di legno sotto il comando dei veri “padroni”, continua a martellare pubblicamente la politica affinché di fatto rinunci al proprio ruolo, per contro esaltando il modello di governo, autoritario e privo di legittimazione popolare, attuato dall’ex banchiere centrale europeo Mario Draghi, il quale ignora la sovranità popolare e dichiara impudentemente di “tirare dritto” per la sua strada. Un’aquila.

Semestre nero

di Salvatore Fiorentino © 2021

Dal 3 agosto 2021 è iniziato il cosiddetto “semestre bianco” del presidente della repubblica, secondo quanto prevede l’art. 88 della Costituzione. In questo periodo non possono essere sciolte anticipatamente né la Camera dei deputati né il Senato. La misura è volta ad impedire che un presidente possa, alla scadenza del proprio mandato settennale (volutamente sfasato temporamente rispetto a quello quinquennale del parlamento), tentare di condizionare l’elezione del suo successore (anche propugnando la propria rielezione), da cui discende l’evidente “incostituzionalità” sostanziale di un bis dell’inquilino del Quirinale, ed ancora peggio se a tempo ridotto, come fu per il primo presidente ex comunista, Giorgio Napolitano, ad oggi unico precedente. Eppure la rielezione di Mattarella viene auspicata per garantire continuità al governo Draghi anche dopo le elezioni politiche che, nonostante non siano gradite dall’establishment, dovranno tenersi nel 2023.

Quando il sangue scorre i lupi perdono la testa. E anche gli squali. Si avventano sulla preda ciecamente e scaricano brutalmente la furia assassina che è insita nella loro natura. Fuor di metafora, la classe impreditoriale più inetta, assistita e parassitaria d’Europa (altro che reddito di cittadinanza!), sente scorrere il sangue della democrazia italiana, mai come oggi ferita dal dopoguerra seguente alla tragedia nazifascista. Pace ad ogni costo, si disse, mai più guerre in Europa. Ma le guerre di oggi non si combattono con le armi convenzionali, e i generali in mimetica si devono umiliare con la logistica dei vaccini da trasportare a temperature polari, ma da somministrare nelle spiagge estive, con improbabili paternali intinte in un cipiglio militaresco degno della fumettistica alla Sturmtruppen. Sicché questa casta di presunti “padroni”, forte della inossidabile consorteria consolidata con la triplice sindacale, dopo la caduta del totem dell’art. 18, ora invoca la fine della politica.

Fine della politica, ergo della democrazia. Qualcosa di peggiore persino del fascismo, dato che a suo modo era comunque una espressione politica, seppur nefasta e criminale. Con i cittadini ridotti a manichini telecomandati con strumenti che ne limitano, condizionano, privano persino i diritti costituzionali fondamentali, quali quello alla salute o al lavoro. Manichini che vengono progressivamente spogliati di ogni diritto, aspettativa, speranza, schiacciati da regole e regolamenti sempre più macchinosi ed inutili. E a coloro che non si assoggettano a questa condizione subumana si riservano i trattamenti speciali, con idranti e manganelli azionati contro inermi cittadini che più pacifici non si può, nonostante le ingiustizie sociali sempre più crescenti, con le fasce deboli della popolazione abbandonate a sé stesse, con i licenziamenti di massa in contraddizione con la crescita dei profitti, con le perdite dei privati a carico del debito pubblico e i fondi pubblici dirottati ai soliti noti.

Per tutto questo serviva un banchiere spietato e senza scrupoli, il migliore nel suo genere. Ma è chi lo ha nominato – sarebbe meglio dire imposto – alle soglie del suo semestre bianco che porta sulla coscienza tutto il peso delle azioni che un siffatto dictator con l’effige dell’euro al posto del cuore ha già commesso e commetterà, certamente contro il popolo italiano, come ha già mostrato bene di saper fare, per ciò osannato dalla stessa classe “imprenditoriale” che attende di spartirsi i miliardi di quel “recovery fund” di cui i cittadini non vedranno che i debiti da pagare a futura memoria per conto terzi. La scelta di ministri “politici” del tutto improbabili o perfetti “utili idioti” da mandare avanti a testa bassa non è casuale, ma sapientemente programmata. Per questo, proseguire ad ogni costo lo stato di emergenza, anche se non ne ricorrono i presupposti di fatto e di diritto, diventa una premessa necessaria alla abolizione della politica e quindi della democrazia.

Ecco che il semestre bianco di Mattarella si tinge di nero, il colore delle tenebre, della notte della repubblica. Muto sulla riforma della giustizia più scandalosa che si ricordi, muto sull’abuso degli strumenti antisommossa per impedire il diritto di manifestare nelle piazze, muto sulla vergogna delle università italiane dove è impossibile svolgere un concorso in modo regolare secondo i criteri di merito tutelati dalla Costituzione, con la conseguenza diretta che un’élite intellettualmente corrotta non potrà che diffondere il germe della mistificazione, dell’ingiustizia elevate a modalità di pensiero ed azione. Tanto muto sui diritti basilari dei cittadini quanto loquace, e a sproposito, sui presunti doveri degli stessi, umiliati nei discorsi “presidenziali” solo perché si avvalgono di una facoltà riconosciuta dalla legge vigente, quella di non vaccinarsi dopo aver letto il lenzuolo di controindicazioni partorite da ciò che non è “scienza”, ma “business” sulla pelle delle vittime civili. Come in ogni guerra.

Fratelli d’Italia

di Salvatore Fiorentino © 2021

Se è alquanto noto il bacio di Giuda, meno lo è l’abbraccio dei Giuda. E’ quello dei novelli “Fratelli d’Italia”. Eh, no, qui la Meloni non c’entra, né c’entra il “Canto degli italiani” (scritto da Goffredo Mameli e musicato da Michele Novaro nel 1847, ma divenuto definitivamente inno nazionale solo con la legge n. 181 del 2017, alla faccia della Patria e dei bei discorsi tricolori in occasione delle parate della festa della Repubblica) che tante volte abbiamo sentito risuonare negli ultimi mesi in occasione dei successi sportivi degli azzurri, tra Europei (l’Europa innanzi tutto) di calcio, olimpiadi e paralimpiadi, mai così esaltati dai tempi di Benito Mussolini (non basta più dire “Duce”, perché oggi si potrebbe fare confusione con l’attuale dictator), con Mattarella che si è illuso di essere un nuovo Pertini (che non si ripete). Ma i “Fratelli d’Italia” (maiuscoli entrambi) di cui ora si parla sono il capo del governo in carica e il capo del maggiore sindacato (la CGIL) italiano: Mario Draghi e Maurizio Landini.

Draghi e Landini rappresentano i vertici delle rispettive controparti, il governo e le organizzazioni sindacali. E, nel gioco di queste controparti, se il governo cerca di comprimere i diritti dei lavoratori, tagliare le pensioni e congelare i rinnovi contrattuali (Brunetta docet, come dimostra il blocco decennale poi dichiarato incostituzionale con risarcimento, ancorché solo parziale, corrisposto a milioni di lavoratori, motivo per cui Brunetta, avendo “ben operato”, è stato richiamato nello stesso dicastero nel gabinetto Draghi), dall’altra parte della barricata il sindacato (e soprattutto la CGIL a trazione metalmeccanica di quella FIOM da cui Landini proviene e con storica cinghia di trasmissione col PCI-PDS-DS-PD) cerca di tutelare, ancorché sempre più blandamente, questi diritti, con vistosi ed incomprensibili cedimenti, come quello sull’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, storico presidio a tutela della dignità dei lavoratori caduto senza che Landini né altri si siano stracciate le vesti.

Landini ha sbraitato in lungo e largo nelle piazze (ma soprattutto nei talk show dei tanto detestati “padroni”) quando era a capo della FIOM, ma non appena è riuscito a compiere la scalata al vertice della CGIL, assumendo il ruolo di segretario generale, si è trasformato in un “collaborazionista” del governo – e che governo! – secondo la parabola tipica che contraddistingue coloro che assumono strumentalmente i panni dei “rivoluzionari” per poi cambiarsi d’abito rapidamente una volta raggiunto il loro personale obiettivo di carriera, pratica per la verità molto diffusa in certa “sinistra democratica” che col potere ama scendere a patti per ottenere non tanto la tutela delle masse popolari quanto i privilegi per chi si arroga il ruolo di guidarle, di fatto tradendole, come ha fatto Landini in linea con molti dei suoi predecessori, molti dei quali divenuti parlamentari. Landini ci dica degli stipendi abnormi dei dirigenti sindacali, delle loro pensioni privilegiate, dei precari sfruttati che lavorano per loro.

Con Draghi si inneggia alla crescita del 6%, che è un dato che va considerato rispetto al meno 9% dell’anno scorso, il che vale a dire che siamo ancora in recessione del 3% rispetto all’epoca pre-Covid. In compenso si è eroso il potere d’acquisto, i costi dell’energia e dei carburanti schizzano alle stelle, l’inflazione inizia a galoppare, si sbloccano i licenziamenti di massa, si lasciano a casa i lavoratori dell’ex Alitalia, non si ha la forza di imporre sanzioni o comunque deterrenti per quegli “imprenditori” che succhiano risorse dalla fiscalità generale in Italia e delocalizzano non solo le sedi legali (per eludere il fisco), ma persino quelle produttive (contribuendo all’emorragia di posti di lavoro), si prosegue nell’annosa incapacità di dotare il paese di una politica industriale, non si contrasta la devastazione del territorio, si riforma la giustizia perché i potenti e i delinquenti possano strappare la ragnatela in cui rimangono impigliati solo i poveri cristi e gli onesti, si impone la tessera verde per lavorare.

Se Draghi, forte dell’imprimatur di Mattarella ma soprattutto dei poteri economico-finanziari nazionali ed europei, ha mostrato di infischiarsene delle forze politiche che sostengono, per costrizione o incapacità, il suo “dittatorato”, sicché è pressoché nulla la sua considerazione verso il popolo sovrano e quindi verso il parlamento, dal canto suo Landini non solo ha rinunciato sin dall’inizio ad interpretare il dovuto ruolo di controparte, ma ha persino avuto l’impudenza di chiedere di “partecipare” alle decisioni del governo, in tal modo auspicando una “consorteria” per accedere alla quale egli porta in dote la testa dei lavoratori italiani, ossia quanto di meglio si possa offrire ai dante causa dello stesso Draghi, quelli stessi che lo hanno osannato all’assemblea 2021 di Confindustria e che bramano la “riforma generale del lavoro” che adesso, dopo la forzatura del “green pass” sugellata con il fraterno abbraccio col capo della CGIL, appare come non mai a portata di mano.

Ecce dictatura

di Salvatore Fiorentino © 2021

Dalle elezioni politiche del 2018 l’Italia è entrata in una stagione che non si può oggettivamente definire democratica, essendo stato ampiamente superato il limite di guardia, quanto meno se ci si riporta ai principi della Costituzione tutt’ora vigente, probabilmente anche perché il suo garante è apparso quanto mai distratto, con vistosi svarioni nel momento della formazione dei governi che si sono succeduti, rischiando persino l’impeachment col l’improvvida iniziativa del governo tecnico (Cottarelli) di minoranza, poi ritirata precipitosamente. Ma l’ormai uscente (eppure dato rientrante dalla finestra) presidente, a suo tempo voluto da Matteo Renzi, ha avuto la sua grande rivincita con il governo Draghi, con il quale si è instaurato qualcosa di più di quella che per i Romani era una dictatura, ossia un governo d’emergenza che assumeva i poteri in caso di calamità. Ma il dictator romano aveva un mandato limitato a sei mesi e veniva eletto dal senato per sostituire temporaneamente i consoli.

Adesso invece sembra che l’unico premier (dictator) possibile sia proprio lo stesso Mario Draghi, osannato da Confindustria e dalla stampa (pressoché tutta) a libro paga della predetta, a cui si vorrebbe affidare un mandato in perpetuo, sino al punto che già lo si designa come premier, qualsiasi sarà il risultato alle elezioni politiche del 2023, a ciò finalizzando la rielezione di san Mattarella al Quirinale, perlomeno per il tempo necessario a reinsediare “il migliore”. Le elezioni politiche e la formazione del parlamento verrebbero ridotte ad una mera formalità, un rituale tra sacro e profano come la processione del patrono di paese. Certo è che questa condizione esiziale in cui è precipitata la democrazia italiana sia stata in primo luogo causata dal successo del Movimento Cinque Stelle, ossia la più grande truffa mai compiuta ai danni degli elettori del Belpaese, dato che il 33% dei consensi è stato, è e verrà utilizzato abusivamente per legittimare politiche contrarie al mandato popolare.

La storia insegna (ma, come noto, non ha scolari) che il dictator ai tempi dei Romani, pur assorbendo i pieni poteri civili e militari, era tenuto a rispettare la costituzione repubblicana. Solo che poi, come avviene sempre, ciò che è temporaneo diventa permanente, sicché il dictator finì per assumere il potere legislativo costituente. Ecco che coloro che oggi inalberano il vessillo antifascista riportandosi al Ventennio mussoliniano e riconoscendo il pericolo fascista in quei gruppuscoli neofascisti guidati da improbabili duces dalle fattezze e dai modi grotteschi, non fanno altro che il gioco del vero fascismo d’aujourd’hui, che è molto più spietato e pericoloso di quello sconfitto dalla Resistenza, perché più subdolo e dissimulato sino al punto di assumere le sembianze dell’antifascismo di maniera. Draghi che abbraccia Landini davanti alla sede storica della CGIL a Roma dopo che il suo ministro di polizia non ne ha impedito l’assalto ne è la plastica rappresentazione.

Il sintomo conclamato di questo stato patologico della democrazia italiana si legge chiaramente nel paradosso per cui l’unica forza politica d’opposizione – e che si schiera a difesa dei diritti costituzionalmente garantiti dei cittadini – è quella che proviene dalla tradizione post fascista. Sicché i post fascisti ci salveranno dagli “antifascisti” che minacciano la Costituzione e la libertà dei cittadini, il diritto al lavoro, il diritto a non subire discriminazioni di ogni sorta? Forse, ma solo se non verranno sciolti in quanto “fuori dall’arco democratico e repubblicano”, a dire del vicesegretario del Partito Democratico, tale Giuseppe Luciano Calogero Provenzano da San Cataldo, provincia di Caltanissetta. E’ difatti più probabile che sia sciolto il partito di Giorgia Meloni – attualmente la prima forza politica italiana e come tale intollerabile fumo negli occhi per chi vuole spianare la strada alla perpetua dictatura di Mario Draghi – che i gruppuscoli neofascisti di Forza Nuova e Casapound.

E’ evidente che l’emergenza pandemica, peraltro ormai nella fase terminale per fatto naturale e non certo per i prodigi del dictator Draghi e del suo magister equitum Figliuolo, sia stata solo il pretesto per assoggettare i cittadini al giogo di chi è stato nominato senza alcuna legittimazione popolare per dirottare le risorse del famigerato PNRR (piano nazionale di ripresa e resilienza) nelle tasche dei soliti noti grandi gruppi imprenditoriali italiani con sede legale nei paradisi fiscali, privilegiando il nord come sempre avviene dalla spoliazione del meridione avviata sin dall’unità d’Italia, e negando ogni possibilità di sviluppo del sud e soprattutto delle isole, considerate subcolonie della colonia Italia in Europa, al netto della cartolina a colori del ponte sullo stretto di Messina periodicamente sventolata sotto il naso degli allocchi con abuso della credulità (e della disperazione) popolare. Del resto, al tempo della dictatura, invece che i corrotti si spazzano i processi e lo Stato può trattare con la mafia.

La Repubblica Democratica Italiana

di Salvatore Fiorentino © 2021

Era difficile far comprendere ad un bambino degli anni ’70 il motivo per cui, tra le due Germanie, dell’Ovest e dell’Est, quella denominata “Democratica” fosse in verità la regione sotto il giogo del totalitarismo sovietico. Poi quel bambino, che infatti non capiva le spiegazioni più o meno rabberciate degli insegnanti e dei genitori, divenuto adolescente, ascoltando i Pink Floyd, si rese conto di come è fatto il mondo tra “volontà e rappresentazione”, come diceva quel tale filosofo che passava per uno dei tre pessimisti d’Europa (in buona compagnia con Lord Byron e Giacomo Leopardi), ma che in verità aveva capito molto, squarciando il famigerato e obnubilante “velo di Maya”. Quel bambino, poi adolescente, oggi genitore o insegnante, trova ancora maggiori difficoltà nel spiegare ai propri figli o alunni, il motivo per cui i “fascisti” del nostro tempo si chiamino “democratici” e non sappiano far altro che innalzare il vessillo “antifascista” non appena si profila all’orizzonte un partito che li superi nei consensi.

Eppure dopo l’epopea di “Forrest Gump” dovrebbe essere chiaro a tutti, ma proprio a tutti, che “stupido è chi stupido fa”, ossia un portato filosofico che si pone al pari di quello socratico del “sapere di non sapere”, ma che, accessibile a tutti, permette al quisque de populo di giungere autonomamente (senza il classico “aiutino” italico) alla conclusione più semplice ed insieme più sconvolgente dei tempi contemporanei: “fascista è chi fascista fa”. Ergo, se c’è qualcosa di peggio del fascismo che si dichiara tale questo non può che essere quel fascismo che invece si dichiara “democratico”. Perché a Mussolini si possono dare tutte le colpe del mondo, ma non quella di essersi nascosto dietro ad un dito, nel momento che affermava il suo essere “fascista”. Del resto, anche la guerra ha le sue regole, i suoi codici d’onore, e chi volesse attaccare il “nemico” dovrebbe sentire sempre l’obbligo, quanto meno “marziale”, di preannunciare l’apertura delle ostilità.

Che poi non è che un fascismo è meno “fascista” se invece di essere intinto nel “nero” si dipinge con sfumature “green”. Green pass, transizione ecologica, e tante altre amenità che vengono agitate come nuove, mentre non sono altro che il logoro armamentario di questo nuovo pericolo per la democrazia italiana, per il popolo italiano, per tutti quei cittadini che svolgono onestamente il loro ruolo, nella famiglia, nel lavoro, nella società, contribuendo al progresso del paese, tuttavia spesso sfruttati, non di rado espropriati dei loro diritti fondamentali, considerati una mandria vaccina da mungere e condurre a quel pascolo che le élite parassitarie riterranno il più “opportuno” per il perseguimento dei loro interessi reconditi. E’ il pericolo, esiziale, che proviene da chi si proclama a parole “democratico”, ma si comporta nei fatti da “fascista”, pertanto negando ogni possibilità di confronto e di critica, annullando il dissenso con la propaganda di regime, controllando i mezzi di comunicazione.

E’ “democratico” o “fascista” che pressoché tutti i mezzi di informazione siano nella proprietà dei “padroni delle ferriere”? E’ “democratico” o “fascista” prendere di mira, costantemente e pervicacemente, tutti quegli esponenti politici che, onorando il mandato ricevuto dagli elettori, vogliano rappresentare le istanze del “popolo” piuttosto che quelle dei “padroni”? E’ “democratico” o “fascista” esultare per la vittoria in elezioni che vedono per la prima volta nelle grandi città scendere l’affluenza sotto il “quorum” del 50%? E’ “democratico” o “fascista” sostenere senza un minimo barlume di dubbio, nonostante le ormai crescenti proteste, le misure irragionevoli ed incostituzionali, adottate da un governo di tutti e di nessuno, che minacciano i diritti fondamentali dei cittadini e specialmente dei lavoratori? E’ evidente che il modo di intendere il governo del paese, slegato dal mandato politico che può essere conferito solo dal “sovrano popolare”, come una missione autoritaria, costituisce il suicidio della democrazia.

Che prospettive può avere, pertanto, la Repubblica Democratica Italiana, instaurata di fatto dalla finalmente realizzata ambizione di condurre un gregge verso la terra agognata dalle élite padronali, parassitarie, anacronistiche, antidemocratiche ed asseritamente dei “migliori” e dei “competenti”? Quella dove non più un premier, ma un amministratore delegato, dichiari che “il governo va avanti” nonostante la contrarietà montante dei cittadini e di quelle forze politiche che ne rappresentano il disagio e il sentire? Sarebbe lecito e persino doveroso, a questo punto, chiedere al presidente di questa Repubblica, così “democratica” da sembrare “fascista”, in qualità di garante dei precetti costituzionali, verso quali lidi ci stiano portando questi improbabili duces, e quale sia l’ulteriore prezzo che si chiede ancora di pagare al popolo italiano, da ormai un “ventennio” ammannito con la narrazione della terra promessa dal dio “Euro” e della sua madre “Europa”. Non vorremmo che sia una terra senza libertà e senza destino.

I satrapi dell’eudemocrazia

di Salvatore Fiorentino © 2021

E’ ben noto che con il termine “eugenetica” si intenda tutto quell’insieme di teorie e pratiche finalizzate al “miglioramento” della qualità (genetica) di una data popolazione umana. Mutatis mutandis, con il termine di “eudemocrazia” si può ancora designare la medesima finalità di “miglioramento” applicata alla qualità della “democrazia” con cui è governato un dato popolo. Del resto, l’Occidente a trazione anglo-americana, ritenendosi il detentore a livello globale della “democrazia”, ha preteso di esportarla con la forza in quei paesi in cui ravvisava interessi economici, proseguendo nel solco della politica imperialista e coloniale, salvo poi, come si è recentemente dimostrato nel caso dell’Afghanistan, doversi ritirare frettolosamente senza aver raggiunto l’obiettivo dichiarato, peggiorando la condizione di quei popoli che si erano illusi che lo Zio Sam li avrebbe salvati e liberati dall’oppressore di turno, mentre era lì solo per tutelare i propri affari nell’esplosiva area mediorientale.

Che poi tra “Eurodemocrazia” ed “eudemocrazia” sussista una stretta assonanza non è un caso, dato che è in corso un evidente tentativo di “migliorare” geneticamente la “democrazia” in Europa, per questo essendo stato prescelto, come banco di prova, uno dei paesi dell’Eurozona come l’Italia, abbastanza evoluto sotto il profilo socio-economico per poter eseguire un test dai risultati validi e applicabili anche in altri contesti, ma sufficientemente debole sotto il profilo politico per potergli imporre questo ruolo di “cavia”, tenuto conto della trasversale propensione del popolo italiano verso l’acclamazione e la sudditanza nei confronti dell’ “uomo forte” a cui affidare un ruolo salvifico, identificabile l’altro ieri in Benito Mussolini, ieri in Silvio Berlusconi, oggi in Mario Draghi. Al quale ultimo è concesso, tra gli squilli di tromba dei media al soldo dei principali gruppi industriali e finanziari ed i silenzi timorosi della sparuta minoranza di tutti gli altri, di governare ad libitum.

Il presupposto per i “pieni poteri” esercitati da Draghi è quello che poggia sulla ritenuta competenza über alles dell’ex presidente della BCE. Ergo, se Draghi prende una decisione vuol dire che è quella giusta, mentre chi lo dovesse criticare è nella migliore delle ipotesi un incapace ed ignorante che non merita replica alcuna. Di conseguenza, nessuna forza politica, nessun esponente della grande coalizione (sarebbe meglio dire “coazione”) che gli assicura la fiducia a scatola chiusa in parlamento, può permettersi di alzare il dito per chiedere la parola ed esprimere una opinione che non sia conforme a quella del premier. Premier che trae la sua legittimazione direttamente dalla scelta del capo dello Stato, il quale lo ha considerato l’unica personalità idonea a governare l’Italia nelle condizioni eccezionali della pandemia del SARS-CoV-2 che, secondo l’inquilino del Quirinale, non consentiva lo scioglimento delle Camere per condurre il paese ad elezioni anticipate.

Sicché Draghi deve rendere conto non ai cittadini, ma a quei “poteri forti” che lo hanno investito del ruolo di dux della transizione democratica verso una dimensione dove la politica sia servente e subordinata alla “tecnocrazia”, dovendosi limitare la prima a celebrare i riti elettorali, compresa la processione degli aventi titolo alle urne, per poi conferirne gli esiti nella fucina del deus ex machina dove tutto si riduce allo stato di plasma primordiale, forgiando infine ciò che il dux (e deus) riterrà più conveniente per i suoi danti causa, ossia quell’agglomerato di grande impresa e finanza sideralmente alieno dalla sovranità popolare, dalla giustizia sociale, dalla libertà degli individui, dall’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, dalla rimozione delle discriminazioni di ogni sorta, dall’inclusione degli ultimi e degli emarginati. Ed è il paradigma “tecnocratico”, ossia “eudemocratico”, il trait d’union tra Draghi e la sinistra che esprime quale ministro della salute un esponente della “Fabian Society” [*].

Ecco che scatta la corsa a dimostrarsi all’altezza di questa prospettiva “eudemocratica” anche da parte di figure di media o scarsa rilevanza, come il ministro della pubblica amministrazione, il recidivo Renato Brunetta, che non potendo più contare sul peso di Berlusconi e Forza Italia, da inguaribile ambizioso, scommette il suo futuro nelle istituzioni (sognando un ruolo da premier, che gli spetterebbe transitoriamente per legge, in qualità di ministro più anziano d’età, se Draghi fosse traslocato al Quirinale) accreditandosi scompostamente come il più realista del re, senza però avere cura di celare o quanto meno dissimulare il suo storico animus vessatorio nei confronti dei lavoratori, sia pubblici che privati, additando come “opportunista” chi abbia scelto di non vaccinarsi, da “sanzionare” con un “costo psichico” e un “costo monetario” attraverso l’obbligo del tampone (il “cotton-fioc lungo da infilare nel naso sino al cervello”) ogni 48 ore, pena la sospensione dallo stipendio.

Ombre rosse

di Salvatore Fiorentino © 2021

Per capire se un maestro è un “cattivo maestro” basta verificare se, quale allievo prediletto, sceglie un “utile idiota”. In tal caso lo userà per raggiungere i suoi scopi, in un rapporto tra ventriloquo e pupazzo. Quest’ultimo si sentirà inebriato da tanta considerazione, sino a credere di essere veramente meritevole, ossia davvero capace di ricoprire ruoli importanti. Come quello del ministro della salute nel corso di una pandemia globale che rischia di compromettere la stessa democrazia oltre che la coesione sociale in un paese dai mille talenti, ma strutturalmente fragile come l’Italia, croce e delizia dell’Europa e dell’occidente. I Romani ritenevano che il destino di un uomo fosse già segnato nel nome (nomen omen): e come negarlo, nel caso del giovane ed inesperto ministro, Roberto Speranza, passato dal ruolo di assessore all’urbanistica della città di Potenza, ricoperto dal 2009 al 2010, a quello di responsabile di un dicastero tra i più importanti, nominato per ben due volte (Conte II, Draghi)?

Qualcuno non si spiega come mai un insignificante esponente di un altrettanto insignificante forza politica (tanto nel parlamento che nel Paese), Liberi e Uguali, possa essere ancora il ministro della salute in carica, nonostante i risultati oggettivamente disastrosi della gestione della pandemia in atto (l’Italia è il paese che nel mondo ha il più elevato numero di decessi in percentuale alla popolazione), con gravissime ombre sulla oscura vicenda del piano pandemico mai aggiornato che ha avuto ripercussioni internazionali sino a far vacillare i vertici dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (O.M.S.), compreso il direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus (a proposito di nomen omen). Si tratta di un ministro che ha oggettivamente avallato misure gravemente restrittive delle libertà costituzionalmente protette, ultima quella del “super green pass” che ha introdotto surrettiziamente un obbligo vaccinale allo stato non legalmente ammissibile in Europa.

Ma siccome è noto che il diavolo (si chiami pure Massimo D’Alema, sebbene in questo caso il “baffetto” nostrano è solo un ingrigito comprimario in cerca di vanagloria nello scenario globale) è un abile costruttore di pentoloni ribollenti ma immancabilmente senza coperchio, c’è chi ha capito il motivo per cui un ragazzotto potentino di bella Speranza occupi, qualsiasi governo cambi (del “cambiamento” o no), un ruolo così strategico in un momento così eccezionale. E’ il perfetto lupo travestito da agnellino, conformemente al logo della “fondazione” anglosassone (un centro di potere di rilievo internazionale, molto simile ad un’associazione massonica) che si chiama “Fabian Society”, il cui nome deriva da quello di Quinto Fabio Massimo (ma stavolta D’Alema non c’entra), passato alla storia come il “Temporeggiatore”. La “Fabian Society”, così come la fondazione di D’Alema “ItalianiEuropei”, confluiscono nella “Foundation for European Progressive Studies”.

Dalla “Fabian Society” provengono tutti gli esponenti di massimo rilievo dei laburisti inglesi del passato (Tony Blair, Gordon Brown, Jeremy Corbin) e del presente (Keir Starmer). “Fabiano” è anche l’attuale sindaco laburista di Londra, Sadiq Khan. Non pare quindi un caso che il cugino inglese di Roberto Speranza (che è italiano di padre e inglese di madre) sia stato stretto collaboratore dell’ultimo premier laburista (Gordon Brown). La filosofia della “Fabian Society”, a cui hanno aderito anche personalità come John Maynard Keynes, George Bernard Shaw, Virginia Woolf, George Orwell, solo per citare i più noti al grande pubblico, è quella di una visione ad un tempo fortemente élitaria e collettivista, che propugna un cambiamento graduale della società in antitesi alle visioni “rivoluzionarie”, tra cui quella marxista, verso una prospettiva “socialista”, perseguendo un ordine mondiale “tecnocratico” che possa guidare le masse popolari ritenute incapaci di autodeterminarsi.

Ma, diversamente dai quanto mostrano di temere alcuni osservatori contrari alle tesi “neo-keynesiane”, le mire del governo Draghi, così come dei “fabiani”, non sembrano affatto andare nella direzione della tutela degli interessi dei lavoratori e delle fasce deboli ossia, in una parola, del “popolo”. Al contrario, il paradigma “tecnocratico” viene ora declinato nella direzione del progressivo depauperamento dei lavoratori dipendenti e dei piccoli e medi imprenditori e professionisti, tanto in termini di tutele che in senso strettamente economico, e ciò a tutto vantaggio della “grande impresa” ormai refrattaria ad assumere un ruolo effettivamente “produttivo”, avendo questa ripiegato da anni sugli investimenti finanziari e financo speculativi, il che ha comportato un deficit strutturale sotto il profilo occupazionale e retributivo, facendo dell’Italia uno dei fanalini di coda dell’Unione Europea, laboratorio ideale per sperimentare un’involuzione autoritaria.

Ah, l’Italia

di Salvatore Fiorentino © 2021

C’era una volta in Italia Lamerica. Poi arrivarono gli Andreatta’s boys, De Mita, Ciampi, Prodi, D’Alema, Amato, Bersani, Letta & Co., per deindustrializzare e privatizzare a mani basse, svendendo i gioielli di Stato per fare un favore all’industria europea, a trazione franco-tedesca, che voleva depotenziare la capacità produttiva italiana, temendone la competitività, per relegare il Belpaese ad un ruolo servente. Due uomini chiave, rispettivamente sul versante economico e politico, erano stati eliminati perché ritenuti cardinali per le magnifiche sorti e progressive: Enrico Mattei e Aldo Moro. Romano Prodi a quel tempo si esercitava con le sedute spiritiche, per poi diventare il premier che avrebbe svenduto la lira al cambio con l’euro alle soglie del secondo millennio. Oggi, perso ogni pudore, quando gli chiedono se sta dalla parte dei lavoratori di Alitalia che deve “snellirsi” da 13 mila a 3 mila unità, risponde perentorio: “Alitalia deve ripartire in fretta, snella ed efficiente”. Chapeau!

Negli stessi anni, la grande industria privata italiana, invece di opporsi al depotenziamento, sceglieva la strada speculativa, spostando almeno la metà dei capitali di investimento dalla produzione alla finanza, seguendo la linea “europeista” franco-tedesca, ottenendo facili profitti ma perdendo valore, delocalizzando e comprimendo in modo sistematico i diritti dei lavoratori, non ostacolata più di tanto dalle organizzazioni sindacali che nel tempo delle “vacche grasse” si erano trasformate in vere e proprie succursali del potere politico, assumendone sembianze e comportamenti, non esclusi i beneamini delle masse lavoratrici come Cofferati o, da ultimo, Landini, perfettamente inseriti nella logica neo-padronale una volta giunti al vertice della CGIL, dopo aver commosso le folle con le loro storie personali di operai poveri ed infreddoliti. Ma nel frattempo gli operai della FIAT non avevano il permesso di andare a fare pipì, e dovevano provvedere sul posto, orinando la loro dignità.

La falce della Troika si abbatteva senza pietà sui popoli europei più deboli, in un vero e proprio genocidio del lavoro, con l’evidente strategia di drenare risorse dalle tasche dei lavoratori per bilanciare l’equilibrio finanziario della stagione speculativa dell’iper capitalismo divenuto la nuova religione totalitaria che non poteva ammettere deroghe né opposizioni da parte delle istituzioni nazionali “sovrane”, difatti progressivamente smantellate con la complicità di capi di stato e di governo che in cambio ricevevano prestigiose poltrone internazionali (per l’Italia si pensi a Prodi e Draghi, protagonisti assoluti, di ieri e di oggi) dell’involuzione socio-economica nazionale, dove le perdite si scaricano sulla fiscalità generale (alla quale sfuggono i grandi evasori, mai cercati e mai scoperti), mentre i profitti si concentrano nelle mani di capitalisti senza capitale e senza piani industriali, gli stessi che eludono il fisco delocalizzando le sedi legali delle loro imprese nei paesi di comodo.

La crisi della compagnia di bandiera nazionale, Alitalia, non è che un epifenomeno della degenerazione del “sistema Italia”. Un tempo l’aviazione civile di un paese ne era il fiore all’occhiello, il biglietto da visita, in un mondo che si apriva alle relazioni e agli scambi, dove i viaggiatori non erano più solo i privilegiati e gli uomini d’affari, ma comuni cittadini. E non è quindi un caso che il precipizio di Alitalia coincida con quello dell’Italia, che non è solo socio-economico, ma innanzi tutto politico, laddove si è proseguito, grazie alla ciclica espropriazione della “politica” da parte della “tecnocrazia”, un disegno di progressivo e sistematico depauperamento dei lavoratori, premessa indispensabile per ottenere il declassamento dei “cittadini” al rango di “sudditi”, ossia l’obiettivo ultimo perseguito dalle nuove élite occidentali, che non hanno volto, ma che si affidano a qualificati fantocci sostenuti da una “informazione” che è interamente nelle loro mani.

I governi Ciampi, Dini, Prodi, D’Alema, Amato, Monti, non sono stati che l’attuazione di questo disegno il cui cerchio si chiude oggi con il governo Draghi. Chi ancora coltivasse ambizioni “politiche” è avvisato. Ci hanno pensato due editorialisti di punta di Corriere e Repubblica, Massimo Franco e Stefano Folli, a notificare a reti unificate che adesso “il gioco è cambiato” e che occorre garantire continuità alla leadership “tecnocratica” di Draghi anche dopo le elezioni del 2023, ma “senza una formale candidatura dello stesso”. Si comprende così la caccia aperta a Salvini, che rappresenta quella parte, ancora maggioritaria, della Lega che non intende rinunciare al ruolo “politico”, come ha platealmente dimostrato con il ritiro dei senatori in occasione del voto sul “green pass”. Mentre la Meloni non viene ancora presa di mira, perché se si “normalizza” la Lega come è stato fatto con il Movimento Cinque Stelle, ormai adulto e vaccinato, quale miglior certificato di “democrazia” con i “fascisti” forti ma all’opposizione?

Piazzale Ungheria

di Salvatore Fiorentino © 2021

Due magistrati milanesi, Giuliano Turone e Gherardo Colombo, nel corso dell’indagine sull’assassinio dell’avvocato Giorgio Ambrosoli, liquidatore delle banche di Michele Sindona, inviano la Guardia di Finanza presso i recapiti riconducibili a Licio Gelli. I militari, recatisi nella mattina del 17 marzo del 1981 presso un’azienda del gruppo “Lebole” a Castiglion Fibocchi (Arezzo), rinvengono una lista di 962 nomi relativa agli affiliati (una parte) della famigerata “Loggia Propaganda 2”, cosiddetta “P2”. Sono presenti ben 208 nomi di alti vertici militari e dei servizi segreti, 11 questori, 5 prefetti, 44 parlamentari, 2 ministri, banchieri (tra cui Sindona e Calvi), imprenditori, professionisti, magistrati e giornalisti. Vi sono nomi molto noti come Silvio Berlusconi, Maurizio Costanzo, Luigi Bisignani, Fabrizio Cicchitto, Vittorio Emanuele di Savoia. E ve ne è uno meno noto, ma importante, Giancarlo Elia Valori, che ritroviamo oggi ai vertici della “loggia Ungheria”.

Così, a quarant’anni dal rinvenimento delle liste della “P2”, esplode il caso di una “entità”, cosiddetta “loggia Ungheria”, che sarebbe un’associazione segreta finalizzata al condizionamento dell’esito di processi giudiziari e nomine apicali di magistrati, come quelle dei capi delle procure della Repubblica piu importanti, Roma e Milano, in quanto aventi giurisdizione sui centri di potere fondamentali, politico ed economico-finanziario, del paese. Sicché non pare un caso che gli scandali “Palamara” e “Amara” originino rispettivamente dalle manovre per la nomina del successore di Pignatone a capo della procura romana e dalle vicende che ruotano attorno al controverso processo milanese “ENI Nigeria”. Se non vi è dubbio che sia Palamara che Amara abbiano rivelato fatti che possono ritenersi verosimili se non veri, non può tuttavia non considerarsi come questi personaggi sui generis, una volta messi fuori gioco, stiano agendo in modo se non altro ambiguo.

Il rapporto tra politica e magistratura è stato sempre estremamente delicato, e ottenere un bilanciamento tra questi poteri, che devono rimanere separati in uno stato di diritto, non è possibile che soltanto mediante gli strumenti ordinamentali. Se da un lato non è accettabile che la politica si ritenga legibus soluta, dall’altro non è neppure ammissibile che il potere giudiziario sia attraversato da guerre intestine condotte per fazioni che mirino alla supremazia l’una contro l’altra, allo scopo ultimo non di amministrare giustizia in nome del popolo sovrano, ma di occupare, manu militari, i posti di vertice nelle varie sedi. Nella migliore delle ipotesi si assiste ad uno scontro di visioni differenti del modo di interpretare la giurisdizione, che vengono semplificate nella vulgata con i termini di “giustizialismo” e “garantismo”. La magistratura cosiddetta di “sinistra” sposerebbe la prima, mentre quella di “centro-destra” la seconda. Ed è questa l’origine della degenerazione.

La magistratura non deve avere “visioni”, perché ciò comporta la sua “politicizzazione”, ossia il deragliamento dai binari che le sono propri, con la conseguenza di offrire una formidabile causale di copertura a tutti quei magistrati che siano animati da patologica brama di carriera, sino al punto di promettere “disponibilità” a quel dante causa – sia esso un magistrato, un politico o un potente imprenditore – che possa assicurare loro la “promozione” tramite la sua rete di relazioni più o meno consentite. Per questo, loggia o non loggia, conta la sostanza, e la sostanza dei fatti oggettivi che sono emersi “grazie” agli scandali “Palamara” e “Amara” non può che condurre ad una sola conclusione, se si vuole ristabilire il funzionamento dei poteri dello Stato a garanzia dei cittadini e non di questa o di quella consorteria, di questo o di quel centro di interessi, leciti o meno che siano. Conclusione che non è più rinviabile, se non si vuole che l’autodistruzione si completi.

Le “correnti” nella magistratura devono essere dichiarate illegali, in quanto palese violazione dei doveri fondamentali del magistrato, ossia l’indipendenza e l’autonomia da ogni centro di interferenza, a maggior ragione se endogeno. Non può esistere, nell’alveo della legalità, che la nomina di un magistrato in un qualsiasi ruolo deciso dal C.S.M. debba essere l’esito non già di criteri prestabiliti ed oggettivi, ma di trattative “politiche” basate sul criterio della “appartenenza”, che finiscono presto per degenerare in scontri tra fazioni anche senza l’esclusione di colpi bassi, sino al punto da rendere non più una mera iperbole la profezia dell’ex presidente della Repubblica Cossiga secondo cui i magistrati sarebbero arrivati al punto “da arrestarsi tra loro”, ossia il piazzale Loreto (oggi Ungheria) dell’ordine giudiziario. A quel punto la politica ne farà un sol boccone, con una riforma che le calzerà il guinzaglio una volta per tutte. E i veri sconfitti a tal punto non saranno i magistrati, ma i cittadini.