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Né Draghi né Conte, l’Italia merita altro

di Salvatore Fiorentino © 2021

Come al solito, il “dibattito” all’italiana vede da un lato i tifosi del nuovo (vecchio) premier Draghi e dall’altro quelli del vecchio (nuovo) premier Conte. I fatti dimostrano che né l’uno né l’altro possono rappresentare il futuro dell’Italia, che merita altro, quanto meno sulla base delle potenzialità virtuose, al netto dei peccati atavici e dei vizi congeniti del Paese già ben declamati dal sommo Poeta, eppur sono trascorsi 700 anni dalla sua morte. Al confronto, alquanto ottimistica era la prospettiva del “mai umano” (100-150 anni) indicata dal genio incompreso Tomasi di Lampedusa affinché qualcosa potesse cambiare per davvero, quanto meno in questa Sicilia che dell’Italia è stata sempre laboratorio, sentina di quanto peggio e di quanto meglio si potesse immaginare e sperare.

Se Draghi incarna il “deep state”, la faccia visibile dei poteri occulti che intendono servirsi dei popoli quali mandrie da pascolare e sfruttare per i loro supposti interessi superiori, Conte veste a pennello i panni del parvenu che promette una rivoluzione che non potrà mai mantenere, anch’egli figlio minore di quel “sistema” contro cui, in un ritrovato ardore adolescenziale, vorrebbe combattere per il “cambiamento”. Rivoluzione peraltro ammorbidita se non del tutto sopita con il recente annuncio della “rifondazione” del Movimento Cinque Stelle, che si appresta a divorziare con l’erede del padre co-fondatore Gianroberto Casaleggio, motivo per cui il sedicente “avvocato del popolo” torna utile per il disbrigo delle faccende legali, in una guerra di cavilli umiliante per tutti.

La verità è che più Draghi e Conte parlano di cose di cui non sono competenti (la politica in primis) più si rende evidente la loro nudità (inadeguatezza) di fronte ai cittadini. Adesso non si contano le gaffe di Draghi, ed a nulla serve che certa stampa servile corra in soccorso per tentare maldestramente di tappare le falle clamorose con un dito. E chi pensi che un banchiere o un avvocato professore universitario possano prestarsi con successo al ruolo di leader di un paese in mezzo al guado tra un passato che non passa e un futuro che non arriva è quanto meno in mala fede. Non si è ancora manifestato chi possa cambiare le sorti della politica italiana, ed il fenomeno M5S è stata un’occasione perduta, biodegradata per dissolversi infine nel fiume inquinato del Partito Democratico.

Ma chi può mai pensare che Draghi, uno dei protagonisti della finanza globale, allevato presso il Massachusetts Institute of Technology negli anni ’70, corresponsabile della stagione delle privatizzazioni selvagge dei gioielli dell’impresa di Stato italiana, per tacere d’altre vicende oscure (come quella riguardante i famigerati “derivati”) delle quali si è sempre dichiarato estraneo, possa oggi incarnare d’incanto i valori della giustizia sociale, dell’equità, della tutela delle fasce deboli, dei diritti dei cittadini invece che quelli di cui è stato da sempre rappresentante e latore, ossia il primato della moneta (l’Euro), del profitto e degli interessi dei colossi economici e finanziari, “whatever it takes” (a qualunque costo)? Evidentemente, gli sprovveduti o gli osservatori in mala fede.

E chi può mai pensare che Conte, avvocato civilista di grido, collaboratore e allievo di uno dei più potenti baroni accademici d’Italia, professore universitario e consulente dalle parcelle d’oro, possa indossare veramente i panni dell’ “avvocato del popolo”, difendendo a titolo gratuito la causa (persa) dei diritti sempre più calpestati dei lavoratori, visti oggi come carne da macello da sacrificare in nome di quel salvifico (per i poteri finanziari) “whatever it takes” di draghiana memoria? Ancora più evidentemente, gli illusi cronici oltre agli sprovveduti irredimibili. E non è un caso che Conte stia procedendo alla definitiva “sanificazione” del M5S, sotto le mentite spoglie di quelle vaghe idealità che il Principe di Salina riteneva fossero il bagaglio indispensabile per l’homo novus che sapesse prendere in giro sé stesso.

La repubblica senza dignità

di Salvatore Fiorentino © 2021

Cosa e chi rappresenta il presidente di una repubblica senza dignità? E chi sarebbe mai disponibile a ricoprirne la carica? Uno statista? Un opportunista? Un mistificatore? E a quale scopo? La ragion di stato? L’interesse di parte? L’inganno dei cittadini? E cui prodest? La tenuta delle istituzioni? Il prevalere di una fazione? La spoliazione dei diritti dei cittadini? E una repubblica che sia democratica, fondata sul lavoro e la cui sovranità appartiene al popolo (art. 1, Cost.), nella quale tutti i cittadini hanno pari dignità e sono eguali davanti alla legge (art. 3, Cost.), può mai perdere la propria di dignità e continuare ad esistere come se nulla fosse al riparo di una tacitante e vergognosa ipocrisia generale? La risposta è evidentemente no, semmai degenererà in una entità che potrà imporre il proprio giogo a quelli che saranno i suoi sudditi, e verso la quale sarà legittimo opporre la resistenza civile, come fu al tempo del fascismo.

Come ha scritto un acuto osservatore, che per combattere il malaffare politico-mafioso è stato avversato dalla stessa magistratura, “sarebbe prezioso che gli italiani un giorno avessimo il coraggio di ammettere la realtà. Non siamo stati “vittime della mafia”, ma mafiosi; come non siamo stati “occupati dai Nazisti”, ma complici del nazismo; e non “vittime del fascismo”, ma fascisti; e non gente per bene governata da ladri, ma ladri governati da gente scelta da noi proprio perché come noi. Questa opera di verità ci farebbe onore e ci aiuterebbe a cambiare, cosa che, invece, non vogliamo fare in alcun modo“. Questa opera di disvelamento dall’ipocrisia di Stato, di verità in nome dell’etica pubblica, di effettiva giustizia nei confronti della storia di un Paese e dei suoi cittadini, chi altri dovrebbe sollecitarla, avviarla, propugnarla se non il primo cittadino d’Italia, il presidente di questa repubblica così martoriata e calpestata?

Come può il presidente di questa repubblica così offesa alle fondamenta dalle pratiche disdicevoli (potremmo dire persino “eversive”) che sono emerse a carico di uno dei suoi poteri costitutivi, la magistratura, limitarsi a generici quanto vacui ammonimenti rimasti del tutto inascoltati? Come può il presidente di questa repubblica tollerare se non avallare la mortificazione della sovranità popolare (potremmo dire persino “golpe bianco”) perpetrata da un governo che non è legittimato se non dalla paura e dall’incapacità delle forze politiche che siedono in parlamento ad assumersi la responsabilità di disegnare ed attuare le vere riforme necessarie per una moderna democrazia, ossia finalizzate all’affermazione concreta dei principi costituzionali tanto declamati ma da tempo immemore lasciati languire sulla Carta? Sinceramente, non è dato comprendere come sia stata possibile questa deriva al tanto peggio.

Oggi non c’è più bisogno di stragi, di omicidi eccellenti. Oggi un magistrato scomodo, che lancia l’allarme, che denuncia l’inerzia dei suoi capi ufficio scelti non per merito ma per cordata correntizia, non viene ascoltato, né tutelato, ma immediatamente messo sotto processo e trasferito d’urgenza, per l’evidente scopo ritorsivo di neutralizzarlo ed educarne cento come lui. Così come un prefetto, che si scontri coi poteri forti che spradroneggiano in un dato territorio – come è avvenuto in Sicilia con i ras del “sistema Montante” e come avviene dove lo Stato ha sub appaltato la sua funzione a poteri discutibili e talvolta criminali – ha le ore contate per farsi la valigia e comprare il biglietto di sola andata per la nuova e punitiva destinazione. Lo stesso “protocollo di illegalità” si applica a quei funzionari di Polizia, a quegli ufficiali dei Carabinieri o della Guardia di Finanza che abbiano mostrato acume investigativo sgradito in alto loco.

Se va sospeso il giudizio sui presidenti che hanno servito questa repubblica senza dignità, non sappiamo chi sarà il prossimo che vorrà assumerne la carica, nonostante l’elezione sia alle porte, con l’inizio del “semestre bianco” ormai nei giorni venturi. Un semestre che si prevede denso di scorribande “politiche”, di colpi bassi, di “inciuci”, di corsa ad accordi al ribasso, con un ulteriore – se possibile – perdita di dignità per questa repubblica ormai vacillante, nonostante le parate (militari e dei rigori europei). Dove la legge è qualcosa che si applica severamente per i “nemici” e si allenta per gli “amici”, dove tutto si aggiusta, compresi i processi giudiziari, se si fa parte della cricca dominante, della casta preminente, della cosca vincente, della loggia più blasonata. Una repubblica dove i concorsi pubblici sono regolarmente truccati e i ricorsi puntualmente vanificati, dove il peggiore prevale con la forza e il migliore fa fagotto.

L’apocalisse della giustizia

di Salvatore Fiorentino © 2021

Il procuratore generale presso la Corte di Cassazione, massima autorità della magistratura requirente nonché titolare dell’azione disciplinare nei confronti dei magistrati, ha chiesto che l’aggiunto procuratore della repubblica di Milano, Paolo Storari, debba essere trasferito ad altra sede nonché spogliato delle funzioni di pubblico ministero. Lo stesso non avrebbe dovuto consegnare all’allora componente togato del C.S.M. Piercamillo Davigo copia informatica dei verbali relativi alle dichiarazioni rese dal famigerato avvocato Pietro Amara in merito ad una non meglio precisata “loggia Ungheria”, composta da magistrati ed alti vertici delle istituzioni, finalizzata al condizionamento dell’esito di nomine e processi giudiziari. Il suo capo sarebbe stato un magistrato residente a Roma, in piazzale Ungheria, ma nessuno ad oggi, giornali di ogni risma compresi, ne ha rivelato l’identità.

Paolo Storari e Piercamillo Davigo sono indagati a Brescia per rivelazione di segreto d’ufficio, mentre l’avvocato Amara è stato arrestato nell’ambito di un procedimento relativo all’ex Ilva di Taranto. Se tutto ciò fosse accaduto in Turchia già grideremmo al regime che vuole reprimere i conati di giustizia contro le trame di potere che nessuno deve disturbare. Ma siamo – per fortuna? – in Italia e non ci sono Erdogan di sorta all’orizzonte, anche se le perplessità non vengono meno riguardo ad una vicenda che appare la summa degli scandali che hanno scosso l’ordine giudiziario e il suo organo di autogoverno, il C.S.M. E’ lecito sospettare – in democrazia è persino doveroso farlo – che sia in atto un colpo di coda di un potere che vuole schiacciare nel silenzio ogni possibile critica verso una gestione discutibile di un caso giudiziario che potrebbe condurre al disvelamento di verità indicibili che farebbero vacillare quel potere.

Il punto ora non è tanto stabilire se Storari e Davigo abbiano violato il dovere di riservatezza che le loro rispettive funzioni imponevano, quanto se i loro timori potessero avere un fondamento. Deviare e focalizzare l’attenzione occhiuta dell’autorità disciplinare e penale verso chi indica la Luna ha oscurato la Luna stessa. Fuor di metafora: ma qualcuno – a Milano, a Roma, a Brescia, a Perugia – sta indagando sulle dichiarazioni di Amara, su questa “loggia Ungheria”? E se nessuno lo ha fatto o lo sta facendo sarà pur lecito chiedersi il perché? E sarà pur doveroso che qualcuno si premuri di dare spiegazioni all’opinione pubblica esterrefatta nel vedere che chi ha evidenziato, seppur irritualmente date le circostanze, un’anomalia gravissima – l’omissione di iscrizione di una notizia di reato – si trovi adesso dalla parte dell’accusato invece che da quella dell’accusatore? Oppure dobbiamo fare atto di fede al pg Salvi?

Sinceramente non ci pare una figura credibile. E non perché Palamara ribadisce che Salvi lo abbia invitato nel più lussuoso hotel di Roma per “autopromuoversi” nel ruolo che oggi occupa; e non perché lo stesso Salvi ha, guardacaso, diramato una circolare in cui si assolve il magistrato che si “autopromuove”; e non perché il medesimo Salvi ha ammesso di essere stato commensale abituale (a Roma) di tale Luca Lotti, nonché di averlo invitato per una gita in Vespa sulle pendici dell’Etna quando era procuratore capo di Catania; e non perché la procura di Catania sotto la direzione di Salvi è apparsa debole contro i potenti (vedi i casi Lombardo e Ciancio, in cui la richiesta di archiviazione venne denegata dal gip che decretò l’imputazione); ma perché Salvi ci pare una figura ambigua nella vicenda delle rivelazioni sulla “loggia Ungheria”, per la quale, nonostante fosse stato informato, non ritenne di adottare alcuna iniziativa.

Piuttosto che accertare se Storari e Davigo abbiano violato le norme procedurali, è di sommo interesse verificare se le dichiarazioni di Amara sulla “loggia Ungheria” abbiano o meno un riscontro, affinché si scavi sull’operato di questo consesso occulto, che avrebbe agito per condizionare in radice non solo le nomine dei vertici giudiziari, ma anche l’esito di processi di rilevante interesse per i potenti di ogni specie, mortificando così il precetto costituzionale della eguaglianza della legge per tutti. Ed allora il procuratore di Milano Greco e il pg presso la Cassazione Salvi dovrebbero rispondere a queste semplici domande: 1) la “loggia Ungheria” è esistita ed esiste? 2) chi sono i componenti di questa loggia? 3) quali sono le finalità perseguite dalla stessa loggia? 4) chi è il magistrato che risiedeva o risiede a Roma, in piazzale Ungheria? A.D.R.

Il tempo della giustizia

di Salvatore Fiorentino © 2021

Che il tempo sia relativo lo dimostrò Albert Einstein – pare anche grazie al fondamentale contributo non riconosciuto della moglie Mileva Marić – che la giustizia lo sia lo dicono i fatti. E perché lo sia il meno possibile, per essere il più possibile giusta, occorre quindi che il suo tempo sia esattamente definito. Perché se la vita umana si misura ancora in anni e non in dollari – come qualcuno vorrebbe – vuol dire che è il tempo l’unica risorsa non rinnovabile dell’umanità, la vera ricchezza che è sacrilego derubare. Se si vivesse come Giobbe, felici ma osteggiati, ed alla fine ricompensati, una vita di 140 anni sarebbe sufficiente a far ritenere i tempi della giustizia italiana come congrui e rispondenti ai cardini del “giusto processo”. Mentre l’uomo comune, per cui suona sempre la fanfara della politica delle flatulenze verbali, crepa prima sotto la panca del tribunale.

Ora ci prova la ministra Cartabia – ex presidente della Corte Costituzionale – a fermare le lancette dell’orologio della giustizia che scorrono senza tempo. La frenata è così brusca che è come fermare un treno che viaggia ad alta velocità, ma su un binario infinito. Si agisce sugli effetti e non sulle cause, come curare la febbre da coronavirus col paracetamolo. Ma occorre dare qualcosa in pasto al Moloch dell’Europa perché conceda i suoi denari alla patria italica, che spera di risollevarsi dalla crisi economica indotta dalla pandemia. Nessun limite per il primo grado di giudizio (come mai?), mentre in appello e in cassazione i tempi massimi sono rispettivamente due anni e a un anno. Niente tempi supplementari né calci di rigore, né golden gol. Se il giudice fischia la fine è tutto improcedibile, cioè chi era colpevole o innocente resta senza giudizio, sospeso nel limbo dell’ingiustizia. Cosa scriveranno nel casellario giudiziale?

Si deve dire tutto il male possibile della riforma Cartabia, cosi come del governo Draghi, ma la presa di posizione della magistratura, per voce del suo organo di autogoverno, il C.S.M., appare surreale e degna di un paese dei balocchi. Invece di invocare misure strutturali per ridurre effettivamente la durata dei processi nei tre gradi di giudizio, si difende l’ineluttabilità dei processi senza fine, affermando che esistono ad oggi realtà territoriali in cui la media dei processi in appello si attesta intorno ai 4-5 anni, con la conseguenza che la nuova norma spazzerebbe una gran parte di questi processi, peraltro in contrasto con il precetto costituzionale dell’obbligatorietà dell’azione penale. Ma senza dire né approfondire i motivi per cui esiste in Italia questa disparità temporale nello svolgimento dei processi, accettandola come un fatto “naturale” invece di denunciarne le cause e proporre urgenti rimedi.

Il primo rimedio, persino ovvio, consiste nel significativo incremento del numero dei magistrati togati, abolendo nel contempo la magistratura “onoraria” che ha finito per travalicare la propria ragion d’essere, costituendo comunque un elemento di fragilità dell’ordinamento non più accettabile sotto diversi profili. Se vogliamo essere sempre più “europei”, dobbiamo urgentemente risalire la classifica del rapporto tra numero di magistrati e popolazione, visto che in Italia questo rapporto (10 toghe per 100 mila abitanti) risulta attualmente pari a circa la metà della media europea (18 per 100 mila). Il motivo di fondo per cui la stessa magistratura non hai mai lottato per ottenere organici pressoché raddoppiati è insito nella subcultura élitaria che ancora la contraddistingue, tipica di una casta degli “ottimati”, un’aristocrazia di un potere che verrebbe altrimenti involgarito ed annacquato.

Il secondo rimedio, simmetricamente ovvio rispetto al primo, consiste nell’altrettanto significativo aumento del personale amministrativo, che sia qualificato per supportare adeguatamente i magistrati, unitamente alla adeguata dotazione di luoghi e strumenti di lavoro per tutti gli operatori della giustizia. Che un magistrato oggi spesso non possa disporre né di un ufficio, né di una scrivania né di un computer se non in condivisione con altri colleghi, è inconcepibile dato che questo non accade in nessuna altra amministrazione pubblica. Ma invece di occuparsi dei rimedi, chi pretende di rappresentare i magistrati finisce per dissipare enormi energie nelle lotte intestine tra le “correnti” della magistratura, queste ultime spacciate agli occhi dell’opinione pubblica come espressione di pluralismo “culturale”, mentre in verità sono non altro che strumenti per la spartizione dei posti apicali. E nel frattanto tempus fugit.

Cinque punti per la “rivoluzione” (nevermore)

di Salvatore Fiorentino © 2021

L’Italia non è paese di rivoluzioni né di rivoluzionari, quindi tutti coloro che hanno promesso il “cambiamento”, inteso come sovvertimento del regime dominante a favore di un corso radicalmente nuovo, sono da ritenere i peggiori traditori del “popolo”, molti in mala fede, alcuni in buona fede, ma non per questo giustificabili stante la loro manifesta inettitudine. E non ci sarebbe neppure bisogno di ripeterlo, visto che quanto detto si trova scolpito a lettere cubitali nella letteratura universale, dove campeggia quel trattato politico (che qualcuno ha confuso essere un “romanzo”) che è l’opera celeberrima di Tomasi di Lampedusa, “Il Gattopardo”. Mutatis mutandis, oggi l’aristocrazia morente è rappresentata da Confindustria e tutto l’indotto politico-finanziario che le orbita attorno, mentre c’è la gara per chi debba rivestire il ruolo di parvenu simulante la discontinuità del nuovo corso.

La “rivoluzione” non la poteva fare il PCI neppure se avesse stravinto le elezioni (fatto improbabile e a cui comunque sarebbe conseguito un golpe in nome dell’anticomunismo atlantico), e quindi si cercò la via, tipicamente all’italiana, del “compromesso storico”. Ma neppure questo fu accettato, e così caddero le figure scomode di Aldo Moro, Piersanti Mattarella e Pio La Torre, omicidi politici legati dallo stesso fil rouge. Ed in chiave “antirivoluzionaria”, ossia stabilizzante lo status quo, venivano utilizzate le associazioni criminali di stampo terroristico o mafioso, opportunamente eterodirette per tramite dei servizi segreti, gli unici apparati dello Stato che potevano svolgere questo ruolo di raccordo invisibile ed indicibile. Ma le pagine della storia repubblicana più buie non sono state ancora svelate, perché esse riguardano il rapporto inconfessabile tra la mafia e la sinistra politica e affaristica.

La “rivoluzione” non l’ha potuta fare nemmeno la magistratura all’auge del consenso popolare, anche se qualcuno ci ha creduto e forse ci crede sino ad oggi, dato che ad un certo punto si è dichiarato espressamente che la stessa fosse chiamata dagli eventi a svolgere un ruolo di “supplenza” rispetto alla politica. Quando quest’ultima veniva falcidiata nella saga di “Tangentopoli”, a meno di quella parte, sempre sinistra, che avrebbe dovuto successivamente prendere il potere in nome di una presunta illibatezza presto dimostratasi fallace. Ma con la discesa in campo del terzo incomodo che sparigliava i giochi, il cavaliere caduto da cavallo Silvio Berlusconi, si è perso un quarto di secolo a combattere una guerra civile strisciante a colpi di avvisi di garanzia e leggi ad personam, secondo l’assunto che se si cerca prima o poi si trova, soprattutto nel mondo della grande impresa e della finanza.

E la “rivoluzione” non l’ha saputa fare la “società civile”, che si è fatta abbindolare ora da questa ora da quella icona legalitaria à la page. Ecco che sono proliferati i preti sedicenti dell’antimafia (ma quelli veri sono morti), che ancora oggi pontificano senza misura, forti dei loro affari alla stregua di holding commerciali, mentre poi di antimafia vera ne razzolano davvero poca. Per non parlare dei “giornalisti” antimafia, una categoria altrettanto sedicente e del tutto improbabile, dato che il giornalista, se così è, non ha bisogno di etichettature di presunta qualità. Senza voler citare, visto che se n’é parlato sino alla nausea, dei falsi paladini ormai decaduti, i quali grazie alle connivenze istituzionali sino ai massimi livelli hanno strumentalizzato la legalità e l’antimafia per assicurare a sé a ai loro sodali vantaggi economici e postazioni di potere, corrompendo, abusando, malversando.

Ed allora chi la doveva fare questa “rivoluzione” in Italia? Forse quelli che hanno promesso il “cambiamento” e che nel brevissimo volgere di tre anni hanno assunto posizioni agli antipodi rispetto al mandato popolare del 33% ricevuto alle urne nel 2018? Gli stessi che ora sostengono il governo della “restaurazione”, delle disparità sociali, dei privilegi dei pochi e della sottrazione dei diritti ai più? I medesimi che autorizzano i licenziamenti di massa senza neppure immaginare uno straccio di strategia industriale che non sia l’accaparramento del “Recovery Fund” da parte dei soliti noti grandi imprenditori parassitari italiani che poi non pagano le tasse nello stesso paese che mungono sino all’ultima goccia? O ancora quelli che avallano la finta “transizione ecologica” proponendo i termovalorizzatori e il ritorno al nucleare o la finta “transizione digitale” rimasta sul libro (cartaceo) dei sogni? Nervermore.

La grillina commedia

di Salvatore Fiorentino © 2021

Vaffa Conte! Vaffa Grillo! I due non hanno usato mezze misure nel mandarsi reciprocamente a quel Belpaese. Poi, come se avessero preso in giro tutti, elettori, attivisti, parlamentari e ministri, mangiano, bevono e ridono a più non posso, siglando la pace di Bibbona (nomen omen). E i cittadini, non più le cinque stelle, stanno a guardare. Che si mettano d’accordo su chi fa il leader, chi dà la linea politica e chi fa il garante e con quali poteri. Direttorii a sette teste, triumvirati (ovviamente a tre) e chissà quali altre diavolerie, tanto è tutto fumo a favor di telecamera, alla fine comanda uno. Già due sono troppi, e difatti si beccano come i capponi di Renzi. Adesso guardano al futuro, all’anno 2050. Eppure in quella data avranno la bellezza di 86 primavere il più giovane e 102 il più anziano. Ancora aspetteremo il “cambiamento”.

Dopo i balletti “No Tav-Si Tav”, “No Ilva-Si Ilva”, “No Benetton-Si Benetton”, “No terzo mandato-Si terzo mandato”, l’ultimo tormentone estivo è “No prescrizione-Si prescrizione”. Conte dice No e Grillo dice Si, facendo impallidire il “ma anche” di veltroniana memoria. Si passa così dalla “spazzacorrotti” alla “spazzaprocessi”. Con il capodelegazione (Patuanelli) dei quattro ministri pentastellati che, per tenere insieme capre e cavoli, da buon ministro dell’agricoltura, propugna il M5S di lotta (in parlamento) e di governo (in consiglio dei ministri), con un camalecontismo che neppure l’ultimo Mastella in preda ad una crisi di astinenza da poltrona avrebbe mai osato immaginare. Più “cambiamento” di così! Tutto normale se Conte “non ha visione politica né capacità manageriali”, a detta del (a dire di Conte) “padre-padrone”.

Ma la “grillina commedia” contempla il contrappasso del “dalle stelle alle stalle”, e così dal paradiso del successo elettorale del 2018, attraversando il purgatorio del governo Draghi, i pentastellati finiranno dritti dritti all’inferno delle prossime consultazioni politiche del 2023, quando dovranno lottare per non scomparire tra i cespugli del parterre all’italiana. In questo moto retrogrado a salvarsi saranno in pochissimi, e tra questi sicuramente ci sarà la Raggi, che difatti è stata osteggiata e ignorata dallo stesso MoVimento, dallo stesso Conte (eccetto le ultime comparsate camalecontiche) e un tempo dallo stesso Grillo, che ne prese le distanze quando all’inizio i poteri di “mafia capitale” sparavano ad alzo zero sulla sindaca onesta e capace, percependola come una seria minaccia alle loro brame e trame.

Che la pace scoppiata improvvisamente tra Conte e Grillo sia una finzione di comodo poco importa, perché il risultato finale sarà lo stesso, sia che nella singolar tenzone prevalga il primo ovvero il secondo, dato che ciascuno si crede più astuto dell’altro e gioca al gatto col topo. Ma in questa diatriba non si vedono né leader né tanto meno statisti, perché non basta enunciare vaghe e generiche idealità, “transizione ecologica” o “transizione digitale” che dir si voglia. Mentre Conte e Grillo giocano alla guerra e alla pace nel loro mondo virtuale e dorato, tra spigole e amenità esibite via social, la realtà dei cittadini va nella direzione di un impoverimento non solo della classe operaia, ma anche della media borghesia, con quest’ultima che vede, per la prima volta dal dopoguerra ad oggi, minacciato il suo ruolo centrale nella società italiana.

Al ricco avvocato d’affari e al ricchissimo uomo di spettacolo cosa può importare dei licenziamenti a catena ad un ritmo incessante dopo lo “sblocco” deciso dal governo Draghi, propagandato dal ministro piddino del lavoro come un successo condiviso con le parti sociali? Cosa può importare a questi personaggi autoreferenziali ed autocratici del funzionamento della giustizia (a parte i casi personali) che danneggiano milioni di cittadini onesti e ne favoriscono altrettanti disonesti? E cosa importa a questi dioscuri a cinque stelle della sanità, dell’università, della ricerca e della scuola? Per capirlo basta osservare cosa ne è stato dei programmi e degli slogan che hanno convinto il 33% degli elettori italiani a votare per la formazione politica che si presentava come la forza inarrestabile per il “cambiamento”.

Potere al popolo (magistratis mutandis)

di Salvatore Fiorentino © 2021

Cosa è il potere e cosa è il popolo? Al di là di tutto, basta dire che il primo decide sulla vita del secondo. Quindi non sembrerebbe legittima, quanto meno non democratica, l’esistenza di un potere che sia fuori dal controllo, diretto o indiretto, del popolo. Questa è, in estrema sintesi, l’argomentazione di chi non accetta che la “magistratura” sia un “potere”, in quanto autonomo ed indipendente, mentre la si vorrebbe quale una “funzione pubblica” dello Stato, al pari di ogni altro ufficio dell’amministrazione, i cui funzionari sono vincolati al giuramento di fedeltà alla Costituzione, il che vale a dire, in essenza, garantire l’imparzialità nei confronti dei cittadini che usufruiscono dei servizi pubblici, resistendo ad ogni pressione indebita.

Ovviamente, l’architettura costituzionale vigente prevede i cosiddetti “contrappesi” nei confronti dell’ordine giudiziario, dato che l’organo che lo sovrintende, il Consiglio Superiore della Magistratura (C.S.M.), è composto anche da rappresentanti eletti dal parlamento, ossia indirettamente dal popolo, oltre che presieduto dal capo dello Stato, a sua volta eletto dal parlamento, quale figura di garanzia super partes. Tuttavia, a causa di una progressiva caduta di tensione sul versante dell’etica pubblica, fenomeno che ha radici profonde e che inizia a manifestarsi perlomeno sin da quando entra nel dibattito politico la “questione morale”, questi delicati meccanismi di bilanciamento si sono, a lungo andare, logorati ed inceppati.

Di fronte alla recente crisi di credibilità che ha investito con inattesa virulenza il mondo togato, soprattutto sul versante requirente e dei vertici degli uffici delle procure della Repubblica, l’attuale presidente del C.S.M. non ha saputo, voluto o potuto fare altro che esternare ammonimenti e richiami alla magistratura associata, ai singoli magistrati, affinché sia ripristinato il prestigio dell’ordine giudiziario, presupposto indefettibile perché i cittadini possano ritrovare fiducia nell’istituzione, sia nel momento della richiesta della tutela dei diritti e degli interessi pregiudicati, sia quando si trovino ad essere accusati e giudicati dallo Stato, non dovendo neppure aleggiare, in democrazia, il sospetto di discriminazioni di sorta.

Per altro verso, i componenti “laici” del C.S.M., piuttosto che svolgere una funzione di bilanciamento portatrice delle istanze dei cittadini, hanno determinato la costituzione di una sorta di “consorteria” con i componenti “togati”, mediante un intrico di dangerous liaisons tra magistratura e politica, col comune obiettivo di realizzare una vera e propria spartizione di posti di vertice nei palazzi di giustizia, alla stessa stregua di quanto avviene con i vieti metodi di lottizzazione politica per ogni postazione pubblica e talvolta persino privata. Ciò, in definitiva, vale a dire la realizzazione di un manifesto sbilanciamento di un potere, quello politico-giudiziario così fatto, che ha finito per sfuggire al controllo democratico del popolo.

Preso atto di uno scenario così desolante, dal quale emergono episodi e protagonisti di incredibile meschinità umana e professionale, non sembra esserci riforma normativa che possa fornire una soluzione alla degenerazione del sistema giudiziario ormai conclamata, e nonostante i tanti servitori dello Stato fedeli che devono anch’essi soccombere alle scorribande di un manipolo ben organizzato di soggetti senza scrupoli pur di raggiungere traguardi personali di avanzamenti di carriera ed economici, mediante la strumentalizzazione e lo sviamento dei poteri loro affidati. L’unica prospettiva di cambiamento, di rigenerazione, non può, pertanto, che essere riposta in un profondo mutamento culturale nel Paese.

(11 luglio 2020)

Il tribunale dell’onestà (a cinque stelle)

di Salvatore Fiorentino © 2021

Chi vuol essere onesto, sia: di doman non c’è certezza. E certamente non v’è certezza del futuro prossimo del M5S, quello che aveva riscoperto l’onestà, tuttavia riducendola ad una moda che, a dire dei loro slogan, sarebbe tornata. Forse per poco, dato che se ne sono smarrite le tracce all’interno dello stesso MoVimento, anche se qui – sia chiaro – si parla solo della più importante forma di onestà, quella intellettuale, da cui discendono tutte le altre. Nei confronti di sé stessi, e prima ancora degli elettori che, in misura del 33%, alle urne approvarono i buoni propositi di una formazione che si impegnava a spazzare corrotti e corruttori, furbetti e traffichini, ossia il sottobosco quanto mai rigoglioso della repubblica fondata sulla raccomandazione e dove il merito è una colpa grave da espiare con l’esilio civile e la persecuzione “democratica”.

L’onestà, uno, se non ce l’ha, mica se la può dare. E non bastano le buone intenzioni, né i proclami, per possederla, figurarsi essere iscritti ad un partito/movimento. Né si è onesti per timore della sanzione prescritta delle norme o della riprovazione popolare. Diversamente, l’onestà è una forma di nobiltà d’animo, quella stessa che fa accettare le ingiustizie subite senza che per questo ci si senta legittimati a ricambiarle con la stessa moneta falsa. E non si acquista al supermercato, né col mutuo della banca, né pagandola a peso d’oro, perché rientra tra ciò che, come ad esempio la salute e l’intelligenza, non può mai essere scambiata col denaro. L’onestà non è in vendita, né in affitto. Altrimenti si tratta di una falsa onestà, quella buona per ammansire il popolo, quella che ha il cartellino del prezzo che viene scontato coi saldi di fine stagione.

Onesto è chi onesto fa! Nella disfida, a tratti rusticana, tra l’ex premier Giuseppe Conte voluto dal M5S e il padre co-fondatore dello stesso M5S, Beppe Grillo, è difficile scorgere comportamenti intellettualmente onesti da parte di entrambi i contendenti. Che sembrano ora mossi, sino all’ossessione personale, dal simmetrico intento di impossessarsi/non spossessarsi di quella creatura politica allevata da oltre dieci anni e che alle ultime elezioni politiche del 2018 ha messo in fibrillazione l’establishment. Che è corso ai ripari come ha potuto, cercando di imbrigliare la piena dei consensi popolari che aveva rotto gli argini del corso “democratico”. Ma la carta più “disonesta” sembra averla giocata l’avvocato (fu) del popolo, quando addita il (a suo dire) “padre-padrone” del MoVimento per aver ceduto sulla famigerata prescrizione.

Lunga vita al governo. Gli indizi della “disonestà” politica dell’ex premier sono quindi plurimi, univoci e concordanti, sicché assurgono al rango di prova in un immaginario tribunale dell’onestà a cinque stelle. Che è poi quello psicodramma collettivo che li sta conducendo all’autodistruzione, con applausi propiziatori che scrosciano da quegli spalti del parlamento popolati da coloro che hanno visto la furia grillina come una minaccia concreta alla sopravvivenza della “casta”, sin dall’aggressione ai tanto agognati e difesi vitalizi. Che l’afflato legalitario del CamaleConte sia del tutto strumentale lo rivela l’ambiguità con la quale per un verso egli cerca di addossare sulle spalle di Grillo la decisione dei ministri pentastellati che hanno votato per la “riforma” Cartabia e per altro verso dichiara di non aver inteso con ciò portare alcun attacco al governo Draghi, auspicandone lunga vita.

Cartabia for president! Se a ciò si aggiunge che qualche voce maliziosa dal sen sfuggita proveniente dall’entourage dell’ex premier ha messo in circuito l’insinuazione che Grillo abbia condizionato i ministri perché con la reintroduzione della prescrizione (proposta dalla presidente della repubblica in pectore) il processo al figlio Ciro sarebbe destinato al nulla di fatto, ecco che il dado è tratto. Ed è la conferma che il ruolo del CamaleConte sia quello di traghettare il consenso del M5S verso i lidi del centrosinistra a trazione “democratica”, ossia ricondurre nell’alveo quel moto turbolento di protesta popolare che il M5S aveva rappresentato e tradotto in maggioranza politica e parlamentare relativa, provocando una scossa ancora più pericolosa di quella causata dal 33,3 % ottenuto dall’allora PCI alle europee, ai tempi del muro di Berlino.

La riforma della giustizia (del pane rubato)

di Salvatore Fiorentino © 2021

La Commissione Europea, come spesso accade, ha scoperto l’acqua calda. Nel rapporto che si riferisce all’anno 2019 risulta infatti che la giustizia italiana è il fanalino di coda dell’Europa. Mediamente, un processo civile dura, nei tre gradi di giudizio, oltre 7 anni. Per non parlare dei processi penali e amministrativi. E senza tenere conto della qualità delle sentenze, talvolta senza testa ne coda, conseguenza di un sistema che vive sul sacrificio di pochi e sulle brame di potere di molti. Del resto l’Italia è il paese europeo che ha meno magistrati in rapporto alla popolazione, ma che annovera un numero abnorme di leggi, spesso disorganiche e contraddittorie, se non addirittura incostituzionali. A ciò corrisponde un’avvocatura per lo più accomodata allo strapotere dei magistrati, secondo il principio del primum vivere deinde philosophari.

Si parla, spesso a sproposito, di riforma della giustizia, senza però aver ben chiaro cosa si intende per “giustizia”. Se è difficile – forse impossibile – stabilire cosa sia rispondente al canone universale della “giustizia”, appare più facile definire cosa non lo è. Non è giustizia quella in cui i magistrati non hanno il tempo di maturare le decisioni e agiscono in via “burocratica”; non è giustizia quella in cui le procure della repubblica sono gerarchizzate in spregio alla Costituzione, per orientare “politicamente” o “culturalmente” l’esercizio dell’azione penale; non è giustizia quella in cui una sentenza conta migliaia di pagine; non è giustizia quella che affida gli incarichi direttivi e semidirettivi all’esito di una lotta gladiatoria all’ultimo sangue; e non è certo giustizia quella che arriva tardi o che non arriva mai.

La verità è che una giustizia che non funziona per il popolo (in nome del quale dovrebbe essere amministrata) è da tempo immemore il principale obiettivo delle élite dominanti, che così ne possono agevolmente strappare la rete (Solone docet) diversamente dalla maggior parte dei cittadini, tra cui in primis le vittime dei reati perpetrati da queste élite, che ne rimangono invece imbrigliati. Ed ecco scovato il motivo di fondo per cui non si vuole riformare la giustizia, se non nel senso di renderla ancora più forte con i deboli e debole con i forti. Se poi la giustizia diventa un’arma politica impropria, da brandire contro l’avversario e da innalzare per scudare il sodale, ecco che secondo il principio di azione e reazione si scatena la corsa alle leggi ad personam, ad usum delphini, ai referendum populistici e demagogici.

La vera riforma della giustizia che oggi serve è quella di consolidare le malferme fondamenta della democrazia italiana ed anche europea – visto che i cittadini sono soggetti alle norme sovranazionali – nel senso dei principii ormai classici, ma disattesi, dell’eguaglianza, della solidarietà e della libertà. L’indice più eloquente del conclamato stato patologico della democrazia italiana è in particolare rivelato dal fatto che, grazie alla scusante di turno (oggi il Covid, ieri la crisi finanziaria, domani l’invasione degli ufo), il governo del paese debba essere affidato a figure autocratiche e non legittimate dal voto popolare, godendo della fiducia di quelle forze politiche che seppur elette dal popolo hanno deviato, sino ad intraprendere strade persino opposte, rispetto al mandato ricevuto dai cittadini.

Mentre la democrazia viene progressivamente sottratta al popolo, divampa l’indecente spettacolo del teatrino dei pupi di cartapesta – un bestiarium tra Draghi, Grilli, Di Miao e CamaleConti, Psiconani, Mattei, Letta-Letta, Speranze dure a morire e donne Giorgie di borgata – non altro che una formidabile arma di distrazione di massa per gli elettori che ancora credono che il partito/movimento o il deputato/portavoce che hanno votato si stia battendo per loro invece che per captare la benevolenza del deus ex machina, per colui che possa assicurare a lorsignori un futuro dorato e vellutato, ossia le caratteristiche di una poltrona in stile Luigi XV. Altro che cambiamento, altro che revolución. E, infine, l’unica riforma che occorre resta quella dell’italiano, inteso come abitante dell’Italia, che vive di pane rubato e raccomandazione. Costui pianga sé stesso.

Il ministero di disgrazia e ingiustizia

di Salvatore Fiorentino © 2021

Che nel corso degli anni abbia perso la “grazia” è il segno dei tempi ed insieme un oscuro presagio. Del resto si tratta di quel dicastero che è senza dubbio tra i più tribolati e malfermi della storia repubblicana, quello che dovrebbe (il condizionale è d’obbligo) sovrintendere all’organizzazione dell’amministrazione della giustizia civile, penale e minorile, oltre che di quella penitenziaria. Basta dire che tra i ministri dei tempi recenti si annoverano figure improbabili e non proprio attagliate al ruolo, come Clemente Mastella, Angelino Alfano e, dulcis in fundo, Alfonso Bonafede. Anche se a quest’ultimo la vulgata ascrive il merito di aver “presentato” l’avvocato (fu del popolo) Giuseppe Conte al Movimento Cinque Stelle (apriti cielo). E poi ci sono i ministri con pedigree “costituzionale” come Vassalli, Conso, Caianiello, Flick e Cartabia.

Sono anni, decenni, che si discute di riforma della giustizia. Ma, forse, non si riesce ad approdare ad un risultato concreto perché non si ha ben chiaro cosa si voglia intendere, oggi, per “giustizia”. Ovviamente, ciascuno ha la sua idea, sicché si iscrive al partito dei “giustizialisti” o a quello dei “garantisti” a seconda della convenienza del momento. Ma un dato è certo: se la “giustizia” non esiste nel paese, nelle sue leggi, nelle sue istituzioni, dalla più alta sino al più sperduto borgo di montagna, come si potrà mai pensare di trovarla in quegli strani palazzi, chiamati appunto di “giustizia”, che non riescono neppure a garantire a chi vi lavora un ufficio, una scrivania, una sedia e un semplice computer? E non siamo nel seicento, e neppure nell’ottocento, siamo ormai vicini al centenario dalla creazione del primo elaboratore elettronico.

Eppure ultimamente al ministero di disgrazia e ingiustizia qualcuno sembra aver riletto (malamente) le parole con cui Gesualdo Bufalino affermava che la mafia sarebbe stata sconfitta grazie ad un esercito di maestre elementari. Eureka! Ecco la geniale idea, che solo un ministro della giustizia (senza più grazia) di rango “costituzionale” ed insieme “accademico” poteva partorire, pare con la determinante collaborazione del collega “ammazzafannulloni” della funzione pubblica: assumere a tempo determinato un esercito di nuovi precari dal bacino dei neolaureati in giurisprudenza per affidargli il compito di risollevare le sorti della giustizia italiana, ossia velocizzare i tempi medi di un procedimento civile, penale o minorile. Come faranno è ancora un mistero che gli “esperti” del ministero stanno studiando.

Ma il vero assillo del ministero di disgrazia e ingiustizia è decidere a chi affidare la direzione del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, il famigerato D.A.P., che a quanto pare è un incarico molto conteso, e non certo per via della alquanto lauta retribuzione. Il mondo del carcere è una società parallela, il lato oscuro di una democrazia, il “deep state”. Da esso si può influire anche in modo determinante sulle sorti di questa democrazia, dato che vi si possono raccogliere informazioni sensibili da parte di detenuti eccellenti, in primis i mafiosi blasonati che hanno intrattenuto rapporti con la politica e le istituzioni, sia che decidano di “collaborare” ufficialmente o solo informalmente. Ecco che la nomina del capo del D.A.P. diventa un tassello strategico negli equilibri tra magistratura di potere e politica.

Tuttavia apprendiamo, dall’ultima guardasigilli di rango costituzionale ed insieme accademico, che con le violenze perpetrate nell’istituto penitenziario di Santa Maria Capua Vetere si sarebbe tradita nientemeno che la “Costituzione”. A parte il fatto che la povera Costituzione non sa neppure più quante volte al giorno – centinaia, migliaia – viene puntualmente tradita dai funzionari pubblici, tanto più alta è la loro posizione, a cominciare da quella accademia che la viola impunemente. Per questo appare sommamente ipocrita invocare la Costituzione di fronte a fatti di violenza indicibili, conseguenza di quella barbarie istituzionale che consente di detenere le persone in luoghi che talvolta non sono idonei ad ospitare il bestiame. Con buona pace della rieducazione e dei bei principii che rimangono sulla Carta.

L’incompatibilità M5S-PD

di Salvatore Fiorentino © 2021

I teorici della politica concepita in provetta (non per niente il “Dalemone” è divenuto un must di culto) si credono astuti e cinici demiurghi, ma poi devono arrendersi all’evidenza dei conclamati fallimenti, perché i loro “Frankenstein” fanno orrore e non riescono neppure a sopravvivere a sé stessi. Una prova ne fu data dalla stagione de “L’Ulivo”, con la fusione a freddo tra ex comunisti ed ex democristiani, più qualche aggiunta di “cespugli” sparsi provenienti dall’ex pentapartito e dintorni della prima repubblica. Con un leader, Romano Prodi, ex boiardo di stato, nominato dal nulla quale amministratore delegato di una compagine eterogenea che aveva come unico collante quello della gestione del potere con la scusante di impedire la vittoria delle “destre”, le stesse di oggi, dato che un quarto di secolo fa c’erano sempre Berlusconi, la Lega e gli ex fascisti.

Ora qualcuno pensa di riprovarci con la fusione a freddo tra M5S e PD, impresa forse ancora più ardua, perché non appena si collegano i fili il corto circuito è inevitabile. E l’ultimo scontro tra Grillo e Conte, incomprensibile ai più, per certi versi inatteso ma prevedibile e da qualcuno previsto, non ne è che uno degli effetti manifesti. Si tratta di un disegno che viene da lontano, da quando si crearono le condizioni per la caduta del governo “giallo-verde”, indispensabile per separare il M5S dalla Lega e metterlo a disposizione del PD in un nuovo governo “giallo-rosa”, così da riportare ancora una volta chi aveva perso le elezioni nelle stanze del potere, dato che questo pare sia ormai il destino dei “democratici”. Poi si escogita il governo di tutti, sotto l’egida del migliore dei premier possibili, un banchiere come Draghi, per completare l’allineamento del M5S all’establishment.

Allineamento che si perfeziona quando i grillini – già orfani di Gianroberto Casaleggio e con un Beppe Grillo quanto mai depotenziato a causa dalle sventure del figlio che esplodono improvvisamente sull’arena mediatica dopo un anomalo periodo di quiete – si trovano nel momento di massima debolezza politica, anche a dire dei sondaggi che li vedono precipitare al 15%. Ecco che sono mature le condizioni per lanciare l’OPA sul MoVimento, per annetterlo di fatto al PD e costruire quella coalizione che sempre sulla carta potrebbe riuscire a prevalere sulle “destre”, ancora oggi agitate come spauracchio, allo scopo effettivo di mantenere il potere saldo nelle mani “democratiche”, per definizione “pulite”. Così quelli che un tempo si definivano umili “portavoce” del popolo, dopo due mandati, iniziano ad assaporare il tonno della scatoletta che si erano prefissi di aprire, prendendoci gusto.

Nel frattanto vengono ostacolati, marginalizzati, espulsi o indotti all’esilio quegli esponenti più rappresentativi dei valori fondanti e identitari dei pentastellati, come Di Battista, Morra o la Raggi, solo per citare i maggiori e più conosciuti, in quella che sembra a tutti gli effetti una “pulizia etnica” propedeutica all’annessione del nuovo M5S al vecchio PD. Ecco che l’ex premier, il camaleontico già “avvocato del popolo” Giuseppe Conte, viene designato coram populo quale rifondatore a cinque stelle. Si tratta, tuttavia, di una rifondazione così profonda che vede non solo la consumazione del divorzio con Casaleggio jr e la sua piattaforma Rousseau, ma anche la marginalizzazione del ruolo e dei poteri attribuiti al garante e co-fondatore superstite del MoVimento, che vedendosi scippare la creatura di mano insorge.

Avendone pienamente le ragioni, in quanto “garante” nei confronti degli iscritti, ma anche verso gli elettori, che siano rispettati i valori che stanno alla base del M5S dopo oltre dieci anni di lotte e manifestazioni in tutte le piazze d’Italia, quando ancora l’ex premier Conte non era nella mente di nessuno e nessuno poteva immaginarne un ruolo come premier, che difatti ha rivestito non perché eletto dal popolo né dagli iscritti del MoVimento, ma in quanto designato fiduciariamente, quale figura non politica che fosse di equilibrio tra M5S e Lega prima e tra M5S e PD poi. E che ora un designato venuto dal nulla pretenda di snaturare il M5S, addirittura contro il parere del “garante”, appare quanto meno anomalo oltre che inaccettabile. Mentre certifica, definitivamente, l’incompatibilità del M5S col PD.