Violante e il “golpe rosso”

di Salvatore Fiorentino © 2020

Luciano Violante era un magistrato (comunista) presso la procura della repubblica di Torino quando indagò sul cosiddetto “golpe bianco”, ossia il piano ideato negli anni ’70 per bloccare l’avanzata dei comunisti in Italia attraverso l’instaurazione di una repubblica presidenziale sul modello di quella francese introdotta da de Gaulle. L’indagine fu poi trasferita a Roma per competenza e si concluse col proscioglimento degli indagati. Già negli anni ’60 era stato ideato il “Piano Solo”, un golpe con il quale si intendeva contrastare la possibile alleanza tra democrazia cristiana e partito comunista.

In anni di anticomunismo viscerale, che caratterizzava la politica degli USA nel mondo, non era tollerabile, né fu tollerato, che gli alleati (meglio dire i coloni) italiani potessero concepire un governo, sia nazionale che siciliano (vedasi i casi di Aldo Moro e Pier Santi Mattarella), con l’ingresso del partito comunista nella compagine di maggioranza. Ma lo scenario muta dopo il 1991, con la caduta del muro di Berlino e il seppellimento del simbolo comunista nell’humus della quercia democratica. E gli ex comunisti italiani vengono designati dagli USA quali eredi della “prima repubblica”.

Il golpe da bianco così diventa rosso. E si attua per via giudiziaria, passando per Milano e Palermo: corruzione e mafia, tipici stigmi italiani. Luciano Violante non era più magistrato (né comunista), divenendo nell’ultima legislatura della “prima repubblica”, dal 1992 al 1994, presidente della commissione parlamentare antimafia. Considerato il capo del “partito dei giudici”, viene ritenuto il profeta della conquista del potere per via togata. Sostenitore convinto di “Mani pulite”, si inalbera quando Falcone “grazia” Andreotti dopo le dichiarazioni di Pellegriti.

Ma il problema viene “risolto” dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio con l’arrivo, a capo della procura di Palermo, di Gian Carlo Caselli, amico, sodale e già collega del “Višinskij” italiano (definito tale da Cossiga). Andreotti viene subito imputato per mafia. Nella morsa stretta tra Milano e Palermo finisce la prima repubblica e si spalancano le porte del potere ai “Progressisti” guidati dagli ex comunisti italiani. Si mette di traverso Silvio Berlusconi, che “scende” nell’agone politico sulle ali di un anticomunismo d’antan, quale chiamato all’eredità del CAF (Craxi-Andreotti-Forlani).

Ma era stato ormai deciso irrevocabilmente che il capitolo della “prima repubblica” – fondata sul compromesso storico con la mafia siciliana – dovesse essere archiviato per sempre, così anche Berlusconi finisce nel mirino della magistratura, con la quale ingaggia un conflitto senza precedenti, con leggi ad personam ed ogni altro espediente per sfuggire alle attenzioni delle “toghe rosse”, che dal canto loro si spingono sino a indagare sulla sfera privata del “Caimano”. Il sigillo alla nuova era “democratica” verrà apposto con l’elezione di Napolitano, primo presidente della repubblica ex comunista.

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