Recovery Italia

di Salvatore Fiorentino © 2020

O’Pataterno dà o’ppane a chi nun tene e’dienti“: peggio che non possedere risorse finanziarie lo è di certo il non sapere come spenderle. E’ il destino del Belpaese, che si trova in affanno quando si tratta di valorizzare i fondi europei, essenzialmente per tre motivi: 1) corsa all’accaparramento con metodi più o meno leciti (tutti si azzuffano per prendere la fetta di torta più grande); 2) impreparazione strutturale alla spesa delle risorse (si cerca di afferrare la torta a mani nude, rendendola per lo più inservibile); 3) mancanza di visione strategica (dei resti della torta se ne fa un sol boccone per pochi).

Se il governo (premier) Conte ha un grande merito ed un pari grande demerito, così da elidersi a bilancio zero, il primo consiste nell’aver cavalcato l’onda di un’Europa apparentemente meno matrigna (ma solo per paura di implodere) ottenendo il Recovery Fund, mentre il secondo si dimostra sempre più nell’incapacità di delineare, ancorché in progress, un programma di investimenti indirizzato da una visione strategica fondata sulla lettura della società italiana, della sua storia, del suo presente e del suo possibile futuro. In una parola, manca di “capacità politica”, cioè di tutto.

Il guaio è che in una classe (politica) di somari e bulletti, colui che comunque studia con impegno e costanza, che si presenta sempre lindo e pettinato con il grembiulino e il fiocco in ordine, finisce per sembrare lo scolaro modello, l’orgoglio dei propri genitori (politici) e l’invidia di tutti gli altri, anche se in verità di risultati concreti non ne porta alla fine dell’anno, causando la più cocente delle delusioni in chi invece attendeva grandi successi. Bisognerebbe allora ricercare, innanzitutto, le cause che hanno determinato una generazione di politici così mediocre, e possibilmente rimuoverle.

Una delle cause di fondo risiede nella subordinazione della politica alla tecnocrazia, errore tipico di una società che sopravvaluta la “tecnica” a scapito dell'”arte”, nell’accezione classica dei due termini, dato che invertendo la graduatoria dei fattori il risultato volge all’opposto. Al capitano che non sappia in quale porto approdare non servirà la nave più potente mai realizzata, mentre a chi abbia chiara la rotta, con la fortuna dell’audacia potrà bastare persino un’imbarcazione precaria. Ed ecco spiegato il naufragio di una politica impotente che si affidi ai tecnici per governare la società.

Uno dei rimedi urgenti e basilari non può quindi che essere la radicale riforma dell’istruzione e della formazione dei cittadini. Che devono essere selezionati in base alla capacità di pensare in modo critico, e quindi produttivo di soluzioni innovative, e non sull’abilità a superare test di ammissione improntati alla subcultura dei giochi a premi. Deve invertirsi il primato tra tecnica e arte, tra apparire ed essere, tra saper comunicare e saper pensare, altrimenti la democrazia non potrà che degenerare verso un sistema “automatico”, dove tutto sarà governato con un “click”.

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