di Salvatore Fiorentino © 2023
“Un romanzo è uno specchio che passa per una via maestra e ora riflette al vostro occhio l’azzurro dei cieli ora il fango dei pantani. E l’uomo che porta lo specchio nella sua gerla sarà da voi accusato di essere immorale! Lo specchio mostra il fango e voi accusate lo specchio! Accusate piuttosto la strada in cui è il pantano, e più ancora l’ispettore stradale che lascia ristagnar l’acqua e il formarsi di pozze” [Il Rosso e il Nero. Cronaca del XIX secolo, Stendhal, 1830].
I concetti di “legalità”, “credibilità dello Stato” e “convivenza civile” sono i tre fondamenti della società, intrinsecamente interconnessi, soggetti alle maggiori “crisi” (κρίσις, decisione) provocate dai detentori del potere effettivo, ossia ai cambiamenti traumatici che determinano situazioni sociali instabili e pericolose. Spetta quindi alla politica, latu senso, farsi carico di evolvere in senso progressivo (e progressista) questi fondamenti, che convergono verso la finalità ultima, ossia la realizzazione di una società che massimizzi i vantaggi dell’associarsi e, per converso, ne minimizzi le controindicazioni. Si tratta, quindi, di un complesso bilanciamento tra interessi pubblici e privati, laddove il cittadino diviene tale nella misura in cui condivide i secondi entro la cornice dei primi.
Non a caso, nel discorso pronunciato il 19 luglio 2016, il procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato [col senno del poi, dobbiamo ammettere che predica bene, ma razzola male, n.d.r.], ha ricordato che il tema a cui Paolo Borsellino teneva maggiormente era quello della “credibilità dello Stato”, dato che, a parere dello stesso Borsellino, questa credibilità doveva essere ricostruita perché ormai, agli occhi della pubblica opinione, le istituzioni venivano molto spesso incarnate da personaggi impresentabili per via della loro convivenza, se non contiguità e collusione, con la mafia, grazie alla quale avevano difatti costruito fortune politiche ed economiche. Sicché, ha proseguito Scarpinato, dopo le stragi del ’92-’93 l’antimafia ha fatto una grande “promessa-scommessa”: che fosse possibile, finalmente, coniugare “legalità” e “sviluppo”.
Tuttavia, osserva il procuratore generale, “quella promessa è stata tradita e quella scommessa è stata perduta… i dati ISTAT ci dicono che la Sicilia è la regione più povera d’Italia e la regione in cui esiste il più alto tasso di diseguaglianza in tutta Europa”. E a tal proposito, si sottolinea che il concetto di legalità ha subito negli ultimi 25 anni una mutazione genetica, oggi presentandosi sotto le sembianze di una sorta “legalità sostenibile”: in sostanza, se ai tempi di Borsellino “legalità” significava attribuzione e garanzia di diritti per il cittadino, oggi essa pare condizionare tali diritti ai diktat del mercato, depotenziandoli o addirittura sottraendoli, così condannando alla precarietà le giovani generazioni, all’impoverimento il ceto medio e alla povertà assoluta una moltitudine di cittadini.
Ecco che, esauriti i periodi transitori di democrazia sostanziale, si riaffaccia ciclicamente la figura oscura del “Principe”, ossia di colui che incarna l’anti-Stato, l’anti-democrazia, l’anti-libertà, che a secondo dei contesti storici, sociali ed economici, si veste delle sembianze di un monarca, di un dittatore o persino di un leader democratico, a cui è affidato, dal potere effettivo di chi calca il “fuori scena” dell’agone politico, il compito di dominare, controllare, imbonire, se del caso perseguitare, le masse popolari, ossia tutti quei cittadini che non sono, per ragioni di casta, intranei al sistema oligarchico che vuole ad ogni costo riprodursi senza sosta, essendo tutt’al più funzionali e serventi ad esso, con l’illusione, dal potere ingenerata e da costoro ingenuamente coltivata, di esservi parte integrante.
Posta quindi l’ipotesi, ardita ma plausibile, che la democrazia sostanziale si attui soltanto nei periodi transitori tra una fase “antidemocratica” ed un’altra, al di fuori da siffatti periodi tendono a sgretolarsi, uno dopo l’altro, i fondamenti sopra indicati, ossia il concetto di “legalità”, la “credibilità dello Stato” e, di conseguenza, la “convivenza civile”. Queste sono fasi, talvolta epoche, durante le quali lo svolgersi dell’attività politica, nella sua propria accezione, è di fatto impossibilitato dal conformismo imposto attraverso una serie di condizionamenti e pressioni più che altro occulte, sicché la politica degenera nell’ambizione per il potere fine a sé stesso a cui fa immediatamente da corollario l’odio esacerbato per l’avversario e la brama di arricchimento senza freni.
E’ questo lo sfondo su cui si giocano le vicende de Il Rosso e il Nero di Stendhal, che rispecchia un momento storico, la fine della Restaurazione, immediatamente precedente alla seconda rivoluzione francese dei tre giorni del luglio 1830, con la quale viene rovesciato Carlo X, l’ultimo sovrano della dinastia dei Borbone, per essere sostituito da Luigi Filippo. Stendhal mostra la politica che si incarna in un comportamento apolitico, la lotta delle classi in un momento in cui esse sono anestetizzate, costrette ed inconsapevoli dentro una conciliazione fittizia. Niente può manifestarsi direttamente, niente può esser detto apertamente. Probabilmente, in nessun altro romanzo dell’Ottocento vi è una consapevolezza così esplicita della frantumazione della società in tante classi in lotta fra loro, senza che questo agitarsi interno porti ad una evoluzione ed ancor meno ad uno sbocco.
Il Rosso e il Nero, come è stato osservato, rappresenterebbero le due polarità opposte, inconciliabili, la divisa militare e la veste talare, la passione e la dissimulazione, la rivoluzione e la restaurazione. La vita e la morte. Il bene e il male. Ossia due modi di essere, due mondi a cui non si può appartenere contemporaneamente, da cui il dissidio interiore del protagonista del romanzo. Sono temi che verranno ripresi nel romanzo successivo, il Lucien Leuwen, focalizzando il conflitto che tormenta l’Ottocento, in cui, si osserva, non sono felici né monarchici né repubblicani ed in cui il governo è passato nelle mani dei finanzieri, i reazionari sono diventati grotteschi e i radicali impotenti. Il denaro regna, la passione muore. La società è diventata una farsa e niente merita di essere preso sul serio dagli uomini intelligenti. Siamo nel XIX secolo, ma potremmo essere nel presente XXI.
E ciò perché il periodo di democrazia che si è avviato con la Costituzione repubblicana del 1948, consolidatosi con le conquiste cristallizzate nello Statuto dei Lavoratori del 1970, oggi volge definitivamente al declino. L’assalto portato dalla “seconda repubblica” a questi presidii di eguaglianza, solidarietà e libertà – con la politica che ha ceduto la propria sovranità al coacervo oscuro di interessi finanziari, imprenditoriali, massonici e financo eversivi e mafiosi – sebbene parzialmente fallito nell’epoca berlusconiana, pare aver conseguito i suoi obiettivi per mano dei successivi “governi del presidente”, tanto privi di effettiva legittimazione elettorale quanto incisivi nel manomettere i fondamenti di “legalità”, “credibilità dello Stato” e “convivenza civile”. Osservava, quindi, il procuratore Scarpinato [peccato che oggi abbia perso ogni credibilità, n.d.r.], che la Costituzione rimane l’ultima trincea da difendere.
Sicché alla “questione morale”, posta da Enrico Berliguer nel lontano 1981 e mai affrontata dalla politica, si è sostituita una opposta pratica immorale nell’occupazione sistematica e quasi golpista dello Stato, dalla pubblica amministrazione sino agli organi di informazione pubblici, in una perniciosa mescolanza tra Rosso e Nero, asservendo persino gli organi di garanzia ad una visione parziale, con l’invasione della Corte Costituzionale da parte di politici di lungo corso, come Sergio Mattarella (oggi presidente della Repubblica [addirittura rieletto, n.d.r.]), Giuliano Amato e Augusto Barbera, il che attesta la confusione tra ruoli, funzioni, responsabilità, tra sfere che devono rimanere distinte in quel bilanciamento tra i poteri essenziale per la tenuta della democrazia e della coesione sociale. E i frutti avvelenati di questo decadimento, per certi versi pianificato, non si sono fatti attendere.
Si potrebbe così dire che la storia recente ha avvio con lo smantellamento dell’industria statale italiana, temutissima da Francia e Germania, avviato sempre nel 1981 da Carlo Azeglio Ciampi, incalzato da Beniamino Andreatta, con lo sganciamento della Banca d’Italia dal Tesoro, al fine di impedire il finanziamento dello Stato. Nel 1989, caduto il muro di Berlino, l’Italia si sottomette al giogo di Francia e Germania, con la complicità degli industriali italiani, ma ad insaputa e contro gli interessi dei cittadini, avviando le grandi privatizzazioni strategiche con le quali negli anni ’90 di fatto scompare l’industria a partecipazione statale. Questo è il prezzo richiesto dalla Germania della riunificazione alla Francia per rinunciare al marco e consentire l’introduzione dell’euro, sull’altare del quale verranno sacrificate per sempre le politiche industriali italiane, con la rinuncia alla creazione di nuovi posti di lavoro stabili e la precarizzazione di quelli esistenti.
Ed è un prezzo che la politica italiana pagherà con De Mita, Prodi, D’Alema, Amato, Bersani: il “centro-sinistra”,il Rosso che si tinge di Nero, che avrebbe piantato “l’Ulivo” alla fine degli anni ‘90, salvo poi sradicarlo per dare spazio alle ambizioni di quei postcomunisti che nel frattanto avrebbero lasciato per strada i fondamenti della loro ragion d’essere, ossia la “tutela del mondo del lavoro” e la “questione morale”, pilastri questi ultimi su cui Enrico Berlinguer aveva costruito il partito comunista più forte d’Europa, pronto per attuare, insieme ad Aldo Moro, una socialdemocrazia matura che certamente avrebbe reso l’Italia indipendente da ogni suddidanza geopolitica, contando sulla propria forza industriale statale e sul proprio welfare, sulle proprie eccellenze e le proprie risorse naturali e culturali. Ma questa indipendenza era inaccettabile tanto per i poteri atlantici che europei, e sin dai tempi di Enrico Mattei, la cui eliminazione è denunciata nel romanzo Petrolio di Pasolini.
Ancora un romanzo a fare da specchio ad una politica degenerata a danno dei cittadini, sicché in circostanze misteriose veniva eliminato il suo autore, ma anche quel giornalista, Mauro De Mauro, che sul delitto Mattei aveva rintracciato una pista “francese”che conduceva verso i servizi segreti (OAS) che sarebbero stati inquadrati dalla CIA nell’organizzazione terroristica “Stay Behind” (in Italia conosciuta come “Gladio”). Quest’ultima avrebbe ordito, servendosi della manovalanza mafiosa siciliana (l’aereo privato di Mattei, poi precipitato, decollò dall’aeroporto di Catania), l’attentato al fondatore dell’ENI, la grande multinazionale che assunse un ruolo strategico nel “boom economico” postbellico italiano e la cui espansione risultava fortemente invisa alle “Sette Sorelle” anglo-americane, come lo stesso Mattei definì le più grandi compagnie petrolifere del tempo. Se, infine, si pensa all’eliminazione di Aldo Moro, eseguita dalle Brigate Rosse infiltrate dai servizi segreti occidentali, con il benestare della politica italiana, il quadro risulta definito.
Dal divorzio tra Bankitalia e Tesoro si origina la crisi finanziaria in nome della quale verrà sancita l’adesione all’euro, crisi dalla quale sarà impossibile uscire per via della cessione della sovranità monetaria con la quale la Banca d’Italia rinuncia definitivamente al ruolo di “prestatrice di ultima istanza” che aveva assunto mediante l’acquisto di titoli di Stato e, di fatto, emettendo moneta destinata all’investimento pubblico. Sicché la situazione precipita con l’impennarsi degli interessi (da pagare a quel punto ai nuovi “investitori” privati e quindi, con l’euro, anche alla Banca Centrale Europea) ed il debito pubblico esplode fino a superare il PIL. Questo non è un problema ma l’obiettivo pianificato, ottenuto mettendo in crisi lo Stato disabilitando la sua funzione strategica di spesa pubblica a costo zero per i cittadini a favore dell’industria e quindi dell’occupazione, che pertanto in questo nuovo assetto non possono che declinare irreversibilmente.
A questo piano anti-italiano partecipa la grande industria, compresa la FIAT, come peraltro confermato dal progressivo disimpegno industriale e come infine sancito dal recente abbandono del Paese da parte della famiglia Agnelli, col trasferimento della sede legale della holding Exor in Olanda. Ma già da quando la Banca d’Italia non acquista più titoli di stato è proprio la grande industria a farlo, riducendo drasticamente gli investimenti (sino al 50%) nella produzione e mirando alla massimizzazione dei profitti mediante una compressione dei diritti dei lavoratori, con forme di flessibilizzazione sempre più spinte, ma conseguendo una perdita di valore delle imprese in relazione alla prospettiva angusta in cui queste vengono indirizzate, il che conduce alle odierne delocalizzazioni con perdita di occupazione nel momento che la competizione si gioca non più mediante gli investimenti sulla innovazione del prodotto, ma puntando alla mera riduzione del costo del lavoro. Con un sindacato del tutto asservito, eccettuata la voce forte ma isolata della FIOM di Landini [anche in questo caso, col senno del poi, va detto che predica bene, ma razzola male, n.d.r.].
Non v’è via d’uscita (e non è un caso che il Regno Unito abbia infine optato per la “Brexit”) dal circolo vizioso che strangola gli stati dell’Eurozona, privati del potere sovrano della spesa pubblica attraverso il Fiscal Compact e il pareggio di bilancio obbligatorio, dato che il sistema finanziario globale è “intossicato” dai “titoli spazzatura” che hanno determinato la crisi di liquidità alla quale è stata data risposta palliativa con le poderose iniezioni di denaro operate dalla FED e dalla stessa BCE nelle banche americane ed europee. Il che, tuttavia, non è in grado di risolvere la crisi economica in quanto il profitto, in questo “tardocapitalismo iperfinanziarizzato”, non è più legato alle performance economiche,ma alla quantità di operazioni speculative. E in regime di stagnazione (senza spesa pubblica il PIL si è stabilizzato attorno alla crescita zero) o di recessione, il pareggio di bilancio conduce verso l’irreversibilità della crisi, ossia all’asservimento dei popoli.
Asservimento a cui punta, di fatto, la recente riforma costituzionale, fortemente propugnata dall’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, evidentemente in esecuzione dei diktat della nomenklatura eurocratica, che dietro ad una parvenza di riformismocela l’intenzione di ridurre, se non eliminare del tutto, il nesso di rappresentanza tra cittadini ed eletti, vanificando il principio della sovranità popolare, minando i fondamenti di eguaglianza, solidarietà e libertà espressi dalla attuale Carta costituzionale. Ed ancora una volta il Rosso si tinge di Nero. Ed allora, cosa è destinato a rimanere ad un popolo strangolato dalla crisi economica pianificata ed al quale viene sottratto anche il diritto di scegliersi i propri rappresentanti, ossia di giudicare, censurando o premiando il loro operato secondo la rispondenza alla effettiva volontà popolare? Poco o nulla, se chi deve intervenire preferisce non vedere, non sentire, non parlare e chi interviene viene epurato.
E difatti, mentre ci si preoccupa di “esportare democrazia”, persino eseguendo azioni di guerra non autorizzate in violazione della Costituzione ed incrementando il traffico delle armi, mentre ci si indigna per le rappresaglie autoritarie di Erdogan in Turchia, in Italia un governo che si presenta come “democratico” prosegue nell’opera di smantellamento dei fondamenti costituzionali, calpestando le prerogative del parlamento, tentando di soggezionare il potere giudiziario e comunque depotenziandone gli strumenti per la lotta alla corruzione e alle mafie, queste ultime elemento inscindibile dall’agire politico deviato che ha ormai preso il sopravvento. Un agire che appare sempre più lontano dal perseguire l’interesse generale ed effettivo dei cittadini, attuato da figure manifestamente digiune di cultura politica, sociale ed economica, ormai meri recitanti di un copione scritto altrove.
Ed è un copione che, nelle versioni ridotte, rivedute e corrette, calato dall’alto, viene recitato pedissequamente nelle realtà regionali e locali, dove deputati e senatori, e persino coloro che hanno l’ardire di pretendere il titolo di “deputato” regionale nonché tutti i correlativi privilegi, combuttano con i loro referenti territoriali per garantire le proprie clientele e le proprie rendite di potere, infischiandosene di rendere un servizio al cittadino, anzi badando bene a tenere intere comunità sotto lo scacco dello stato di bisogno, dove il più elementare diritto, una concessione edilizia, una autorizzazione commerciale, diventano occasioni di malcelate condotte concussorie e corruttive, quando non si aprano le porte alle collusioni mafiose, come lo scioglimento del comune di Corleone, famigerato per aver dato i natali alla più efferata manovalanza criminale organicamente integrata nello Stato deviato, ha dimostrato ultimamente. E, ancora una volta, il Rosso si tinge di Nero.
Così accade che magistrati vengano vergognosamente isolati ed esposti solo perché tentano di perseguire non tanto la manovalanza mafiosa, ma il nesso tra questa manovalanza e la sfera politica, economica, finanziaria e persino istituzionale. Così accade che prefetti scomodi al potere politico, sorpreso con le mani nel sacco, vengano repentinamente rimossi dal ministro dell’Interno. Ma l’intolleranza al rispetto della legalità, delle regole eguali per tutti i cittadini è ormai così conclamata che la “politica”, senza tuttavia assumerne formalmente le responsabilità, ha di fatto soverchiato gli ambiti di competenza del potere gestionale affidato dalla legge in via esclusiva ai dirigenti, questi ultimi tenuti, per dettato costituzionale, a garantire l’imparzialità dell’agire amministrativo, concetto che cozza ovviamente con le invalse pratiche clientelari, concussorie, nonché con la permeabilità alla corruzione declinata in tutte le sue possibili forme sino al mero scambio di favori.
Ma il Rosso si tinge inesorabilmente di Nero quando emerge che magistrati si prestano o si avvicinano pericolosamente alla “politica”, tradendo il precetto di separazione costituzionale, e sia scendendo nell’agone politico che accettando incarichi prestigiosi e remunerativi; ed ancora di più quando prefetti e magistrati siano colpiti dagli scandali relativi alla gestione dei beni sequestrati o confiscati alla mafia, quando esponenti delle forze dell’ordine ostentino inopportuna vicinanza al potere politico, asservendosi e servendosene; ovvero quando associazioni antimafia degenerino in vere e proprie holding commerciali, snaturando la loro ragion d’essere oltre che turbando la libera concorrenza mediante l’accesso ai mercati per mezzo di canali privilegiati, ed addirittura esplellendo in malo modo chi abbia l’ardire di segnalare possibili deviazioni ed infiltrazioni della stessa mafia.
Ed è, infine, pressoché impossibile distinguere il Rosso dal Nero, nel momento in cui “professionisti” o “istrioni” dell’antimafia, politica e non, non appaiano più trasparenti e candidi come pretenderebbero di rappresentarsi, e ciò a causa delle loro condotte sottostanti all’agire visibile mostrato ai cittadini, laddove, ad esempio con l’espediente della asserita “riconversione” delle imprese già in odor di mafia ma non solo, si venga a generare – soprattutto nei settori ad alto rischio di infiltrazione criminale, come quelli dei rifiuti, dell’acqua e dell’energia ma anche quello della sanità – un sistema pararallelo di clientele, di corruzione e di ricatti incrociati che inquinano irreversibilmente la libertà politica determinando una “antimafia a macchia di gattopardo”,ossia niente altro che una più profonda e sordida degenerazione del sistema politico, amministrativo e istituzionale.
[15 agosto 2016]
post scriptum:
era tutto previsto e prevedibile. Oggi l’apparente libera scelta popolare che ha portato Giorgia Meloni nel ruolo di premier e Maurizio Landini in quello di leader della maggiore forza sindacale – con Giuseppi Conte in mezzo a barcamenarsi pur di sopravvivere nel giallo della ipocrisia – sono facce della stessa medaglia dal conio falso e truffaldino, il cui comune obiettivo è ridurre progressivamente la libertà sociale, economica e politica degli italiani, ormai un gregge senza via d’uscita, se non quella di divenire carne da macello per gli interessi superiori, di chi dalle torri d’avorio pensa di dirigere il mondo, dimenticando talvolta la storia, che insegna ma non ha scolari, e che comunque fa il suo corso, perché quando si tira troppo la corda questa si rompe e i popoli, consapevoli o meno, rivoltano chi li ha voluti sottomettere e sfruttare, se non ridurre in condizioni disumane, perché primum vivere deinde philosophari.