Chi minaccia (non) vince

di  Salvatore Fiorentino © 2024

Nella sequenza – considerata “cult” – di “In nome della legge”, uno dei primi film di Pietro Germi, il giovane pretore spedito da Palermo in un paesino dell’entroterra del centro della Sicilia laddove l’autorità erano i baroni e la mafia a questi asservita, subito dopo l’omicidio di un innocente ragazzino, decide di svolgere una sorta di “processo” pubblico nella piazza del paese, facendo chiamare a raccolta tutti gli abitanti dal parroco con le campane della chiesa. Dopo anni in cui aveva tentato di svolgere il suo lavoro nonostante un ambiente refrattario a tutto ciò che fosse emanazione dello stato, per la prima volta il magistrato parla chiaro e tondo, faccia a faccia, affermando senza giri di parole quale fosse il suo ruolo e, soprattutto, a cosa servisse questa cosa considerata come arcana ed ostile: la “legge”. Così accusa tutti di aver ostacolato il corso della giustizia persino quando tutelava i loro diritti ed interessi.

La legge – dice in modo diretto e crudo il giovane pretore – è quella cosa che ci permette di vivere gli uni accanto agli altri senza scannarci, spiegando che il non averla rispettata ha condotto a qualcosa di più tragico ed irreparabile come l’assurdo assassinio di un bambino di cui tutti i consociati devono pertanto sentirsi moralmente responsabili. Nell’Italia che usciva faticosamente dal disastro del ventennio fascista, dove la legge era stata impunemente calpestata in nome degli abusi e soprusi del più forte, il film (del 1949) non sembra voler richiamare ad un osservanza della legge fine a sé stessa, mentre si sottolinea l’importanza di rispettarla in adesione al patto di convivenza civile stipulato da uomini e donne che si associano in una comunità, dove l’omicidio di un innocente assume il ruolo simbolico dell’uccisione della speranza di costruire un futuro di pace e progresso, motivo che sta alla radice dell’associarsi in ogni epoca e ad ogni latitudine.

Alle soglie del 2025, si è sfumato il confine tra le dittature (quali lo furono dichiaratamente quelle fasciste, mentre quelle comuniste si schermarono dietro il paravento dell’eguaglianza, declinata però come annullamento dell’individuo) e le democrazie, così come appaiono sempre più confusi i confini della ormai classica tripartizione dei poteri su cui si fonda lo stato di diritto, legislativo, esecutivo e giudiziario. In quella che viene considerata (non troppo a ragione) come la più matura democrazia del mondo, gli Stati Uniti d’America, un presidente uscente e perdente concede la grazia al proprio figlio, mentre in quella che viene ritenuta (ed è effettivamente) la culla del diritto, ossia l’Italia, il potere esecutivo morde il freno perché non tollera le briglie della legge e lo manifesta pubblicamente additando, delegittimando, e talvolta minacciando chi ha il compito di applicarla, con il risultato concreto di istigare milioni di cittadini a disconoscere uno dei poteri dello Stato.

Se si comparano i comportamenti manifestati in Italia dagli esponenti del potere esecutivo nei confronti del potere giudiziario, nell’arco che va dalla “prima repubblica” ad oggi, si nota un progressivo deterioramento del rispetto dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura, ossia, per dirla con il pretore del film di Pietro Germi, una mancanza di rispetto verso “la legge”, con tutte le conseguenze che ciò comporta sul grado di “civiltà” della società e sulla qualità della “democrazia” in cui i cittadini vivono. Ma non va dimenticato che sino agli anni ’70, ossia l’epoca in cui si affermarono in Italia, anche grazie alla spinta referendaria popolare, i diritti civili fondamentali, la magistratura si mostrava forte coi deboli e debole coi forti. Con la maturazione della giovane democrazia italiana, anche il potere giudiziario riuscì a interpretare il proprio ruolo nel senso della “giustizia”.

Giustizia che vuol dire che il povero e il ricco, l’umile e il potente, devono essere giudicati allo stesso modo, essendo affidato questo bilanciamento ad un magistrato imparziale che agisce “in nome del popolo italiano e della legge”, ossia che è soggetto solo alla Costituzione e alla legge, e che pertanto non deve essere influenzato, turbato o persino minacciato durante l’esercizio del suo officio, né dovrà temere conseguenze spiacevoli (come dossieraggi nei propri confronti e dei propri familiari, accanimento mediatico mezzo giornali, televisioni e social network, additamento pubblico con la conseguenza di ricevere minacce di violenza e di morte da schiere di esagitati, minacce di ispezioni ministeriali o di provvedimenti disciplinari, etc.) nel caso in cui ritenga di adottare una decisione non gradita al potente di turno, tanto più se quest’ultimo è un ministro o una premier.