Dossier “Trattativa”

di Salvatore Fiorentino © 2021

Per quasi trent’anni, una covata di magistrati nati e cresciuti presso la procura della repubblica di Palermo si è accreditata agli occhi dell’opinione pubblica quali eredi di Falcone e Borsellino, ora come allievi ora come amici, talvolta come entrambi. Che Falcone fosse un magistrato di eccezionale intelligenza lo ammettono anche i suoi (non pochi) detrattori, il che non entra in contraddizione con gli aspetti negativi che vengono da questi ultimi riferiti, quali un eccesso di fiducia nei suoi mezzi, il che lo avrebbe portato a voler dominare il “gioco grande” tra politica e poteri atlantici.

Borsellino fu senza dubbio un magistrato di minor acutezza rispetto a Falcone, ma superiore al secondo nella sua intransigenza di magistrato puro, che rifuggiva da ogni contaminazione, ancorché consentita, con la politica e le “altre” istituzioni dello Stato, verso le quali tuttavia nutriva e osservava un religioso rispetto, sino alla estrema conseguenza di esporre la sua stessa vita al pericolo estremo, come poi avvenne irrimediabilmente, attendendo vanamente di essere sentito da quella “autorità giudiziaria” nella quale confidava, pur con la morte nel cuore e nella mente.

Sicché, dopo decenni di retorica “antimafia”, possiamo iniziare a comprendere che le figure di Falcone e Borsellino sono state mitizzate strumentalmente ad usum delphini, e che la faccia oscura della procura di Palermo è ben più ampia di quella che si è voluta far credere sino ad oggi, circoscrivendola alla figura, certo controversa e discutibile, dell’allora procuratore capo Pietro Giammanco. Ma il “palazzo dei veleni” non ha smesso di esserlo, mentre si è raffinato sino al punto di distillare improbabili “verità” e credibili “falsità” che hanno trovato vasta eco presso l’opinione pubblica.

Un’opinione pubblica che, tuttavia, dopo gli inauditi scandali che hanno minato la fiducia dei cittadini nella magistratura e verso lo stato di diritto, ha conseguentemente assunto un atteggiamento meno speranzoso e fideistico rispetto al passato, ripiombando per un verso nella buia rassegnazione tipica nelle lande del gattopardismo e per altro nutrendosi di un crescente scetticismo verso tutto ciò che viene aggettivato con il termine “antimafia”, in primo luogo nell’ambito della politica, ma anche in quello dell’informazione e, non ultimo, in quello della “giustizia”.

Si è difatti compreso, anche alla luce delle evidenze dei casi giudiziari relativi al “sistema Montante” o al cosiddetto “depistaggio Scarantino”, come la magistratura requirente siciliana abbia negli ultimi trent’anni accusato una progressiva perdita di credibilità ed affidabilità, laddove alcuni dei presunti eredi della stagione del “pool antimafia” di Falcone e Borsellino si sono visti cedere alla tentazione del protagonismo e del carrierismo piuttosto che votarsi al sacrificio del lavoro oscuro ed umile. Ne ripercorriamo alcuni momenti.

Sembrava la “Trattativa”, ma era una farsa

La questione “Trattativa Stato-mafia” ha dominato le cronache dell’ultimo decennio, trascinando le istituzioni, anche le più alte, come il Quirinale ai tempi di Re Giorgio Napolitano (primo ed ultimo, ad oggi, presidente comunista, e per di più rieletto), in scontri inauditi e dagli esiti giuridici assurdi, come il famigerato conflitto di attribuzioni sollevato dal Colle contro la Procura di Palermo affinché si potesse procedere alla distruzione delle intercettazioni tra lo stesso Napolitano, allora presidente della Repubblica, e Nicola Mancino, che insisteva in modo ossessivo, cercando una copertura istituzionale ai massimi livelli, dato che si sentiva braccato dal pool dei magistrati palermitani che indagavano sulla “Trattativa”.

Mai dire pool. L’idea del gruppo di magistrati che indaga su temi scottanti e contro poteri temibili è certamente idonea a salvaguardare il singolo, ma solo se tutti i suoi componenti sono disponibili ad osservare un ferreo vincolo di solidarietà. La storia, quella palermitana, insegna che i pool sono presto o tardi destinati a sfaldarsi, ad essere smobilitati, e dopo una stagione di clamori e di entusiasmi suscitati nell’opinione pubblica segue una fase di caduta, spesso scoprendosi che non era tutta gloria come sembrava, anzi talvolta emergendo scenari desolanti che amareggiano il cittadino che confida nella giustizia. Sicché, quando Antonio Ingroia abbandona, iniziano a scorrere i granelli di sabbia nella clessidra della credibilità.

Real fiction. La trama perfetta per un romanzo popolare era servita. Con i potenti – i cattivi – incarnati dall’allora presidente Napolitano, che brigavano per distruggere qualcosa che gli stessi pm – i buoni – giudicavano penalmente irrilevante, per boicottare l’indagine e quindi il processo “Trattativa Stato-mafia”, che in fondo non era altro che la messa in scena, in sede giurisdizionale, di un fatto non solo noto ma persino ovvio, che “Cosa nostra spa” intendesse scendere a patti con lo Stato, a suo modo, dopo averlo minacciato e terrorizzato con la forza brutale degli attentati eclatanti di Capaci e via D’Amelio, a cui seguivano quelli che miravano a colpire il patrimonio culturale nei suoi monumenti simbolici, causando vittime innocenti.

Di Matteo uno di noi. Raccoglie il testimone una volta che il pool rimane orfano del suo leader, che sul più bello (“siamo nell’anticamera della verità”, declamava in tv, con tono tra il misterioso e il fatalista) lascia per andare a fare altre esperienze. Quindi, un magistrato che ha speso la sua carriera per la lotta al malaffare politico-mafioso, nel momento che si trova ad un passo dalla verità che cosa fa? Sente il bisogno di fare altre esperienze. Certamente. Di Matteo viene così a trovarsi in prima linea a subire il fuoco di fila di tutti, e ciò che più impressiona sono i silenzi istituzionali, anche quando arrivano le minacce di morte, quando si parla di tritolo già pronto a Palermo. Poi però abbandona la DNA per fare altro. Chissà.

La farsa. Sino ad oggi i detrattori del processo “Trattativa Stato-mafia”, tantissimi e ovunque sparsi nell’intellighenzia nostrana, tutti raffinatissimi mafiologi che di più non si può, non erano riusciti a convincerci che si trattasse di una “boiata pazzesca”, così come disse l’esimio chiarissimo professor Fiandaca, quello che ha scritto il libro di diritto penale su cui hanno studiato generazioni di giuristi. Mentre ora ci sono riusciti gli stessi protagonisti, Ingroia e Di Matteo, quando hanno rivelato che all’epoca dello scontro con il Quirinale ci fu un tentativo di “trattativa”, con ambasciatori niente meno che del calibro di Ezio Mauro (l’ex direttore di Repubblica) e dell’onnipresente “tonno” Palamara. Urge riaprire l’indagine “Mafia e appalti”.

(20 giugno 2020)

Cose nostre di Sicilia (II)

Quando un sabaudo scende in Sicilia, anche con le migliori intenzioni, si chiami Chevalley o Gian Carlo Caselli, il risultato non cambia. Ma va ancora detto che, come ben arguiva il Principe di Salina, questi nordici che vorrebbero risvegliare i siciliani, in fondo, non portano veri doni a chi si crede perfetto e vuole continuare a coltivare il suo atavico oblio. Dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, Caselli chiede ed ottiene di fare il procuratore capo a Palermo, non tanto per vendicare i colleghi Falcone e Borsellino quanto per istruire il processo alla “prima repubblica” ed in particolare nei confronti di Giulio Andreotti, in parallelo a quanto si svolgeva a Milano con “Mani pulite”, in cui il principale obiettivo era il “lider-maximo” Bettino Craxi. Milano-Palermo come asse per rivoltare l’Italia e consegnare il potere alle sinistre, ancorché per via giudiziaria e financo “antimafiosa”. Come avveniva ai tempi del “Gattopardo”, anche ai tempi nostri il “sabaudo” dovette così fare ritorno nel nord Italia senza aver, in sostanza, ottenuto nulla, ma anzi lasciandosi alle spalle qualche strascico sgradevole, come la annosa polemica sulla mancata perquisizione del “covo” di Totò Riina, subito dopo il suo arresto, concordato o meno che fosse, in esito a quella che si prospetta quale “Trattativa Stato-mafia”, e sulla quale si sta celebrando il processo d’appello dopo le condanne ottenute dal pm Nino Di Matteo in primo grado. Nel frattanto, non era stata certo la sinistra a prendere il potere, ma un certo Silvio Berlusconi, il parvenu della politica che riuscì a catalizzare il consenso popolare e mafioso su di sé.

Tuttavia, Caselli non fa una bella figura al processo d’appello, quando nello scorso novembre viene sentito proprio su questo episodio anomalo della mancata perquisizione dopo l’arresto del “capo dei capi” corleonese. Come mai dovrebbe fare un vero capo, sia esso procuratore della repubblica o al vertice di qualsiasi gruppo di lavoro, Caselli “scarica” la responsabilità sulla polizia giudiziaria, affermando di essersi fidato del capitano “Ultimo” (Sergio De Caprio), che aveva condotto l’operazione di cattura di Totò Riina a Palermo, tradendo nel linguaggio un certo nervosismo: “De Caprio era in quel momento un eroe nazionale, aveva messo le manette al mitico, nel senso negativo del termine, Totò Riina. Ma questa sospensione, questo ritardo subordinato alla sorveglianza del sito che venne interrotta subito senza dirci nulla è una brutta pagina, pessima». Nel corso dell’audizione, Caselli continua a giustificarsi, affermando che avrebbe ricevuto dall’allora colonnello Mori rassicurazioni sul fatto “che il mancato avviso [della omessa perquisizione] rientrasse nella autonomia decisionale ed operativa della polizia giudiziaria”. Nè, afferma ancora con riferimento a Vito Ciancimino, “mai e poi mai ho voluto conoscere cose riguardanti i confidenti”. Ma Di Caprio non le manda a dire: “Quindi l’eroe nazionale per la lotta al terrorismo, giudice Giancarlo Caselli, aveva sudditanza psicologica verso il Capitano Ultimo. È questa la vera brutta pagina che emerge oggi. Chi aveva la responsabilità e il dovere di eseguire la perquisizione nel covo di Riina la deve assumere di fronte alla storia”.

(12 gennaio 2020)

Cose nostre di Sicilia

La Sicilia è una regione speciale. Non solo dal punto di vista istituzionale, con lo Statuto che ne sancisce l’autonomia entro l’unità politica dello Stato, ma anche, e forse soprattutto, dal punto di vista delle organizzazioni mafiose che realizzano un governo di fatto del territorio. Per un verso, ne è quindi ampiamente riconosciuta la specialità di “laboratorio” politico, spesso anticipatore, fino a divenirne determinante, di quelli che saranno gli indirizzi a livello nazionale. Mentre, per altro verso, non sembra essere stata ancora colta, perlomeno nella sua intera portata, la specialità di “laboratorio” della trattativa “Stato-mafia”, che adesso non è quella dibattuta nell’omonimo processo tanto avversato e vilipeso di cui si sta celebrando l’appello a Palermo, bensì quel “sistema” di governo che mette attorno ad un tavolo essenzialmente tre componenti, la politica e l’imprenditoria (nei rispettivi segmenti disponibili o addirittura in cerca di collusioni e corruzioni) con le organizzazioni mafiose. Siedono allo stesso tavolo: una politica incapace di produrre consenso libero e democratico, che ha così tutto l’interesse a mantenere lo stato di “sottosviluppo”; un’imprenditoria restia ad accettare i principi della libera e leale concorrenza, che quindi sostiene l’affermazione di una politica clientelare, manipolatrice degli appalti e delle concessioni pubbliche; le organizzazioni mafiose, che ben lungi dall’operare come un sistema coerente e coeso, muovono dall’obiettivo di produrre ricchezza in modo parassitario, saccheggiando lo Stato. Unicuique suum. Con chiese, massonerie, servizi segreti e magistrature sullo sfondo.

Questo tavolo a tre gambe, che sembra alludere alla Trinacria, regge bene finché le tre componenti che lo supportano riescono a trovare un accordo in esito alle molteplici “trattative”, che di volta in volta, vengono dipanate e decise con buona pace dei contraenti. Accade, tuttavia, che una gamba del tavolo non sia d’accordo neppure con sé stessa. Come è accaduto con le Cose nostre che si diversificano tra Occidente e Oriente, da un lato i Corleonesi di Riina che in un primo momento favoriscono l’ascesa del boss catanese Nitto Santapaola, ai danni del predecessore Giuseppe Calderone, perché ritenuto più idoneo alla nuova strategia stragista, salvo poi volerlo eliminare per il motivo che lo stesso Santapaola si opponeva alla esecuzione di delitti eccellenti in territorio etneo, al contrario di quanto invece avveniva, in modo reiterato ed eclatante, nel palermitano. Eppure il “cursus (dis-) honorum” del Cacciatore (questo il nomignolo affibbiato al boss catanese per la sua efferatezza, ma per l’appunto solo fuori dal proprio territorio) è di tutto “rispetto” nonché illuminante per tracciare quel reticolo di collusioni tra politica, imprenditoria e mafia sin dagli anni ‘80, a cominciare dalle vicende torbide della ricostruzione post terremoto nella Valle del Belìce, un cui rivolo conduce sino all’assassinio del presidente della regione siciliana Piersanti Mattarella, sino a giungere al famigerato caso dei “Quattro Cavalieri dell’Apocalisse Mafiosa”, che pare collegarsi alla strage di via Carini, in cui viene assassinato il prefetto di Palermo Dalla Chiesa senza che sia risparmiata la giovane moglie.

Risulterebbe, infatti, che Nitto Santapaola abbia partecipato alla missione di fuoco, il 13 agosto 1980, per eliminare il sindaco di Castelvetrano Vito Lipari, divenuto scomodo perché (ne riferisce un articolo di Mario La Ferla apparso su “L’Espresso” nel 1981) avrebbe scoperto una grande truffa nel piano di ricostruzione della Valle del Belìce, relativamente al cosidddetto “piano numero quattro” che ricomprendeva dieci comuni. Un collegamento di questo delitto con quello del presidente della regione Piersanti Mattarella fu rinvenuto nel corso delle indagni, dato che lo stesso Mattarella, l’anno precedente, aveva voluto un riesame del suddetto “piano numero quattro”, allo scopo di comprendere quali fossero state le manipolazioni realizzate ed eventualmente provvedere alla sua corretta riformulazione. E ritroviamo il nome di Nitto Santapaola anche dietro la strage di via Carini, eseguita il 3 settembre 1982, in un’Italia stordita dagli allori freschi della nazionale di calcio campione del mondo al cui tributo si era unito l’entusiasta presidente della repubblica Sandro Pertini. Tra le ipotesi investigative, quella che riguarda l’interessamento di Dalla Chiesa su i costruttori di Catania (Rendo, Costanzo, Finocchiaro, Graci), mediante una richiesta di informativa alla prefettura etnea, dalla quale emersero rapporti “necessitati” dei suddetti imprenditori con la mafia locale. Dalla Chiesa ebbe a dichiarare, nell’intervista rilasciata a Giorgio Bocca il 10 agosto 1982, che alla mafia palermitana si stava affiancando quella catanese, dato che i maggiori imprenditori etnei si accaparravano gli appalti a Palermo.

Mafia e appalti. L’inchiesta condotta da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, col supporto del ROS guidato dall’allora colonnello Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno, tra la fine degli ‘80 e il 1992, aveva fatto emergere per la prima volta l’esistenza di un comitato tra la mafia, la politica e l’imprenditoria, toccando ambienti anche di rilievo nazionale, finalizzato alla spartizione degli appalti pubblici in tutta la Sicilia, anche se va rilevato che dall’informativa che il ROS consegnò a Falcone sarebbero stati “depurati” i nomi di alcuni influenti politici siciliani della DC coinvolti: Salvo Lima, Rino Nicolosi e Calogero Mannino. Ed è qui che si dividono le strade di chi oggi ritiene, per un verso, che Falcone e Borsellino furono eliminati perché stavano scoprendo ciò che avrebbe fatto deflagrare lo Stato, già provato alle fondamenta dall’inchiesta di “Mani Pulite”, e chi invece, per altro verso, ritiene, anche alla luce delle recenti sentenze, ancorché in primo grado, dei processi “Borsellino quater” e “Trattativa Stato-mafia”, che i due magistrati palermitani furono sacrificati sull’altare di un pactum sceleris tra lo Stato e la mafia, che rinegoziavano il loro atavico rapporto costitutivo, inaugurato con lo sbarco anglo-americano nell’Isola, per la liberazione dal nazifascismo. Fatto sta che l’inchiesta “mafia e appalti” fu archiviata su richiesta presentata il 13 luglio 1992 dagli allora sostituti procuratori di Palermo Roberto Scarpinato e Guido Lo Forte, vistata il successivo 22 luglio dal procuratore capo Pietro Giammanco ed accolta il 14 agosto, sempre del 1992, dal gip Sergio La Commare.

Collettori insospettabili. Messo sotto accusa dalla procura di Catania, l’ex presidente della regione Rino Nicolosi presenta un memoriale nel quale offre una radiografia del sistema “Sicilia”. Come viene riferito in un articolo del quotidiano “La Repubblica” del 8 ottobre 1997, non c’era un unico centro di raccolta per la spartizione delle tangenti da calcolare su i circa 30 mila miliardi di lire di spesa in appalti della Regione siciliana dal 1985 al 1991, né una gestione “ragionieristica”, ma una sorta di “gentleman agreement”, seppur ancorato a regole precise ancorché senza la “volgarità” di riferimenti diretti a singoli appalti e percentuali di spettanza. Nicolosi indica 23 leader politici, che sarebbero stati i grandi collettori dei flussi di denaro per finanziare la politica: il primo nome è il suo. Seguono gli ex ministri Calogero Mannino e Sergio Mattarella, i “colonnelli” di Andreotti a Palermo e a Catania, Salvo Lima e Nino Drago, l’ex sottosegretario messinese Giuseppe Astone, il siracusano Vincenzo Foti. Del Pci cita l’eurodeputato Luigi Colajanni, l’ex presidente dell’ARS Michelangelo Russo, gli ex segretari regionali Adriana Laudani e Angela Bottari, l’ex assessore regionale Gianni Parisi. E poi i socialisti: gli ex ministri Totò Lauricella, Salvo Andò e Nicola Capria, gli ex assessori regionali Filippo Fiorino e Turi Lombardo. Del Pri fa altri tre nomi: l’ex ministro Aristide Gunnella, l’allora sindaco di Catania Enzo Bianco, l’ex parlamentare Salvatore Grillo Morassutti. Infine, ancora tre i socialdemocratici: l’ex ministro Carlo Vizzini, gli ex assessori regionali Pasquale Macaluso ed Enzo Costa.

(15 giugno 2019)

La “Trattativa” (continua)

Ad un certo punto la politica italiana, il famigerato CAF (Craxi-Andreotti-Forlani), divenne un fastidioso ostacolo per le “entità atlantiche”, e dovette essere rimossa per rinegoziare nuovi patti con altri referenti. Craxi, a seguito di “Mani pulite”, fu costretto all’esilio; ad Andreotti non fu perdonata la conferma delle condanne del “maxi-processo” in Cassazione. Pertanto, dopo il trauma delle stragi degli anni ‘90, alla classe dirigente della cosiddetta “prima repubblica” ne subentrò un’altra, che però, retrospettivamente, non è apparsa migliore della precedente, anche perché di fatto scaturita da quella che diverse sentenze della magistratura hanno accertato essere stata una “trattativa” tra lo Stato e la mafia.
In questa ottica, non può escludersi che Andreotti volesse, ad un certo punto, davvero debellare la Cosa nostra dei “viddani” che avevano osato ribellarsi platealmente a chi ne era stato il referente politico, né si può escludere che avesse colto l’occasione di reclutare un Falcone ormai sospinto fuori dalla magistratura, per utilizzarlo nella lotta, condotta stavolta dal livello politico, contro i mafiosi, con il contributo di un elegante camaleonte come Martelli, che doveva scrollarsi il fango che gli era schizzato addosso, non solo per Tangentopoli, dato che in Sicilia la mafia aveva preferito il PSI per fare un dispetto alla DC. Ma se Andreotti avesse sconfitto la mafia, arrestato lo stragista Tòtò Riina ormai fuori controllo, avrebbe calzato a pennello i panni di presidente della Repubblica, a cui aspirava. Sarebbe passato alla storia non come un colluso, ma come uno statista. E lui voleva questo.

Capire a chi questo disegno fosse risultato sconveniente conduce a capire a chi avesse giovato la “trattativa”. Ecco che si profila all’orizzonte la “gioiosa macchina da guerra” dei “Progressisti”, ecco che si staglia in controluce la figura, controversa e per certi versi inquietante, di Luciano Violante, il profeta dell’antimafia usata come arma politica. Una antimafia che, nei decenni successivi, è degenerata nei sistemi di potere, dal famigerato “sistema Montante” al più raffinato ed imperscrutabile “sistema Lumia”, oggi alla sbarra. L’antimafia non la doveva quindi fare Andreotti, ma chi ne avrebbe dovuto ricavare i frutti politici per guadagnare, finalmente, il governo del paese, la conquista di Palazzo Chigi. Ecco che una certa (sedicente) sinistra aveva tutto l’interesse per avversare Falcone e, allo stesso tempo, Andreotti, che da presidente della Repubblica non avrebbe verosimilmente mai legittimato un governo guidato da un (seppur ex) comunista. Sicché dopo la strage di Capaci si pone la candidatura di un democristiano debole e fragile, ricattabile per i fondi neri del SISDE (da cui il famoso “Non ci sto!”), mentre vengono fatti fuori ministri certamente ostili ad ogni “trattativa” con la mafia, come Scotti e Martelli, per sostituirli con i più malleabili Mancino e Conso, quest’ultimo fautore del depotenziamento del 41 bis. Così come, su impulso di Scalfaro, viene sostituito il capo del DAP Nicolò Amato perchè ritenuto troppo rigoroso, e gli viene preferito Adalberto Capriotti, più disponibile ad un approccio conciliante, “trattativista”, rispetto alle richieste pressanti che provenivano dai padrini.

Ecco che lo Stato piega le ginocchia, come ha osservato più volte Antonino Di Matteo, causando l’escalation, invece del raffreddamento, della strategia stragista che, come è sempre avvenuto, dall’eccidio di Portella della Ginestra sino alle stragi degli anni ‘90, rappresenta il leit motiv della Repubblica Italiana, ossia la cosiddetta “strategia della tensione”, voluta dalle “entità atlantiche” perché ritenuta quale garanzia degli equilibri geopolitici globali. La novità è che, adesso, caduto il muro di Berlino nel 1989, le forze della “sinistra” italiana decidono di aderire (asservirsi?) a queste entità. Non è un caso che il PCI venga sciolto, proseguendosi in una successione di sigle che vedono progressivamente depotenziare il corredo genetico della gauche italiana, sino ad una conclamata politica assonante a quella del centrodestra, con il tradimento del mondo del lavoro e delle fasce più deboli, per privilegiare una realtà fatta di banchieri e finanzieri, capitalisti e speculatori. Chi si oppone al nuovo corso, alla “trattativa”, viene eliminato, come Borsellino. Quando il procuratore Caselli, sceso a Palermo dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, comprende che la sua missione, mettere sotto accusa Andreotti, era di fatto fallita, abbandona il campo, lasciando qualche ombra, come la mancata perquisizione del covo di Riina dopo l’arresto. Errori, negligenze, oppure semplicemente un copione che rientrava nella logica della “trattativa”, con attorno, guarda caso, alcuni alti ufficiali condannati nel processo nel quale Di Matteo, insieme ai colleghi di un pool ormai discioltosi, ha rappresentato l’accusa?

(26 maggio 2019)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: