La resa dei Conte

di Salvatore Fiorentino © 2021

Conte I, Conte II, Conte II bis. Bene, bravo. Ma alla fine della conta al senato (in maschera) non si respira un clima trionfale, non esulta la maggioranza (relativa) che lo sostiene. Con l’appendice semiseria dei due senatori dal voto tardivo, che contribuiscono maldestramente ad imbellettare una mezza vittoria (sconfitta). Non festeggia il PD (copyright Serracchiani), non si fa vedere il M5S. Era e rimane rintanato Beppe Grillo. Il centrodestra parla chiaro e forte, colpisce ed affonda l’avvocato del “popolo,” anzi no … ora “socialista”, ma anche “liberale”. Tra i duelli personali ruba la scena su tutti quello a distanza tra Lady Mastella e la borgatara Meloni, con stracci che volano tra Montecitorio e palazzo Madama.

Salvini e i leghisti non perdono la pregustata occasione per togliersi i macigni dagli scarponi, sino al punto da instillare il più assillante dei dubbi: “Il Conte I cade per colpa di Salvini? Il Conte II cade per colpa di Renzi? Ma non facciamo che il problema è l’avvocato Conte?”. Forza Italia e Fratelli d’Italia non fanno sconti, menando fendenti da ogni parte, mettendo a nudo tutte le contraddizioni della maggioranza (relativa) che sembra sul punto di vacillare, non trovando conforto dallo spettacolo che si mostra dai banchi del governo, con ministri ammutoliti e pallidi, con un premier che fa quasi fatica a replicare al fuoco nemico e a quello già amico dei renziani. Né il M5S né il PD riescono a fargli da scudo.

Renzi incarna il personaggio del guastafeste che ripete scomode verità, infine dosando sapientemente la dose del veleno somministrato, in modo da non uccidere politicamente l’avversario (voterà l’astensione pur avendo i numeri per il ko), lasciandolo agonizzante. Mentre la triste scena del reclutamento dei senatori a vita si ripete, così come riaperta è la caccia al senatore, in nome di non si sa più quali alti ideali, ma così alti che non si riescono a distinguere ad occhio nudo. E’ il tempo in cui anche il più oscuro “peones” si trova a soggiacere a quel fatidico quarto d’ora di celebrità, sino al punto che qualcuno si rende irreperibile, non sapedo più che santo votare. Si o no? Assente o astenuto?

Tutti sanno cosa dire, ma nessuno sa cosa fare. Non per niente sono parlamentari. Tranne il premier, non eletto, ma cooptato quale amministratore delegato di una (di)maionese politica impazzita, ora giallo-verde, ora giallo-rosa, ora color di can che fugge. Avvocato abile nella trattativa civile, conoscitore fine delle arti simulatorie e dissimulatorie che le appartengono, riesce a portare a casa il bottino del Recovery fund, ma il suo talento finisce qui. Non chiedetegli di avere una visione, una strategia, un cronoprogramma, per mettere a frutto questo capitale concesso da un’Europa meno matrigna, non certo perché ravveduta, ma solo in quanto, a ragione, timorosa di perdere altri dei figli, dopo l’inevitabile Brexit.

Sono tanti, troppi, i polli di Renzi che si dibattono inutilmente nell’aula, con il leader di Italia Viva nel ruolo di pavone inter pares. Nella prossima legislatura saranno molti meno, e così potrà essere meglio garantito il distanziamento politico tra i teatranti senz’arte né parte. Chi oggi ancora sembra vestire i panni (quanto meno) del politico proviene dalla prima repubblica, mentre il cambio d’abito promesso dai parvenu a cinque stelle non ha apportato quello sperato miglioramento della qualità della classe (pollaio) politica. Quale futuro si prospetta? Anche il Quirinale pare osservare in silenzio, e non si è compreso se per sgomento, calcolo o rassegnazione. Costretto tra due mondi, a disagio in entrambi.

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