Grillocrazia

di Salvatore Fiorentino © 2021

E’ ricorrente la citazione del detto “la democrazia è la peggiore forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle sperimentate sinora”. Per questo, sentire ancora parlare di “riforma elettorale” quale soluzione alla cronica crisi delle forme di governo appare lunare, sotto vuoto spinto di intelletti che avrebbero meglio figurato nei telequiz di Mike Bongiorno. Mentre si dovrebbe finalmente comprendere che l’essenza della democrazia sta proprio nel suo essere imperfetta, incompiuta, aperta alle mutazioni, e proprio per questo in grado di garantire la libertà degli individui pur aggregandoli in un una qualche forma di società, altrettanto imperfetta, incompiuta e aperta alle mutazioni. La democrazia è la migliore forma di governo che tuttavia per sua natura comporta l’ascesa dei peggiori.

Con l’estinzione dei dinosauri della partitocrazia si è aperta la stagione dei grandi imbonitori, da Berlusconi a Renzi, sino ad arrivare a Grillo, che hanno utilizzato la comunicazione in modo scientifico per catturare il consenso, promettendo il primo “un milione di posti di lavoro”, il secondo la “rottamazione” della politica e il terzo nientemeno che il governo degli “onesti”. Nessuna di queste promesse, ovviamente, è stata mantenuta, anzi si è andati nella direzione opposta, con il paradosso che i tre imbonitori si sono ritrovati a sostenere lo stesso governo di tutti e di nessuno, facendo coesistere il diavolo con l’acqua santa, così fornendo la prova inoppugnabile che in politica non esiste né il primo né la seconda, ma solo la lotta senza esclusione di colpi per la conquista del potere.

E Grillo di questa conquista ne è solo l’ultimo e più fulgido esemplare. La crisi del governo giallo-rosso ha messo a nudo la vera faccia del profeta pentestellato, che ora ricorre ad ogni possibile stratagemma per dissimularsi, dalla mascherina raffigurante il suo stesso volto sino al casco da astronauta, di cui ha fatto bella mostra nelle ultime apparizioni in pubblico nel momento che è tornato a dettare la linea al “suo” movimento, ormai vissuto palesemente come una propria creatura da rivoltare a piacimento, dove le regole si fanno e si disfanno secondo la convenienza del momento, usandole alla bisogna come ghigliottina del dissenso interno, dove la trasparenza è una virtù a corrente alternata così come la consultazione degli iscritti, mediante la piattaforma Rousseau, viene manipolata ormai senza alcun pudore.

La “Grillocrazia” può quindi annoverarsi tra le varianti della dittatura, anche se celata dall’aura della comicità, dalla coltre della farsa, ma non per questo meno pericolosa per gli effetti a medio e lungo termine in caso di assuefazione e dipendenza, nel momento in cui si dovesse ritenere una forma di esercizio del potere ormai necessaria per il superamento dello “status quo” e la realizzazione di quelle magnifiche sorti e progressive che sono sempre rimandate al domani di un presente che rimane avvinghiato al passato. Così come può assimilarsi alla dittatura ogni forma di amministrazione di quel potere che in nome di una malintesa autonomia degeneri nell’arbitrio, come è ultimamente apparso per l’altro potere della “democratica” tripartizione, quello giudiziario, in ciò molto simile al mondo accademico.

Cosa dovrebbero allora pensare e fare i cittadini che, come loro diritto/dovere intendano partecipare alla vita pubblica, contribuire proporzionalmente alle loro possibilità al progresso della comunità in cui vivono, che è poi la ragion d’essere di ogni società civile? Se la scelta della rinuncia è quasi sempre sbagliata, essi quanto meno dovrebbero sgombrare la loro mente da ogni tentazione di adesione fideistica verso qualsiasi forma di potere, partito, movimento, istituzione, coltivando il senso critico ed agendo di conseguenza, preoccupandosi più di ciò che è il loro agire piuttosto che di quello altrui, non disperdendo energie e tempo nell’accusare gli altri dei mali comuni di cui si è corresponsabili per inerzia, quieto vivere, convenienza, connivenza o collusione. Ed imparare da Forrest Gump: onesto è chi onesto fa.

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