Regime all’italiana

di Salvatore Fiorentino © 2021

Il fascismo non è il fascismo, è il non ragionare. Potremmo così parafrasare la celebre frase che il colto professore di lettere, interpretato da Gian Maria Volontè nel film “Una storia semplice”, si trova a pronunciare nei confronti di un grigio procuratore della repubblica che da studente rimediava sempre voti al di sotto della sufficienza, con quel professore. Questo per dire che ci sono ottimi docenti che producono pessimi allievi, quasi fosse uno scherzo del destino, una nemesi per riequilibrare il bilancio tra bene e male che la natura è costretta a garantire pena la fine del mondo, per eccesso dell’uno o dell’altro, considerato che il principio fisico della vita è dettato dalla differenza di potenziale, sicché non può esistere né il paradiso né l’inferno, ma qualcosa che sta in mezzo, che poi è il mondo reale.

Va ancora ricordato che il diavolo sceglie di esserlo, basti pensare alla storia di Lucifero, oppure, mutatis mutandis, a quella di Mario Draghi. Quest’ultimo ebbe difatti un eccellente maestro, Federico Caffè, economista raffinato che fu tra i principali sostenitori della dottrina keynesiana in Italia. Caffè si occupava in particolare di economia del benessere declinata in termini di protezione sociale, adeguati livelli di occupazione e tutela delle fasce più deboli. Ma nel 1987 scompare misteriosamente, sicché la sua morte è solo presunta. Draghi, per lo più, si è occupato di come affamare il popolo greco, umiliandolo come non era mai successo a nessuna democrazia occidentale nel dopoguerra, contribuendo nell’attuazione del disegno nefasto della famigerata “Troika”.

Oggi l’unica forza politica che in Italia si oppone a Draghi è il partito dei post fascisti. E guarda caso è iniziata la ricerca degli scheletri nell’armadio, veri o presunti, della sua leader, nel tipico stile del regime all’italiana o, se si vuole, secondo quello che tale Luca Palamara definisce “il ricatto alla palermitana”, ossia la deviazione del corso degli eventi, politico-giudiziari, a causa della ricattabilità di una o più personalità notabili, eccellenti, al di sopra di ogni sospetto, più della moglie di Cesare, in una parola intoccabili. E guai a chi ci provasse. Perché non va sottaciuto che il governo in carica si scrive Draghi, ma si legge Mattarella, fratello di Piersanti, ma anche figlio di Bernardo. E guarda caso del nipote Bernardo Mattarella si parla per la nomina del nuovo manager a capo di “Invitalia”.

Perché Mattarella dopo la vittoria delle elezioni politiche del M5S con il 33%, dopo che si ostacolava il varo del governo Conte con l’accordo M5S-Lega, decide di affidare il governo ad un tecnico, annunciando ai cittadini il nome di Carlo Cottarelli? E perché, dopo la crisi artificiale del governo Conte II, Mattarella decide di incaricare come premier tecnico l’ex governatore della BCE, il massone Mario Draghi? A chi deve rispondere l’Italia? E, mistero dei misteri, perché Beppe Grillo decide non tanto di appoggiare il governo Draghi, ma addirittura di salutarlo come “grillino” e di sposarlo senza neppure ottenere il tanto declamato ministero alla “transizione ecologica”? Anche in questo caso i rumors di palazzo parlano di ricattabilità del leader pentastellato a causa delle disavventure del figlio.

Salvo scoprire che il presunto “alto profilo” di Draghi si è manifestato con qualche taglio di teste, quelle del capo della protezione civile e del supercommissario all’emergenza covid, oltre al taglio delle pensioni e con i ritardi nell’erogazione dei ristori. Per tacere del copia e incolla della riforma fiscale dal Corriere della Sera (copyright il neoliberista Giavazzi) pro Confindustria e dell’affidamento della redazione del famigerato Recovery Plan ad una società di consulenza come Mc Kinsey. Quanto ai DPCM tanto avversati, la novità è che a spiegarli non è il premier in persona ma l’improbabile coppia Speranza-Gelmini, dato che Draghi sembra non volersi rivolgere ai cittadini, abituato com’è a decidere dei loro destini basandosi su un unico parametro, quello della moneta. “Costi quel che costi”.

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