La massoantimafia

di Salvatore Fiorentino © 2021

“Massomafia” è un neologismo coniato agli inizi degli anni ’80 dall’urbanista Giuseppe D’Urso, docente universitario a Catania. A quei tempi c’erano ancora i maestri e non solo i baroni nell’università, e specialmente l’urbanistica era intesa non tanto come una disciplina tecnica ma soprattutto umanistica, come osservatorio privilegiato della società vista nelle sue trasformazioni complesse, stratificate nel tempo e nello spazio. Il rigore sistematico e l’acutezza di analisi, unitamente alla passione civile, permise a D’Urso di elaborare diversi dossier sulle anomalie che aveva rilevato, trasmessi puntualmente all’autorità giudiziaria, che però li ignorava. Da qui l’intuizione che vi fosse un sistema “massomafioso” che coinvolgeva tanto la mafia che le istituzioni.

A quasi trent’anni dalle stragi degli anni ’90, che hanno stravolto l’Italia, deviandone il corso democratico, alla luce di ciò che si è iniziato a comprendere con il “caso Montante”, pare opportuno un aggiornamento del termine “massomafia” in “massoantimafia”, ossia l’evoluzione della capacità dissimulatoria dei sistemi criminali sotto le mentite spoglie di una supponenza non solo legalitaria ma anche arrogantesi il ruolo di depositaria esclusiva della legalità, con diritto insindacabile di rilasciare “patenti” di antimafiosità e mafiosità a chi venga reputato rispettivamente “amico” o “nemico”. Ciò marca il salto di qualità delle mafie, che divengono parte integrante del sistema dominante, azionisti che vantano la produzione del 20% del pil nazionale.

Così come accadeva per la “massomafia”, nella “massoantimafia” si incontrano pezzi della magistratura, della politica, delle istituzioni, della stampa, dell’economia e della finanza, della criminalità organizzata di alto livello, ormai élites dei colletti più bianchi che si può. Ma mentre la ragion d’essere della “massomafia” era quella di coprire gli affari illeciti mediante un reticolo di mutue protezioni, con la “massoantimafia” si aggiunge l’obiettivo di colpire i “nemici” deviando gli organi dello Stato, ed in particolare le istituzioni antimafia, siano esse le procure della repubblica, le prefetture e anche le commissioni parlamentari, a cui si affiancano servizi segreti e quella stampa funzionale alla consacrazione dei paladini utili a captare il consenso popolare.

Il sistema “massoantimafioso” ha negli ultimi 25 anni costruito un potere che non mira tanto a condizionare il funzionamento dello Stato, ma a farsi esso stesso Stato. Infiltrandosi nei movimenti politici, soprattutto in quelli a matrice legalitaria, cooptando e compiacendo figure strategiche nelle forze dell’ordine, compresa la polizia penitenziaria, e nella magistratura, oltre che nei grandi organi di informazione. In particolare, l’attenzione è stata rivolta verso i giovani pm, accompagnati nella crescita professionale, formati secondo i crismi di questa “antimafia”, per poi divenire pedine più o meno consapevoli di disegni concepiti in alto loco. Analoga strategia riguarda la concezione in vitro di giovani giornalisti “antimafia”, da vittimizzare per renderli famosi.

Ma il vero tratto distintivo della “massoantimafia” rispetto alla “massomafia” è quello che la prima, diversamente dalla seconda, viene sostenuta non solo dai propri adepti, ma soprattutto da quella parte della società civile che ancora oggi si oppone ai sistemi criminali di ogni specie, che si indigna per le storie del malaffare e scende in piazza, organizza sit-in e lancia petizioni, dato che credendo di difendere e contribuire per l’affermazione dei valori antimafiosi finisce invece per portare acqua al mulino dei suoi più pericolosi avversari, esaltandoli e venerandoli, spandendone il verbo in modo anche virale per mezzo dei social network. Si può anche non amare Sciascia, ma quanto meno si diffidi dai “professionisti dell’antimafia”: sono quelli vivi e vegeti, ricchi e in carriera.

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