L’anima nera dell’antimafia

di Salvatore Fiorentino © 2021

L’unico rilievo che può essere mosso alla relazione sul “caso Montante”, pubblicata dalla Commissione regionale antimafia presideduta da Claudio Fava, è l’uso del tempo al passato, come se questo inquietante capitolo di storia fosse definitivamente chiuso e che, caduto nella rete della giustizia l’ex paladino della falsa antimafia, l’incubo sia finito. Diversamente, come peraltro hanno dimostrato gli strascichi sul “caso Antoci”, anch’esso esaminato dalla Commissione regionale, il sistema di potere minuziosamente costruito negli anni sotto l’aura della legalità e dell’antimafia non sembra essere affatto cessato. Semmai, come avviene subito dopo uno scandalo pubblico, il sistema si è inabissato, sostituendo al personaggio ormai destituito di ogni credibilità un altro che sia non al di sopra di ogni sospetto, ma di più. E se un nuovo imprenditore non sarebbe credibile, né tanto meno lo sarebbe un politico, ancorché di fede antimafiosa e legalitaria, ecco che l’ultima risorsa è un magistrato di altissimo spessore culturale e morale. Ma di potere.
L’identikit individua un profilo mosso da una irrefrenabile ansia di carriera, quasi patologica, che ha quindi mostrato spiccate capacità relazionali e che gode del vasto plauso dell’opinione pubblica, distinguendosi per notevole attitudine alla mediazione e persino alla manipolazione delle coscienze. Una sorta di distillato, di infuso, di virtù ed irreprensibilità, una faccia d’angelo che riuscirebbe ad ingannare la propria madre. Un novello Dr. Jekyll spasmodicamente attratto dal coesistere del bene e nel male nel medesimo individuo.

Del resto, un sistema di potere siffatto, che si denomini “Montante” o vattelappesca, si poggia essenzialmetne sul controllo di chi può costituire il più insidioso intralcio alle scorribande (“ribalderie” le definisce la Commissione Fava) nei settori degli affari più redditizi – divenendo temibile “competitor” di Cosa nostra ovvero realizzando con essa una inossidabile “joint venture” – ossia i vertici della magistratura requirente e gli organi di informazione, non disdegnandosi il reclutamento di figure di alto rango nelle forze dell’ordine e persino nei servizi segreti. Tuttavia, il fatto che a “smontare” il sistema “Montante” sia stata la procura del più piccolo dei quattro distretti giudiziari siciliani, dimostra come anche il meccanismo più sofisticato e rodato possa incepparsi a causa di qualche imprevisto granello di sabbia. Ecco che appare grave che alcuni alti magistrati, oggi ai vertici di uffici requirenti a Palermo e a Messina, siano risultati, come accertato dalla stessa magistratura, aver intrattenuto col sistema “Montante” rapporti che, pur non essendo (per quanto ad oggi verificabile) stati giudicati fonte di illecito penale né disciplinare, dovrebbero consigliare all’organo di autogoverno (C.S.M.) una immediata rotazione con magistrati provenienti da distretti distinti e distanti, affinché sia doverosamente sgombrato il campo da ogni residuale sospetto. Che va diffondendosi presso l’opinione pubblica, erodendo dalle fondamenta, ossia nell’esercizio obbligatorio dell’azione penale, la credibilità delle istituzioni. Dietro le quali si staglia l’ombra di un’anima nera.

(1 aprile 2020)

MONTANTE, L’ANTIMAFIA COME LOBBY DI POTERE

di Felice Cavallaro

I suoi colleghi di Confindustria, quasi tutti i suoi colleghi siciliani, attendono ancora imbarazzati le conclusioni dell’inchiesta di Caltanissetta su Calogero Montante [Montante è stato condannato in primo grado a 14 anni di reclusione, mentre sono ancora aperti altri filoni d’indagine, tra cui quello che riguarda l’ex senatore Giuseppe Lumia, ndr], l’industriale accusato di avere trasformato un pezzo di antimafia in una lobby di potere. Ma, intanto, la Commissione antimafia presieduta all’Assemblea regionale da Claudio Fava ha ultimato le audizioni avviate l’anno scorso pubblicando un dossier che affonda duro sulla vicenda. E parla di un “cerchio magico”, allestito attorno ai governi guidati da Raffaele Lombardo prima e Rosario Crocetta dopo. Con un protagonista di primo piano come “eminenza grigia”, Beppe Lumia, lo storico leader del Pd arrivato dal volontarismo e definito “il senatore della porta accanto” perché si sarebbe piazzato nel cuore del potere, a due passi dall’ufficio dei governatori, con gli occhi sulle carte degli assessori regionali.

Le frequentazioni eccellenti
Era solo finzione? Erano solo professionisti dell’antimafia interessati a pilotare appalti? Tanti contestano la ricostruzione, a cominciare da Lumia. Ma la risposta contenuta nelle 120 pagine della commissione guidata da Fava sembra in linea con le accuse della Procura di Caltanissetta che da qualche giorno ha trasferito Montante agli arresti domiciliari solo per ragioni di salute, dopo otto mesi di carcere. Emerge dalla Commissione un atto di accusa contro quel “cerchio magico” che avrebbe avuto sostenitori anche fra tanti giornalisti e magistrati. Ma su questo piano si rischia un effetto tritacarne che non risparmia magistrati da sempre impegnati sulla trincea antimafia. Tutte posizioni già archiviate a Catania ma con un giudizio pesante su relazioni ritenute “discutibili” e intessute da tanti magistrati eccellenti con Montante: «Tale condotta, in assenza di altri elementi di difficile accertamento, per quanto discutibile, non può certo ritenersi illecita».

La stagione dell’anima nera
E non sarebbero illeciti, anche se vengono fortemente stigmatizzati, i rapporti di alcuni giornalisti ascoltati in commissione con riferimento a una somma di frequentazioni dello stesso Montante anche con ministri, prefetti, alti burocrati, funzionari dei servizi segreti. Ogni volta spiegando che Montante e Ivan Lo Bello si presentavano allora come un baluardo contro racket e mafia. Al contrario di quanto hanno poi rivelato soprattutto due testimoni, Marco Venturi, a lungo assessore regionale “in quota” Confindustria, e Alfonso Cicero, un funzionario posto al vertice di un istituto regionale. Anche loro decisi a sostenere la tesi di un terzo assessore prestato dalla magistratura, Nicolò Marino: «L’anima nera di tutto questo era Lumia».

La scimitarra del bene
Amara la chiusura dei lavori della commissione, come sottoscrive Fava: «Questa relazione ha cercato di comprendere i meccanismi che hanno reso possibile una lunga stagione di anarchia istituzionale, una deregulation perfino ostentata, una promiscuità malata fra interessi privati e privati … resta la preoccupante consapevolezza che molti sapessero e, pur senza essere parte di quel sistema, abbiano taciuto». Tutto ciò sarebbe stato possibile attraverso «la forzatura delle procedure, la sistematica violazione delle prassi istituzionali, l’asservimento della funzione pubblica al privilegio privato, l’umiliazione della buona fede di tanti amministratori, l’occupazione fisica dei luoghi di governo, la persecuzione degli avversari politici …». Di qui la critica ad «una certa ‘antimafia’» agitata come una scimitarra per tagliare teste disobbedienti e adoperata come salvacondotto per se stessi attraverso un sillogismo furbo e falso: chi era contro di loro, era per ciò stesso complice di Cosa nostra». Ed ancora: «Un repertorio di ribalderie spesso esibito come un trofeo: era il segno di un potere che non accettava critiche e non ammetteva limiti». Come dire che tanti per non soccombere avrebbero finito per piegarsi, come concludono i commissari di Palazzo dei Normanni: «Affinché vicende come quelle descritte non abbiano mai più a ripetersi occorre ripartire, con umiltà, anzitutto da questa ammissione».

[articolo apparso su “Il Corriere della Sera”, 19 marzo 2019]

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