23 maggio 1992: Falcone fermato prima che inchiodasse i “comunisti”

di Salvatore Fiorentino © 2021

Non furono stragi di Stato. Non ci furono mandanti nazionali, né istituzionali né deviati. Falcone e Borsellino furono spazzati via, con modalità volutamente eclatanti, per dimostrare che col “gioco grande” a niente e nessuno è permesso di frapporsi come ostacolo. Né se animato dal fuoco sacro dell’ambizione professionale corroborata dalla fondata fiducia nelle proprie capacità (Falcone), né se mosso da un senso dello Stato (meglio dire Patria) talmente elevato da sconfinare nel martirio consapevole (Borsellino). Chi governa veramente in Sicilia aveva deciso che non si poteva fermare la marcia degli eredi del PCI verso la conquista del potere, perché era giunto il tempo di voltare la pagina che aveva visto la Democrazia Cristiana e i suoi alleati governare per decenni l’Italia.

Così, se “Mani pulite” aveva messo in ginocchio il pentapartito, decretando la fine della “prima repubblica”, dalla Sicilia le indagini sul mai reciso rapporto tra politica e mafia non dovevano giammai raggiungere i “graziati” dal rito ambrosiano, i tanto vituperati “comunisti”. Falcone era notoriamente uomo inviso alla sinistra e specialmente alla magistratura di sinistra, e fu accusato senza neppure troppi veli di aver favorito Andreotti e conseguentemente l’establishment del tempo, DC e PSI in primis, visto che avrebbe tenuto nei cassetti dossier scottanti che coinvolgevano la corrente del divo Giulio in Sicilia. Mentre continuava a scoperchiare gli affari torbidi di Ciancimino che sembravano non aver avuto soluzione di continuità durante la “primavera palermitana” di Leoloca Orlando.

E’ evidente che se Falcone avesse “inchiodato” i “comunisti”, come pare fosse in procinto di fare sugli sviluppi del famigerato dossier “Mafia e appalti”, la storia d’Italia sarebbe stata diversa da quella che invece fu. La presa del potere degli eredi della sinistra, seppur sotto le mentite spoglie di un processo “democratico” dove i rimasugli della tradizione democristiana servivano nel ruolo di foglia d’ulivo, ancorché disturbata dall’irrompere del berlusconismo difatti divenuto obiettivo sensibile della magistratura “rossa”, non sarebbe potuta accadere se Falcone prima e Borsellino dopo avessero scoperchiato l’antico ed inconfessabile rapporto tra mafia, appalti e PCI, quello stesso che Pio La Torre aveva compreso e intendeva estirpare nel partito siciliano, venendo eliminato per questo.

Del resto, dopo la strage di Capaci, Borsellino aveva riferito di aver scoperto qualcosa di molto più grave di “Tangentopoli”, in fondo solo un fenomeno di corruzione e finanziamento illecito ai partiti che aveva destato scandalo ma non troppo, visto che in Sicilia si era nella culla del rapporto consustanziale tra mafia, imprenditoria nazionale e politica, con la novità che i presunti portatori della “questione morale”, gli “antimafiosi” per antonomasia, ne erano coinvolti come tutti gli altri e forse persino di più. E poiché Borsellino era un magistrato che non avrebbe mai accettato alcun compromesso, né era vicino alla magistratura di potere intrisa di ideologia e di complessi di superiorità verso la politica, dovette essere sacrificato perché il “gioco grande” potesse trovare attuazione.

La frettolosa archiviazione di “Mafia e appalti”, proposta tra le due stragi di Capaci e via D’Amelio, e decisa alla vigilia di uno dei ferragosto più infuocati della storia d’Italia, fu evidentemente figlia di quel clima di terrore, dove un nemico più grande e invicibile di uno Stato incombeva seppur invisibile ed impalpabile. E a tal proposito non può tacersi che sembra verosimile quanto da alcune parti sostenuto circa una presunta “pista americana”. Eppure sembra intravedersi la stessa mano che al tempo della liberazione dal giogo nazifascista si era avvalsa della “manodopera” di Cosa nostra, dando in ricompensa i comuni dell’Isola ai notabili uomini d’onore, tanto a Corleone quanto a Castellammare del Golfo. In una terra dove il sangue dell’agnello finisce per confondersi con quello del lupo.

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