Atomic premier

di Salvatore Fiorentino © 2021

Il governo Draghi passerà alla storia. Sarà per la politica quello che è stata la bomba per Hiroshima. Chi lo ha sganciato sull’Italia forse se ne pentirà per il resto dei suoi giorni, non potendo credere all’effetto devastante che perdurerà per i prossimi decenni. Ma chi ne ha pianificato l’operazione potrà compiacersi di aver raggiunto il suo cinico obiettivo. Quello di radere al suolo ciò che rimaneva dell’espressione della volontà dei cittadini, che si era manifestata con una forza di estrazione popolare, un’onda che è cresciuta dal basso, quel Movimento Cinque Stelle che non pochi imbarazzi ha creato nell’establishment. Con la mobilitazione di ogni risorsa conservatrice e restauratrice per imbrigliarne l’energia che sembrava incontenibile. Ecco che non rimaneva che l’opzione zero del banchiere europeo.

E non è un caso che la lega salviniana, quella più istintiva e rudimentale, si trovi a disagio in questa compagine governativa, un giorno scalciando l’altro tornando indietro sui propri passi. Così come non è un caso che questo governo sia sostenuto dalla principale forza parlamentare uscita dalle ultime elezioni, ormai addomesticata e ricondotta alle ragioni che per mandato popolare doveva invece avversare, in una metamorfosi che neppure Ovidio saprebbe oggi descrivere. Basti pensare che il super ministero alla “transizione ecologica” doveva essere il fulcro di quel “cambiamento” tanto agognato. Tanto è vero che non solo il dicastero non è stato attribuito ad un esponente M5S, ma ora diventa la sede proponente del ritorno all’energia nucleare, oltre ad autorizzare le trivellazioni in mare.

Tutta l’agenda politica e programmatica affidata da chi sta nell’ombra all’ex banchiere europeo, sotto le mentite spoglie del Recovery Plan prospettato al popolo ormai fiacccato dalla pandemia come la terra promessa, non è altro che una precisa strategia restauratrice di matrice iperliberista che si dimostra come un ultimo e per certi versi disperato accanimento terapeutico per tenere in vita (“whatever it takes”) un modello socio-economico che da decenni ha mostrato il suo fallimento, quello della “crescita infinita in un mondo finito”. Che distruggerà sé stesso se non ne sarà soppiantato da uno nuovo che consenta la rigenerazione delle risorse e la sostenibiità dei consumi. Il propellente del primo è il denaro, che libero dal bilanciamento delle ideologie, brucia pericolosamente.

Il denaro è divenuto la prima forma di dipendenza in questo modello malato, il valore ultimo da idolatrare, in nome del quale commettere ogni più efferato delitto. Non c’è più scrupolo ad inquinare il territorio persino con rifiuti altamente pericolosi per la salute umana, non c’è più remora ad immettere nella catena alimentare prodotti tossici che minacciano l’integrità fisica e mentale di coloro che saranno i fedeli “clienti” di un sistema della sanità che è concepito per lucrare dalla malattia e non per debellarla, in un evidente e diabolico circuito vizioso. Ogni attività umana è così piegata al profitto, scivolando facilmente nel baratro del mercimonio ed in balia della turbine della corruzione, che è prima di tutto morale ed intellettuale, conseguenza di una patologia sociale cronica.

Non ci deve essere ostacolo a questo disegno iper restauratore e pertanto devono essere mortificate tutte quelle attività che consentono al cittadino in formazione la generazione di ogni senso critico, la capacità di discernere per poi contestare quel “potere” che devii dall’alveo del bene comune e dei cardini di giustizia e libertà che sono come l’acqua e l’aria per ogni società civile, beni scontati ma vitali che si apprezzano solo quando scarseggiano. Ecco bell’e pronte le “riforme” della giustizia, del mondo del lavoro, della pubblica amministrazione, nel senso gradito a chi vuole comprimere la libertà del cittadino per renderlo suddito, non dandogli possibilità di scelta ma solo percorsi predefiniti, forza produttiva da sfruttare all’osso per poi gettarlo consunto nell’immensa discarica sociale.

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