La moglie di Giulio Cesare

di Salvatore Fiorentino © 2021

La moglie di Giulio Cesare non deve neppure essere toccata, sfiorata, lambita. Dal sospetto. Tutti sanno, tutti conoscono, tutti additano, tutti sparlottano, ma non si può dire, non si deve dire, non sia mai che si dica, non si arrischi nessuno a dire, ma neanche a pensare, che la moglie di Giulio Cesare non sia ben più, incommensurabilmente di più, che al di sopra. Di ogni sospetto. Ipocrisia non richiesta, prova manifesta. Sicché l’accusa censura sé stessa, in una goffa ridondanza morale, che è poi la summa dell’immoralità occultata ancorché conclamata. Corruzione. Di gesta, di movenze, di scambi all’insegna del do ut des, del tanto peggio quanto meglio, dell’ignoranza elevata a sapienza, facili costumi, sino alla decadenza.

Piazzale Clodio. Addirittura vi sorge la procura, nel luogo intestato a chi la indusse in corruzione. La moglie di Giulio Cesare. Generale, della repubblica, dei minori, poco importa. Sempre presso il tribunale della doppiezza, della falsa innocenza, della onestà sbandierata come lenzuola stese dalle vajasse napoletane, con il dovuto rispetto per costoro. Mentre sedicenti altolocate signore, che da una vita vezzeggiano tra francesismi e noblesse oblige, non possono tenere il passo, per la loro dichiarata indecenza culturale, all’ultima popolana analfabeta. Che ha magari allevato la prole nella miseria, ma senza mai fare mancare sulla tavola la dignità, di un tozzo di pane guadagnato al caro prezzo dell’onestà. Vera.

Sinistra. La moglie di Giulio Cesare. Da paura, senza che costei possa rendersi conto di quanto è grottesca la vernice rossa che si stinge, che si dirada, che si crepa, lasciando a vista il muro della putritudine immorale accumulata come la muffa centenaria, che non è estirpabile, connaturata e congeniale con l’architettura che l’ha generata, destinata a viverne meschinamente ed infine perirne miserevolmente. Legalitaria del sabato sera, intellettuale da strapazzo, l’adulazione e la doppia morale sono le sue armi dilette, adoperate senza scrupoli ed imbevute in uno charme che è naturalmente sfiorito, essiccato, degenerato in una smorfia sardonica, che ne ha rivelato, al tramonto di una vacua esistenza, il vero volto della coscienza.

Simul stabunt vel simul cadent. La moglie di Giulio Cesare e il suo augusto consorte sono assurti insieme, in un bagno di rosso finto, agli onori ed agli allori, sino a rampicare le vette della società che si rispetti, che non tiene rispetto verso alcuno. Adusa ad usare ed abusare del prossimo per saziare la propria famelica ambizione, presto resa irresistibile dall’horror vacui generato dall’assenza innata di talenti di alcuna specie, laddove la mediocrità è regina sovrana, imponendosi con l’artifizio sguaiato, con l’inganno ridicolo e la dissimulazione spudorata, con lo scambio di cointeressenze e dei favor rei, con l’abilità di mentire senza ritegno a sé stessi prima ancora che all’altro da sé, abitando una casa priva di specchi.

Sans fin. Vergogna, ignominia, abominio, indegnità, turpitudine, corruzione in atti concorsuali, come una Angelica Sedara qualunque che, per nemesi romanzesca, si veste dei panni improbabili di protettrice di una nobilotta provinciale, discesa dalla padania con somma umiliazione perché ormai in preda all’agonia di un blasone svuotato di ogni sostanza, erosa dalla disperazione di trovare allocazione purchessia, all’amaro e torbido costo di giungere alla punta estrema della terra di Sicilia, tra terroni e mascalzoni pronti a piegare le ginocchia, avendo altrove trovato non altro che porte chiuse e portoni sbarrati alla prepotenza, verso l’invasore, lo straniero che nulla abbia da dare ma solo tutto da prendere.

(3 agosto 2019)

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