La crociata contro i lavoratori

di Salvatore Fiorentino © 2021

Che la Commissione Europea si sia detta contraria al “blocco dei licenziamenti” in vigore in Italia come misura straordinaria per il contrasto alla crisi indotta dalla pandemia appare in linea con le politiche di progressivo svuotamento dei diritti dei lavoratori di una parte dell’eurozona, quella mediterranea, il che risponde al programma di deindustrializzazione (già in gran parte attuato in Italia, a partire dalle politiche propugnate da Andreatta, Ciampi, Prodi e dai loro epigoni) dei paesi designati a divenire delle “colonie in patria”, dove attuare lo sfruttamento indiscriminato della “forza lavoro”, ossia dei cittadini, che è necessario per alimentare il motore sempre più famelico del “turbo-capitalismo” voluto dalle élite finanziarie, le quali hanno pertanto insediato il “governo dei banchieri”.

A ciò risponde perfettamente la “nomina” a presidente del Consiglio dei ministri di Mario Draghi, privo di alcuna legittimazione popolare, ma individuato direttamente dal presidente della repubblica (la minuscola è d’obbligo) quale personalità per un governo di “altissimo profilo”. Così illustre, che ha dovuto recuperare dei ministri del rango di Brunetta, Gelmini e Carfagna, e dove i ministri sulla carta titolati (Cartabia, Cingolani) hanno sinora offerto contributi ben lontani dalle loro teoriche potenzialità, proponendo riforme della giustizia e dell’ambiente che appaiono di gran lunga peggiori di quelle seppur non del tutto soddisfacenti disegnate dai loro rispettivi predecessori. Ma è evidente che il governo dei “migliori” nasca con l’unico obiettivo di sterilizzare la sovranità politica e quindi popolare.

Ecco che il quanto mai magnificato “Recovery Plan”, sotto la giustificazione dell’emergenza pandemica, finisce per essere la copertura per una vera e propria “crociata contro i lavoratori”, ponendosi l’obiettivo strategico di ridurre diritti e tutele, quelli che erano stati conquistati dopo decenni di lotte operaie e sindacali, e che in particolare in Italia avevano trovato cristallizzazione nello “Statuto dei lavoratori”, già smantellato demolendo la sua chiave di volta, l’art. 18, che tutelava il lavoratore dal licenziamento discriminatorio, per mano non già delle destre sporche e cattive ma degli “onesti” e “socialisti” “democratici”, quelli che nel giorno del primo maggio moraleggiano affranti per le morti sul lavoro, per poi dimenticarsene negli altri 364 giorni dell’anno, in cui la “sicurezza” è solo un fastidio.

Nell’ottica di questo “turbo-capitalismo” propugnato dai nuovi padroni (finanzieri e banchieri) che riescono a farsi nominare al governo degli stati senza alcuna legittimazione popolare sulla base della mera presunzione di essere il migliore dei mondi possibili, il lavoratore non è più neppure merce da acquistare e rivendere al minor prezzo, ma viene svilito nel bieco ruolo di materiale di consumo, di cui approvvigionarsi alla bisogna e da cui cercare di estrarre il massimo profitto al minor costo, rendendolo esausto per poi gettarlo nella discarica sociale dove dovrà stazionare il minor tempo possibile prima di passare a miglior vita. E il ciclo continua, per incrementare smisuratamente il benessere delle élite parassitarie, che si guadagnano per questo anche le onorificenze di “cavalieri del lavoro”, in verità del “non-lavoro”.

Non si salva nessuno, eccetto i “fannulloni” della pubblica amministrazione. Ormai considerata una banda di malfattori, vista la quantità (abnorme ma inutile) di controlli e misure anti-corruzione. Ma la corruzione non ha mai proliferato tanto da quando c’è l’ANAC (nata dallo scioglimento dell’AVCP dopo lo scandalo per corruzione di questo ente indipendente che doveva vigilare sulla moralità pubblica). Il problema è che il “sistema” in auge consente ai “fannulloni” (e ai “corrotti”) di continuare a fare il loro “non-lavoro”, pretendendo invece sempre di più, a costo zero, da chi ha sempre lavorato e non si è mai piegato non solo alle proposte corruttive ma soprattutto alle minacce concussorie provenienti dalle istituzioni deviate, comprese quelle che sulla carta dovrebbero esercitare il controllo di legalità.

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