La “polis” al tempo della pandemia

di Salvatore Fiorentino © 2021

Il più grave difetto, che si rivela quanto meno una colpa grave, imputabile alla “politica” che governa nell’epoca che va, approssimativamente, dalla riunificazione della Germania ad oggi, è senza dubbio quello del progressivo smarrimento della visione di medio e lungo termine. E ciò vale pressoché per l’intero mondo “occidentale”, che ha assunto quale paradigma della presunta “neo modernità” lo spingersi sino al limite critico, abbassando pericolosamente i coefficienti di sicurezza, annullando o quasi i tempi vitali e naturali, fondando il sistema sociale ed economico sull’illusorietà di una crescita infinita, dove lo stato di salute è dato dal continuo incremento del PIL, mentre ciò, oltre i limiti fisiologici, diventa patologia.

Non si può dire che non vi sia stata consapevolezza di questo abbrivio della storia, né che siano mancati i grandi pensatori, tanto nel passato quanto nel presente, che da diversi settori disciplinari abbiano avvertito dei pericoli a cui l’umanità andava inesorabilmente incontro. Si pensi, ad esempio, alle teorizzazioni di uno dei più grandi e lungimiranti architetti-urbanisti del Novecento, Frank Lloyd Wright, che aveva concepito “Broadacre City”, ossia un nuovo modo di intendere non solo l’architettura della città ma ancora prima il modello socio-economico ad essa sotteso. A misura d’uomo, secondo la tipologia della “città-giardino”, della “città-paesaggio”, dove il sistema degli spazi aperti urbani e territoriali fosse predominante.

E, dal versante filosofico, Martin Heidegger non a caso evidenziava la degenerazione del termine “tecnica” (τέχνη) in relazione a quello ad esso opposto di “natura” (φύσις), nel senso della dismissione dell’approccio di lasciar essere piuttosto che sopraffare, ossia agendo sotto l’impulso dell’illusorietà e della pretesa dell’esattezza della scienza, perdendo ogni relazione con l’esistente, con ciò causando una frattura, una ferita, dalle conseguenze infauste, conducenti verso il nichilismo, l’annichilimento della dimensione umana e naturale. Così, la società informata da questa degenerazione rinuncia alla sua umanità, ed il pensiero partorito dalla presunta “neo modernità” si riduce ad arido algoritmo, freddo calcolo computazionale.

Nei giorni imprevisti, ma prevedibili, della pandemia, vengono a collidere due visioni dell’Europa e, se si vuole, del mondo. La prima è quella “computazionale”, intestata a paesi come Germania e Olanda, sotto la spinta delle famigerate “multinazionali” e dei “potentati finanziari”, che pretenderebbero di far pagare il conto di una crisi le cui cause sono globali ad un ristretto novero di stati del sud del continente, scaricando sacrifici e difficoltà soltanto sulle spalle di alcuni popoli, peraltro incolpevoli, invece di attivare una compartecipazione paritaria, doverosa prima ancora che sotto il profilo della solidarietà da quello della responsabilità, condividendone tanto gli oneri quanto i reciproci vantaggi in prospettiva.

La seconda visione, che viene affermata da poche voci isolate, spesso oscurate se non irrise, è invece quella che rivendica il superamento del modello tardo-iper-capitalistico, dove il motore di tutto non sia il denaro, con le banche e i sancta santorum della finanza assurti a luoghi di culto inviolabili, ma il rispetto dei valori umani, sostituendo la follia dell’accumulazione smodata della ricchezza con la ragione della sua equa distribuzione, così da rendere effettivo il principio di eguaglianza che deve essere il fondamento primario di ogni società. In questo senso va letta la tesi della “decrescita”, ossia di una produzione di ricchezza orientata al benessere sociale diffuso e non causa di sfruttamento e miseria per moltitudini di esseri umani.

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