I gironi dell’antimafia

di Salvatore Fiorentino © 2021

Se la (vera) mafia è un inferno, la (falsa) antimafia ne è lo specchio. La mafia punta agli affari, ma anche l’antimafia lo ha fatto e continua a farlo. La mafia cerca di raggiungere il potere per via politica, ed anche l’antimafia lo fa. La mafia sostiene le carriere dei “colletti bianchi”, ma l’antimafia fa altrettanto. La mafia si serve di referenti delle istituzioni, del mondo dell’imprenditoria e della società civile, e l’antimafia fa lo stesso. Ciò che distingue la mafia dall’antimafia è il fatto che la prima utilizza metodi palesemente illeciti, talvolta brutalmente violenti, mentre la seconda adopera mezzi apparentemente leciti, e se del caso non meno violenti sebbene più raffinati. La mafia uccide fisicamente, l’antimafia elimina gli avversari civilmente. Tanto è vera la mafia quanto è falsa l’antimafia.

Dopo l’epoca delle stragi degli anni ’90, alla bassa fortuna della mafia corrisponde una crescita esponenziale dell’antimafia. Mentre i boss mafiosi vengono catturati, si pentono o vivono latitanze sempre più difficili, si affermano le figure dell’antimafia: magistrati, prefetti, paladini della legalità nel mondo politico, imprenditoriale, delle associazioni che presto diventano holding commerciali. Tutto ruota attorno alla gestione, miliardaria, dei beni sequestrati e confiscati alla mafia, che viene affidata a questa antimafia. E’ una gestione che sembra non avere regole chiare e trasparenti, dove molto è affidato alla discrezionalità delle figure preposte e alla presunzione di affidabilità che riguarda parenti e amici di magistrati, prefetti, esponenti dell’antimafia politica e della società civile.

Così se l’attività della mafia è la sentina dell’illegalità, l’azione dell’antimafia è la quintessenza della legalità. Almeno sino ad un certo punto, quando questa simmetria perfetta viene ad incrinarsi. Quando iniziano a cadere le maschere dei paladini di questa antimafia, coinvolti in indagini e processi, scandali e fatti clamorosi che scuotono l’opinione pubblica, sempre più smarrita ed in cerca di punti di riferimento, in nome di quella legalità che molti declamano con profluvii di retorica e di buone intenzioni, ma che pocchissimi perseguono con i fatti e le azioni concrete. Ecco che si parla di “mafia dell’antimafia”, e chi inizia a denunciare questa degenerazione viene colpito, se possibile annientato, con un perfido abuso degli strumenti legali, così come chi si oppone ai disegni illeciti dell’antimafia e dei suoi profeti.

Ma il dato inquietante non è l’aver appreso delle condanne inflitte all’ex presidente della sezione misure di prevenzione antimafia di Palermo, all’ex prefetto di Palermo, all’ex presidente degli industriali siciliani e componente dell’agenzia per la gestione dei beni confiscati alle mafie. No, ciò che inquieta è apprendere dei contatti di certi politici antimafiosi con imprenditori mafiosi, per condurli entro fumosi “percorsi di legalità” e ricevere un “contributo”, oppure di altri che chiedevano la gestione di beni confiscati a favore di “compagni e compagne”. Così come inquieta la raccomandazione di alti magistrati, che oggi pontificano sui pentiti, da parte dei paladini decaduti dell’antimafia, gli stessi a cui si rivolgeva chi ha avuto la sfrontatezza di mettere alla porta il figlio di Pio La Torre.

Ed inquieta sommamente lo spiegamento di forze “istituzionali” predisposto contro un giornalista senza mezzi e senza padroni, titolare di una piccola tv privata che emette le sue scomode verità dall’entroterra palermitano, che ha rischiato una condanna ad 11 anni di carcere, come e più di un boss mafioso, sulla base di accuse inverosimili e fondate sulla retorica dell’antimafia, peraltro pubblicamente declamata da chi ne era stato beneficiato con lauti incarichi per propri parenti. Sicché se la mafia è un inferno, all’interno di questo inferno si trovano i gironi di una siffatta antimafia, dove il cittadino che ha mantenuto la capacità e la forza di lottare per la verità e la giustizia effettive deve affrontare una prova titanica. Anche se alla fine, da che mondo è mondo, il male brucia e il bene sopravvive.

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